Selezione all’uscita

Ieri ho visto forse uno dei posti più meravigliosamente abbandonati e surreali del nord italia. Usando la torcia del mio Nokia per farmi strada. E poi mi sono messo a badare alla sicurezza, e la prima canzone che ho sentito dell’anno nuovo mi pare proprio che fosse Sprawl 2, e ho saltellato in un locale ancora semi vuoto come fossi Règine, cercando di convincermi di non essere stupido.

Me lo ripetevo: saltella senza sentirti stupido. Saltella senza sentirti adolescente. Saltella senza sentirti uno che saltella. Saltella come se gli Arcade Fire fossero una cosa troppo bella per permettersi di essere preoccupati della realtà.

E poi ho fatto selezione all’ingresso, ed era una cosa molto buffa, io, che faccio selezione, quando io faccio sempre entrare tutti quanti, invece. E sono stato in piedi 12 ore di fila, e sono andato a dormire in una mansarda sprovvista di internet e mi è mancato l’ossigeno. Me lo ripetevo: dormi senza avere bisogno di ricordarti quanto sei incompiuto. Dormi senza avere bisogno di ricordarti quello che ti stai perdendo. Dormi come se Verona fosse una cosa troppo bella per permettersi di essere preoccupati della irrealtà.

E prima di ritornare, guardare Verona dall’alto, in silenzio, con una kodak usa e getta nella tasca interna del giubbotto, e la mano per coprire il sole, e non avere più bisogno, per i prossimi cinque minuti, di essere preoccupati.

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Gli squali se non nuotano muoiono

Alla fine l’unico proposito di quest’anno non sono riuscito a mantenerlo: non ho imparato a fare il caffè. Ma sono riuscito a leggere questo libro. Ci ho messo un anno, anche se ci ho messo due giorni, ieri, in treno, e oggi, sul mio letto. L’ho iniziato tre volte, è rimasto appoggiato sulla mia scrivania tutti i giorni di questo 2011, ad accumulare polvere, che periodicamente spolveravo. L’ho iniziato tre volte. Ha preso la pioggia quella domenica di luglio in cui cercavo clorofilla. Spesso era nel mio zaino, ad appesantirlo. E poi, alla fine, ho pensato che no, tutto non poteva finire senza almeno averlo letto, senza imparare a sfogliare le pagine prima che sia troppo tardi.

Ho cominciato a fare invenzioni e dopo non riuscivo più a frenarmi, come i castori, che conosco. La gente crede che abbattano gli alberi per costruire le dighe, ma in realtà è perché non smettono mai di crescergli i denti, e se non li limano continuamente tagliando il legno di tutti quegli alberi, i denti comincerebbero a crescergli dentro il muso e morirebbero. Il mio cervello era uguale.

Jonathan Safran Foer

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I’ll sell apples and ice water

Di tutti i posti per cui siamo partiti, di tutti i posti da cui siamo tornati, non rimane più nulla, se non il loro vuoto ricordo. Il 2011 ha riscritto il nostro vocabolario, e ce lo siamo messi in tasca mentre tentavamo di scaldarci le mani infreddolite nei posti che più assomigliano a casa nostra, ormai: stazioni, aeroporti, autostrade. Abbiamo fallito ancora, abbiamo fallito ancora meglio. Ora non ci resta che andare a vendere mele e acqua ghiacciata.

(E non c’è stato nemmeno un disco dell’anno, per me, quest’anno. E ci sono stati ancora loro, sempre loro, ma hanno saputo infilare dentro la busta ancora nuove canzoni)

(Ma dovendone proprio proprio dire uno, sparo razzi arpie e fiamme e benzine e autogrill e chiacchiere in via Garibaldi a Lucca e sudore e sudore e sudore e le pellicine delle dita che ancora le mangio, ché ho sempre fame)

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Prendo appunti ma non so per cosa

La risposta a tutte le nostre domande sta in questa intervista monumentale:

Parte 1

Parte 2

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Sorrisi a biro

Un’altra cosa che non mi vergogno più ad ammettere riguarda una canzone che ascoltai per la prima volta sull’Adriatica all’altezza di Canaro, quindi Polesine inoltrato, quindi nulla inoltrato, era un sabato sera, ascoltavo ancora la radio, erano ancora lontani i colossali cd-rw con dentro centinaia di mp3, c’era la radio, ancora, sulla mia autoradio a cassette, e passavano appunto tale canzone, e dal sedile posteriore la voce sibilante e petulante della ragazza del mio amico la stroncava, e io non ebbi il coraggio di ribattere nulla, era la prima volta che la sentivo, magari lei invece l’aveva già ascoltata un numero opportuno di volte per poterla stroncare con cognizione di causa (ed effetto), e in genere non ho quasi mai il coraggio di ribattere chi si mostra particolarmente convinto delle proprie opinioni, ma dentro di me sentivo che mi piaceva, e così promisi segretamente che io e lei, la canzone, intendo, ci saremmo rivisti a casa, di notte, lontani da tutti e da tutto, e ci saremmo magari incontrati e guardati negli occhi in silenzio, per capire davvero, se ci potevamo piacere. Peraltro, quella ragazza e quel mio amico ormai non li vedo più da anni, anche se stanno ancora insieme, si vede che hanno molto coraggio. Dicevo, di quella cosa che non mi vergogno più di ammettere: mi capita guardando questo video, esattamente al minuto 2.33, quando inizia il bridggge, quando quel cerbiatto di Chris Martin inizia a correre verso il microfono ed esplode il suo fragoroso yeaaaah (bei tempi quando non si abusava delle vocali) di fronte al microfono e al mio mento appena sbarbato, liscio, e io sorrido.


Coldplay – in my place di fujisol

E penso che la prima cosa che vorrei fare, la prima di tutte, una volta spenti tutti gli aspirapolveri, sarebbe comprarmi uno stereo, piazzarlo in casa, piazzare un microfono, anche di cartone, sul balcone, partire dalla parte opposta al minuto 2.33 della mia vita, e farmi tutta la casa correndo in ciabatte fino a raggiungere il microfono esattamente quando parte il fragoroso yeeeeah.

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Aspirapolveri

Non credevo fosse possibile creare suoni così naturali con strumenti così artificiali. Non so se questa constatazione innescata dal video qua sotto voglia dire qualcosa. So però alcune cose. Che ci sono tanti assassini in giro. Si chiamano Twitter, Facebook, letteratura, vocali, gatti, voli low cost, telefonini, adsl, psicoterapeuti, diete, il Terziario Avanzato, l’Emancipazione, i calzini bucati, i denti in più, la fretta, l’inerzia, l’ansia, i calanchi, la paura, gli occhi, gli occhiali in grafite, le autostrade, le spalle scoperte, le cicatrici, la memoria, i crampi, le mattine, i gradini, la fame. La fame.

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Trovami un modo semplice per uscirne

Tre ore, quattro ore, cinque ore di radio, a un volume moderato perché vogliamo fare gli egoisti ma senza farlo sapere troppo in giro, ore legate insieme con i fili attorcigliati del telefono infarcite di Radio Montecarlo, musica di gran classe, con la pubblicità a intervalli regolari, cadenzati, programmati, pianificati, veramente raffinati, ore che si inseguono senza mai prendersi arrivando a fine giornata col fiatone, dopo aver scavalcato ponti e discorsi che non vogliamo sentire, ma sentiamo, conversazioni che non vogliamo sostenere, ma sosteniamo con le nostre braccia come fossero figli illeggitimi appoggiati al grembe materno dei nostri occhi arrossati, giudizi che non vogliamo dare, ma diamo, senza nemmeno un filo di vergogna per diventare opinionisti da salotto, senza nemmeno il pudore cui la paura dovrebbe consegnarti, ma persino la paura, si è fermata, anche la paura si è arenata da qualche parte e tu ti guardi attorno sbattendo i capelli che non ti decidi a tagliare nel vento infastidito dalla tua stessa presenza. E ordini caffè doppi e mandi giù pubblicità al quadrato, nuovo disco in uscita, nuovo disco in uscita, nuovo disco in uscita, nuovo disco in uscita, e ti entra in testa un ignobile ritornello, l’orribile tradimento di un passato lui sì dignitoso, quando non perdevi il tuo tempo a guardare dove gli sconosciuti appiccicano le stelle, quando avevi le mani pulite ma le guance arrossate, quando usavi il sangue per scrivere, al mattino presto, sulle tue nocchie, che non avevi voglia di andare a lezione, e oggi invece tieni le mani in tasca, al massimo ne lasci libera una per trattenere il solito giornale rubato da un vagone vuoto (risparmi sui quotidiani facendo ingiallire l’erba dei tuoi futuri), ma le tieni ben nascoste nella tasca dei tuoi jeans ancora estivi, perché tu segui gli inverni climatici, e non quelli dei calendari, ed è intollerabile vestirsi da eschimesi il 14 novembre, tutto ha una data, tutto ha una scadenza, tutto deve avere una liturgia da seguire, e le mani in tasca, nascoste, e non scrivi più col sangue e non prendono freddo, e così nessuno ti legge più le mani, e non sa se hai freddo o caldo, e non sono segnate dalle rughe ma solo dalla pubblicità delle radio con i palinsesti per quarantenni, coraggio, ci sei quasi e ti riconoscerai in quel palisensto che ora ti disconosce, ci sei quasi e poi dalla tua bocca non usciranno più nuvole pallide di vapore, come oggi, cos’è, hai freddo, no, è fumo, sto bruciando, cambia stazione. E non cambia stazione. E ancora pubblicità, e ancora convulsioni immaginate, ti immagini sdraiato per terra a pulire il pavimento con il tuo maglione a righe. Non scrivi più sulle mani con il sangue delle vene, abbiamo tutti finito di sporcarci le mani, ci infiliamo i guanti i più sfacciati, se le tengono in tasca i più omertosi, e nessuno dice la verità, e nessuno riesce a capire se battiamo i denti per il freddo o perché ci scappa da ridere o perché ci scappa. Le mani pulite eppure armadietti ricolmi di sapone, più per il profumo, che per l’igiene. I cui nemici si annidano ovunque. Anche in bagno, dove i cartelli ci riconoscono come ‘Gentili signori uomini’, e invitano ad abbassare la tavoletta, e ci spieghiamo come avere paura, la procedura per non sporcarci le mani, per non mangiarsele e per non infilarsele addosso.

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Indossi il vuoto con classe

Certe città ti si cuciono addosso, come quel paio di jeans che ti sta divinamente. Perugia è una di queste, per me. Ma anche Bologna, o Verona. E Ferrara, sì. Quando finisco per camminarci, e nell’ultimo mese è capitato, con la schiena sudata, con i piedi stanchi o con le mani occupate, avverto la netta sensazione che tutto possa tornare al suo posto, come le enormi sezioni di marmo delle chiese o degli archi etruschi, che stanno da molto più tempo dei nostri psicodrammi, hanno trovato la loro posizione e ora si lasciano placidamente corrodere dal tempo e dai gomiti della gente in attesa del bus. Insomma, quando ti gira la testa, vai a respirare la polvere delle strade in salita, e non avere paura di guardare dentro le porte.

Perugia

Qui le altre foto.

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Un anno in più

Let’s stay awake and listen to the dark.
Before the birds, before they all wake up.
It’s the ending of a play and soon begins another.
Hear the leaves applaud the wind.

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You must be somewhere in London

Lassù nel Regno Unito, specialmente in Scozia, se urti una persona è lei che ti chiede scusa, se ti fermi in mezzo alla strada sono gli altri a chiederti se ti sei perso, se stai sudando dalla pelle tutto quello che non riesci a lacrimare durante un concerto dei National, sono loro a porgerti bicchieri d’acqua. In un’intervista Matt spiega come Sorrow sia “una canzone divertente, una celebrazione del dolore“, qualcosa che ti rimane attaccato anche quando sei atterrato a Parma, intorno ci sono solo campi di grano rosolati dal vero e ineguagliabile e spartano sole italiano, e le strade sono inframmezzate di rotonde e i negozi sono più modesti e l’autista del bus ti fa salire anche senza biglietto e sei contento di tutto questo, di essere tornato, di essere partito, di avere sudato, molto più che pianto, e di non ricordarti bene se erano lacrime, o sudore, o pioggia, non importa, hai la maglietta bagnata. La paginètta (cit.) assolutamente didascalica (cit., di nuovo) delle foto (lo si può capire già dal titolo) è qui:

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