Il confronto

La settimana che verrà ricordata per le staffette tra ospedale e giri in furgone sotto la grandine di Verona trova il momento fulgido ieri sera. Mentre sono indeciso tra desiderare di più un Oki o una telefonata, c’è quello che la sera prima di pedalare di notte sui monti, ti racconta, si mette lì alla finestra di casa sua ad ascoltare «i rumori, così poi faccio il confronto tra le due notti».

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YYY

Il sollievo è entrare in un pub di Verona che sta passando una playlist degli Yeah Yeah Yeahs. È ascoltare quante notti diversi possano esistere da uno sconosciuto che sceglie di pedalare, al buio, e con la voce impacciata ti spiega come «la notte a casa mia è diversa dalla notte nel bosco». Eppure baciamo il pavimento come fosse terra muschiata, e si sentono rumori di rami spezzati in camera da letto o nella foresta. Il sollievo è un ramo che si spezza quando per un secondo accetti che non devi essere tu, stavolta, a preoccuparti di chi vuoi proteggere, ma un infermiere, tua sorella o anche nessuno. Anche nessuno. Il sollievo di scambiare il sonno per sincerità, la grandine per sassi, forse perché il cielo era infastidito dal modo in cui lo guardavo, dagli arcobaleni che entrano nei cofani scoperchiandoli e facendo saltare bambini sulla carreggiata, il sollievo è riconoscere empatia di nuovo dopo millenni, è il vento che ti fa uscire le mani dalle tasche, è il vento laterale «così forte che finisci per appoggiarti e se viene a mancare perdi l’equilibrio», è l’osservare il riconoscersi non come una gabbia ma un esercizio di calligrafia, liquido e nero e così autentico come scrivere a mano con una stilografica. Il rumore del ramo che si spezza non per bastonare una bestia ma accendere un fuoco.

categorie: 200X, Forzalavoro
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Conceditelo

In reparto, in ospedale, nella stanza accanto una donna ricoverata inizia a suonare il clarinetto. Poco dopo, altri degenti arrancano in corridoio per andare a sentirla. Anzi: a vederla, suonare. Passa da un pezzo all’altro, riesco a riconoscere solo il Bolero di Ravel. Sembra un film di Nanni Moretti.

Poi la musica finisce, con il sollievo di alcuni che della musica non sanno giustamente più che farsene. In un’altra stanza c’è una donna anziana ricoverata, sta dormendo, respiro pesante. Il marito, ancora più anziano, si piega sul bastone per issarsi dalla poltrona, e raggiungerla. Pochi centimetri, colmati a una velocità lentissima. Si china su di lei, per dirle qualcosa impossibile da percepire: sicuramente in dialetto, in una lingua che solo loro due sanno articolare per farne uscire qualcosa di buono. L’uomo è altissimo, come il tronco sottile di una robinia lasciata crescere alta ma esile, e piena di solchi, piegato quasi in due, da un capo all’altro del terreno, per un vento che ha appena iniziato a soffiare e non smetterà più. Poi si raddrizza, per ritornare alla sedia, e pronunciare ad alta voce, questa volta perché fossero gli altri, a capire, un “ma guarda lì” in ferrarese che è come i lampi di questa notte: illuminano senza fare rumore.

Il tuono arriva giorni, mesi, anni dopo, passando prima per i cigoli delle sbarre del letto, per i saluti imbarazzati al bar dell’ospedale, per un’altra suonata di clarinetto che questa volta intercetta il medico in corsia, che si ferma incredulo per poter parlare finalmente di note e non di malattia, «se me lo diceva oggi portavo il violino, signora, così suonavamo assieme», passa per tutte le vie di mezzo saltate come fossero ostacoli o recinzioni o guardrail, finendo inevitabilmente fuori strada, passa per tutti quei “cosa ci fai qui” che mi fanno quasi sentire un po’ in colpa: che cosa ci faccio io qui, che il dialetto lo mastico appena? Quando ti confesso che sto perdendo tempo, mentre sono uscito qualche ora fuori da quella gabbia di cemento perché non riuscivo più a sentire che rumore faceva la mia mente, tu mi rispondi: «Conceditelo».

categorie: Linea d'ombra
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Lo sai

Dice, una delle persone che stimo di più in tutti gli universi possibili, di se in rapporto agli altri: «se ammetto che sto male devo prepararmi alla resa finale, lo sai che peggio del fallimento, c’è solo l’apparenza del fallimento»

La letteratura ci salva la vita, ma il fatto di dover essere sempre, letteratura, per poter interagire con gli altri, all’inizio, alla fine, (soprattutto all’inizio), e anche durante, di doversi sempre presentare come letteratura quando si parla, si scrive, si incontra, non si incontra (il più delle volte), è un’altra di quelle cose che è sfuggita di mano.

La luce nel disastro è sempre quella cui voglio più bene.

categorie: Forzalavoro, Linea d'ombra
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Nivolet

Colle del Nivolet. Sabato di agosto, uno dei quattro-cinque giorni lontano dal computer che l’anno ti concede. Ad un certo punto della salita decido di lasciare l’auto e proseguire a piedi, mi sembra molto più onesto così. Salgo da solo fino a 2600 metri, in cima a un passo che non unisce ma divide, la strada infatti non è mai stata asfaltata sul lato valdostano così bisognerà poi tornare indietro. C’è abbastanza vento per farmi ricordare praticamente ogni cosa della mia vita. Poi arriva il momento di scendere, e quando penso che finora non ho incontrato nessun altro camminare da solo in montagna, incrocio per caso una donna anche lei silente lungo i tornanti. Racconta che è appena stata licenziata da un call center, che è mamma di una bambina con una malattia rara, che si è separata, che ci penserà a tutto, ma «dopo Ferragosto». Chissà se ha iniziato.

La pagina lenta delle foto lente, una delle poche cose che resistono, qui:

Colle del Nivolet 2017

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Ventidue volte

Scrivo in tedesco a un ufficio turistico di una regione lontana, non so il tedesco, copio e incollo frammenti che traducono le mie parole passate, carico su un furgone fusti di birra non terminati e frigoriferi vuoti, mi invento una nuova retorica su qualcosa che di retorica non ne avrebbe proprio, rassicuro sconosciuti al telefono sulla loro capacità di condurre una presentazione con uno scrittore, entro in un ufficio postale, ancora, questa volta però scegliendo una raccomandata con ricevuta di ritorno, invece dell’anonima e innocua spedizione semplice, perché è vero che la mia libertà finisce dove inizia la tua, ma il mio fegato finisce dove inizia il tuo, evito di far emergere lo strisciante razzismo implicito nei discorsi di un barista della mia città, che mi spiega come il problema dell’estate non saranno le zanzare pronte a proliferare grazie alla siccità, no, saranno «le zanzare portate dagli immigrati, riporteranno la malaria», come se in queste zone la malaria non fosse stata impiantata proprio dagli autoctoni che ora hanno paura, come se la malaria fosse una valigia, fosse un oggetto da nascondere in uno zaino, facciamo riunioni sulle panchine a fianco di neolaureati che stanno proteggendo un platano con sacchi del pattume, prima di devastarlo con uova, farina, alcol e la retorica del celebrare, quando invece non è rimasto più niente, comprese le celebrazioni, quando ogni parte del mio corpo vorrebbe ritornare indietro, quando invece finisco dentro una chiesa al momento chiusa in fase di restauro, con la navata centrale completamente nuda e sgombra, con i banconi tutti rimossi e il marmo levigato come un mare calmo che si infrange contro la parete dei teli di plastica a proteggere Cristo e l’altare dalla polvere e dai miei profani tentativi di cambiare il futuro, quando mi spiegano che se mi piazzo sotto il punto di confluenza degli archi, e batto forte le mani, sentirò l’eco per ventidue volte di fila, se batto bene le mani, ma appena si girano dico piano il tuo nome, ad alta voce, e l’eco non si sente per ventidue, ma per ventiduemila volte. Senza ritornare a terra.

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Sopporto solo una cosa

Seduto in ufficio, tre telefonate altrui diverse in corso, tu sei nel mezzo, le maniche della camicia arrotolate, le mani leggermente infreddolite, gli auricolari ormai consumati e difettosi ben infilati nelle orecchie ad ascoltare questa prefazione letta da Servillo con gli occhi che si spalancano, man mano che l’ascolto procede, e poi iniziano a serrarsi, sempre di più, percepisco le ‘sc’ acquose, le elle unte, le riconosco tutte, sempre di più, sempre di più, fino a diventare due tagli.

 

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Arco

La toponomastica di Arco è eloquente. Cammini per le vie del centro storico e ti imbatti in Vicolo Stretto, Cieco, Doppio, Tortuoso, Erto. Ne capisci l’origine, dei nomi, percorrendoli. C’è anche Vicolo Umido, mi chiedo a voce alta «e questo chissà come mai si chiama così» proprio mentre sta passando un anziano lì residente, che non resiste, forse aspettava questa domanda da una vita intera, e si ferma, si gira e mi spiega, in dialetto: «’Umido’ perché un tempo i gabinetti delle case dei ricchi perdevano, e allora tutta la strada si allagava, era piena d’acqua».

Arco è la cittadina del Trentino in cui siamo finiti a lavorare oggi. Il lavoro consiste, come talvolta capita, in un’improvvisazione estrema: ideare un video promozionale senza aver visto prima il contesto in cui avremmo girato, né la persona protagonista del filmato. E soprattutto, senza sapere come si girano, dei video: non è il nostro mestiere. Eppure ci tocca improvvisare, è una di quelle cose, come l’afflato per la tensione nervosa che divora ma dona anche vita, anzi, giustifica l’esistenza stessa, che perpetua la dicotomia tra quello che ti tiene in piedi e quello che i piedi te li sega. Improvvisare con il trascorrere degli anni ha lo stesso effetto che hanno le salite in bici: una volta più sangue sputavo e più volevo sputarne, ora mi fanno solo venire mal di testa. Così, mentre passeggiamo per le strade di Arco disarmati perché stiamo facendo un lavoro che non è il nostro e dobbiamo inventarci nel giro di qualche ora un modo efficace per estorcere una dichiarazione genuina da una persona sconosciuta, la testa si contorce, si spreme, e penso che vorrei restarci per sempre, a pochi chilometri da un posto dove ci sono adesivi di cuccioli di tigre sbiaditi attaccati ai portoni o bacinelle di plastica abbandonate alle fontane, ma soltanto per non improvvisare niente. Invece mentre azzardo a toccare i lenzuoli stesi da un balcone per ricreare (improvvisare) l’effetto del vento, esce subito la padrona di quei lenzuoli a ritirarli dentro, anche se non erano affatto asciutti. Arco è la parabola disegnata dalla mia testa che avverte dietro l’angolo il momento in cui verremo scoperti, che il mondo si accorgerà che questo non è il nostro mestiere, è il punto in cui nasce e finisce l’arcobaleno dell’improvvisazione e nel cielo scende il buio di un ospizio a Riva del Garda, qualche chilometro più a sud, a stare seduti per sempre a guardare il lago chiuso dalle pareti rocciose, a bere un Chinotto, a non tornare mai più a casa.

Durante l’improvvisazione si finisce nel Parco Arciducale, un giardino zen trapiantato nelle Alpi, adornato da un manto erboso perfettamente tagliato, canne di bambù fitte come sull’isola di Lost (ma senza Vincent che sbuca dalla foresta, ha smesso di improvvisare pure lui, probabilmente), e gli alberi che si aprono sulle nostre teste e lasciano precipitare un cielo sereno. C’è un laghetto, anche, dentro il parco di Arco, dove gli abitanti vanno ad abbandonare nell’acqua rancida e ferma i pesci rossi, che finiscono per crescere indisturbati. Una frase che non finirà nel video promozionale è questa: «Hai presente i pesci rossi? Di solito sono costretti a vivere in vasche di trenta centimetri. Ecco, immaginati pesci rossi liberi di crescere a dismisura». E sotto il pelo dell’acqua ci sono i pesci liberi di crescere, lunghi dieci, venti, cinquanta centimetri, con i colori tipicamente sgargianti ma dalle dimensioni assolutamente sproporzionate, e sono tantissimi, fitti, ed alcuni superano il metro di lunghezza. Poco lontano una bambina a piedi spinge giù correndo per la discesa la compagna su una carrozzina, improvvisando l’amicizia, mentre nel laghetto si improvvisa l’orrore grottesco della libertà. Finiscono le riprese, infiliamo la camera nello zaino, richiudiamo il cavalletto, e mentre risaliamo i tornanti verso la val d’Adige, scappando dai pesci rossi liberi, non vorremmo altro che rimanere lì per sempre, a vedere come tramonta il sole, sul lago, come crescono le persone fuori dalle vasche di vetro, di che colore si diventa, a non sapere mai le risposte.

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Sarà che non esci da mesi sei stanco hai finito i respiri soltanto

Un festival è come l’estate, ti porta lontano senza andare da nessuna parte. Un festival è come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, quando la tirano lunga, così lunga, ma senza cedere di una nota e sembra che potrebbe durare per settimane e poi nel finale cede di schianto, disarmata e disarmante. Un festival è come un inverno che dura da mesi in cui tutto il resto, vita compresa, viene dopo: prima c’è quell’errore da correggere nel comunicato, una sezione da aprire sul sito, un’altra ingiustizia da masticare, un altro aiuto per cui ringraziare, un proiettore da trovare la domenica mattina quando la città è divisa a metà dalla maratona e la tua testa dalle poche ore di sonno. E quando finisce, rimani tu e la tua vita, rimasta ferma esattamente al punto in cui l’avevi lasciata, sullo zerbino all’ingresso, calpestata da tutto l’andare e tornare di casa di questi mesi senza sorrisi e senza respiri, in cui finisce per cercare conforto, finisci per citare a tradimento anche Tiziano Ferro per provare a infondere fiducia in fotografi che devono presentare i propri lavori.

Un festival è tutto quello che poteva succedere e non è successo, è ritornare sulla Terra dall’orbita lunare di notti passate davanti a Illustrator, di amici che ti chiedono dove sei finito, di domande che ti piovono addosso proprio quando non era mai il momento. Un festival non è mai un momento, e serve a scrollarti di dosso tutto ciò che hai di prezioso (meno i ricordi), rimanendo soltanto con i calzini sporchi in mano e capelli troppo lunghi da tagliare.

Ritorni a casa e rimani stordito, quando la sequenza di viaggi interstellari cessa improvvisamente, e ti rendi conto che non hai trattenuto nulla, nessuna delle splendide persone che hai conosciuto in questi giorni è rimasta, sono ripartiti tutti, e quelli che dovevano tornare hanno messo in piedi, altrove, un festival sulla coerenza. Hai tenuto tra le mani consumate da chiodi, nastro adesivo, inchiostro, polvere, calcinacci, improvvisazione e verità, soltanto un’unica lezione, appresa proprio mentre dai il giro di chiavi finale: ed è sugli asteroidi da schivare mentre si fa ritorno sulla Terra, quando l’ultimo viaggio interstellare è concluso. La riconoscenza verso essersela scampata è scolpita sulle lenti appannate dei tuoi occhiali dalle parole di Massimo Mastrorillo su Aliqual, il progetto dedicato a L’Aquila terremotata, che rimbalzano come un Supertele desaturato sulle lamiere di un garage dentro un’ex caserma dei Vigili del Fuoco:

Se devi scegliere tra due storie quella da raccontare, prendi quella che non ti piace: perché sarai costretto a trovare una soluzione.

Queste, sono le parole che rimangono, di un festival in cui ti ritrovi a presentare la mostra che tu stesso hai scelto, che il giorno prima, a riguardarla appesa sui mattoni consumati di un giardino segreto, ti faceva singhiozzare silenziosamente dentro di te, rompendo quei pochi cocci rimasti ancora da frantumare. La mostra di un fotografo di Sulmona, lo stesso posto in cui avevi lasciato la tua macchina rotta a Ferragosto per una settimana, e in cui eri ritornato a riprendertela il giorno di un altro terremoto, camminando a piedi dalla stazione all’officina passando tra erba alta, marciapiedi morsicati dalla statale, il cielo illuminato così schietto e ruvido e dolce come solo in Abruzzo sa essere, d’estate. La storia che non ti piace è piena di coincidenze, dello stupore di quel fotografo al bar che ascolta il tuo racconto su pedali dell’acceleratore rotti, e di ringraziamenti e di terremoti, ed era iniziata forse anni prima, anni di altri terremoti ancora, a te più vicini, che ti ritrovi a spiegare a giornalisti sulla tua auto ora aggiustata mentre li guidi in una città che fatichi a riconoscere, e infatti finisci per perderti di notte. La storia che non ti piace sei tu che l’hai scelta, in questi mesi di inverno che non finiscono mai, che iniziano dalla fermata della metro ‘Salvator Rosa’ dalle pareti rosa e da scale mobili interminabili per raggiungerne l’uscita, dall’edicola aperta la domenica mattina con l’edicolante che esce dal gabbiotto per mostrarmi la via più breve per raggiungerla, prendendomi sottobraccio con quella complicità ormai lusso soltanto tra sconosciuti.

Bisogna nuotare per un’estate intera, per arrivare alla fine di un festival o all’inizio di una storia che non ti piace e che ti costringe a trovare una soluzione invece che ammirare «l’estetica del disastro», in una definizione che Gianpaolo Arena applicava all’indagine fotografica sulla tragedia del Vajont ma che sembra così calzante per questi tempi, i nostri tempi. E rotoli giù, come un sabato sera di fine luglio in cui gioca la Nazionale, finendo dentro un girarrosto poco prima dell’incrocio con via S. Teresa degli Scalzi, quando sei solo come soltanto alla fine di un’estate di cui prenderai tutto e non rimarrà nulla puoi essere, come alla fine di un festival, come all’inizio di una storia che non ti piace e ti condanna per gli inverni a seguire a trovare una soluzione.

Un festival è la ricerca continua, di una soluzione, è la terapia che usano coloro che non vanno in analisi per vedere cosa rimane, quando l’alta marea si ritira dalla spiaggia, vedere cosa ha resistito alle onde delle nostre imprecisioni e alla furia delle nostre passioni, vedere cosa è rimasto aggrappato alla sabbia bagnata che non è stato inghiottito dai bilanci, dai saluti, dagli interventi chirurgici alle madri rinviati, dal congedo umano dallo stress in cui anni prima saltavi dentro e ora invece lo tieni per mano. Un festival è dare un nome allo stress, addomesticarlo, farsi addomesticare, definire una lingua dei segni che non ha bisogno di suoni per esprimere concetti ma soltanto di gesti: un calcio alla sedia nel tuo ufficio quando non trovi quello che stai cercando, un labbro morsicato nell’ultima fila del cinema, un’imprecazione la sera prima quando scopri un imperdonabile errore, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi torto, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi ragione, la gratitudine eterna, la solitudine della primavera.

Un festival è il rinunciare a tutto il resto, in nome di questa soluzione, e quella distanza insanabile tra te e la soluzione. La mostra che hai scelto è un progetto di un fotografo su Monia, sua sorella disabile, che avevi notato anni prima, e che ora ti ritrovi spiegato dallo stesso autore che ti guarda in faccia emozionato quanto se non più di te: «Può passare una settimana senza che mia sorella faccia qualcosa, ma poi capita, e io devo essere pronto a scattare in fretta». Un festival è essere pronto a scattare in fretta, ritrovarsi ogni giorno a fine giornata a pensare di sé stessi quello che quel fotografo pensava di sua sorella, «di conoscerla bene, e invece non ne sapevo nulla», come l’estate, in cui sai tutto, di giorno, e di notte non sai mai nulla, come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, in cui pensi ora finisce, e invece non finisce, come le soluzioni, che credi di trovarle, e invece sono sempre loro che trovano te: «Pensavo che a mia sorella mancasse qualcosa, e invece lei ha tutto quello che le serve per essere serena, è solo qualcosa di diverso dai nostri bisogni».

Un festival è la serenità degli altri, è andare avanti fino a quando ci sarà il bisogno di comprendersi, l’uno con l’altro, come il progetto su Monia mai avrà fine, «perché per ogni domanda su mia sorella cui trovo risposta, se ne aprono altre su me stesso». Sulla spiaggia, alla fine di un festival, quando la marea si ritira, rimani solo tu, e una soluzione che non ti piace.

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La fantascienza

Credo di aver capito perché cerco (sebbene sporadicamente) di tuffarmi almeno fino alle ginocchia nel primo film di fantascienza che passa in zona. La fantascienza rende molto insignificanti le umane vicende, e al tempo stesso amplia esponenzialmente la portata del più piccolo gesto. Per spiegarla facile: quando piovono alieni dal cielo, noi smettiamo di contare qualcosa, ma al tempo stesso Hollywood ci regala il premio di consolazione, donando un potenziale narrativo rilevante alle nostre azioni. Scelgo di procedere alla visione di Arrival nel momento più inopportuno, per paura di mancarne la visione, andando in un multisala zeppo di giovani coppie e gruppi di amici più giovani o meno silenziosi di me. E scelgo di andarci di sabato sera, che per un multisala è come la domenica pomeriggio per il campionato di calcio. La temperatura in sala cresce con il passare dei minuti di trailer e pubblicità che precedono la visione, «circa 25», come recita il biglietto, e mi ritrovo compresso nelle poltrone centrali, circondato da corpi, giacche appoggiate sugli schienali, considerazioni e silenzi altrui. «Forse è troppo», penso al 24esimo minuto circa di attesa, e poi inizia il film e finisce questa storia.

Quella che invece non finisce mai, riprende mentre rientro a casa, e ripenso a come era iniziato, questo sabato. Un sogno che finisce a metà mattinata, all’interno della villa di una famiglia che ero convinto di conoscere, nei suoi componenti molti anni prima. Madre, padre, le due figlie e gli altri ospiti della casa, che mi chiedevano come erano andati questi anni, e come stava S, colui che ci aveva presentati anni prima. E per la prima volta nella mia vita mi sono svegliato da un sogno senza nessun dubbio sulla veridicità del contenuto. Quella famiglia esisteva, restava solo da stabilire quando l’avevo conosciuta. Solo dopo molte ore, quando mi son deciso a chiedere direttamente a S, mi sono sentito rispondere: «ma di chi diavolo stai parlando?». E confesso di essere stato fiero di me, anni di pratica a rimanere intrappolato nei sogni finalmente iniziano a dare frutti concreti, tangibili, a condizionare non le mille altre esistenze parallele, ma questa terrena, presente, offrendomi ore di compromesso esistenziale in cui mi lavavo i denti ed ero convinto di ciò che avevo sognato, un «gioco a somma zero» dove tutti ci guadagnavano qualcosa: i sogni, la realtà, il mio degrado cerebrale. Una giornata che finisce leggendo teorie linguistiche introdotte in un film di alieni che non è sugli alieni eppure parla con gli alieni, che ti costringe a credere, ai tuoi sogni, e alla realtà, e ad accettare che quello che manca, prima di tutto, sono le parole per descrivere ciò che accade. La sera prima ancora, le parole le avevo trovate, scrivendo la solita lettera bruciata: «stiamo morendo mentre tu non torni», e non c’era davvero niente di tragico. Erano solo le parole giuste, perfette, venute alla luce smuovendo la terra bagnata dalla prima pioggia dopo due mesi invernali di siccità, disegnate sputando fumo nero sul vetro del parabrezza dell’auto. Perché è vero e prima di tutto banale, lapalissiano, che si sta morendo, tecnicamente, perché è vero, che le nostre vite sono in mano a qualcun altro, perché è vero, che niente torna. La fantascienza riesce a rendere universale la mia stupida pervicacia nel rimanere ostaggio del cavallo sbagliato, le fughe nelle librerie dove si finisce a contare i carrarmati del Risiko portatile, i discorsi dettati alle note vocali del cellulare, le piadine fatte in casa troppo morbide per essere vere, l’accordo con la chitarra elettrica imparato grazie all’Xbox, le promesse che sono le ultime verità rimaste, la tua assenza.

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