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	<title>In Our Bedroom After The War</title>
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	<description>Il blog di Attimo &#124; Ciccsoft.com</description>
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		<title>Le nonne e le ruote</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 12:39:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sento le scarpe pesanti, molto pesanti, e quindi come Desmond scendo dentro la botola, cerco il libro dove ho nascosto la foto di Penny e tiro fuori la chiave. La mia chiave dentro il libro si chiama bicicletta, la &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/05/12/le-nonne-e-le-ruote/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sento le scarpe pesanti, molto pesanti, e quindi come Desmond scendo dentro la botola, cerco il libro dove ho nascosto la foto di Penny e tiro fuori la chiave. La mia chiave dentro il libro si chiama <em>bicicletta</em>, la mia bicicletta rossa con il nastro adesivo sul manubrio, e ora che ho le scarpe e le mani e il cuore molto pesanti ne avrei davvero bisogno. Apro la porta della rimessa, e non la vedo, la mia bici rossa. Vedo solo ragnatele, plumini, e carriole. La mia bici rossa, la mia chiave nascosta dentro il libro, l’ultima arma finale per salvare l’Isola, è sommersa dalle carriole.</p>
<p>Ho smesso di pedalare e non ne ricordo nemmeno il motivo. Ho lasciato che la mia bici rossa venisse sommersa dalle cose che non mi appartengono. E sopra di me un sole impietoso, chè sembra di essere nel futuro, ma non troppo lontano, senza astronavi o pre-cog, no, un futuro abbastanza vicino, tipo il 2020, con un sole ancora più luminoso e impietoso di adesso.</p>
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		<title>Arriveranno presto si prenderanno anche il silenzio</title>
		<link>http://attimo.ciccsoft.com/2012/04/27/arriveranno-presto-si-prenderanno-anche-il-silenzio/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 11:36:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un giorno di Resistenza. Uno solo? (o anche: l&#8217;insana passione per Corradino Mineo)  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Casa Cervi 25 aprile 2012" href="http://attimo.ciccsoft.com/casacervi2012">Un giorno di Resistenza</a>. Uno solo?<br />
(o anche: l&#8217;insana passione per Corradino Mineo)</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter" src="http://attimo.ciccsoft.com/casacervi2012/casacervi-banner.jpg" alt="Casa Cerci 25 aprile 2012" /></p>
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		<title>Domani non ti chiederò nulla domani ti chiederò tutto</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 22:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le domande, io le domande non le ho mai sapute fare, impostare, me le dimentico pure e mi tocca segnarmele vilmente sopra un quaderno, come a scuola, e cerchiare i punti interrogativi, per renderli ancora più evidenti nel loro essere così &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/04/26/domani-non-ti-chiedero-nulla-domani-ti-chiedero-tutto/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le <em>domande</em>, io le domande non le ho mai sapute fare, impostare, me le dimentico pure e mi tocca segnarmele vilmente sopra un quaderno, come a scuola, e cerchiare i punti interrogativi, per renderli ancora più evidenti nel loro essere così disarmanti e disarmati. Le <em>premesse</em>, alle domande, quelle so farle, eccome, ma le domande non riesco proprio, vorrei chiedere tutto e finisco per non chiedere nulla, e questo è solo uno dei quarantasette motivi per cui ho smesso di fare il giornalista.</p>
<p>E come un reduce, come un partigiano che ha fatto la Resistenza, continuo però a partecipare a tutte le celebrazioni del mestiere più bello e crudele del mondo (strappare la verità alle persone, alle cose, alla vita, estorcerla, spiegarla, dipanarla, mostrarla, non c’è nulla di pudico e rispettoso, nel giornalismo, e anche per questo (non) ci piaceva farlo), continuo ad andare elmetto in testa e maglie riconoscibili addosso a questi festival autoreferenziali, che sono bellissimi, sia chiaro, organizzati in città bellissime e inadattissime. Ci passerei le settimane ai festival pieni di dispositivi apple, rete wifi potenzialmente aperte (ma non funzionanti), buffi e bellissimi ragazzi che sembrano più giovani di me e hanno già reinventato la professione il numero di volte in cui io l’ho rimpianta, passerei tutte le sere ad ascoltare riflessioni puntuali, disamine puntuali, spiegazioni puntuali, continuo a partecipare come gli Alpini alle adunate annuali, ricordandomi che non sono uno di loro e non vorrò più esserlo. La <em>separatezza</em>.</p>
<p>Le domande non le so fare, ma le premesse, invece. Oggi ho fatto due domande, una seria, ché quando ho risentito risuonare nella sala a numero chiuso la mia voce diffusa dalle casse, per un secondo ho avuto voglia di svenire in mezzo alle sedie a numero chiuso, e poi, quando praticamente tutti se n’erano andati, a parte uno che doveva lasciare un biglietto da visita, e una che aveva fretta ché doveva fare un’intervista e un’altra che invece “tiricordiabbiamostudiatoassiemealpolitecnico”, rimanevo io, braccia conserte, con questa seconda domanda, molto meno seria, che mi friggeva nella pancia da circa tre quarti d’ora, praticamente da quando l’oratore aveva ammonito sulle difficoltà del suo lavoro, e di quanto potesse essere pesante (“pesante”, cit.), la fase iniziale della raccolta dei dati, il riuscire a ordinarli, di disporli in modo da organizzarli e raccontare una <em>storia</em>. Dipanare la matassa, come direbbe uno che gira con i biglietti da visita nel portafoglio (io ne ho ben due, ma non sono miei, peraltro, giro con i biglietti da visita di chi voglio bene). La premessa era perfetta, la domanda insomma, ho buttato il cuore avanti e ho precisato “questa domanda che sto per farti è molto informale e non mi sembrava molto adatta al microfono, in un contesto un attimo più formale”, e lui ha sorriso, e io ho fatto la domanda, non seria, e lui mi ha risposto serio, ancora, per la seconda volta, e io lo incalzavo, volevo il dettaglio non serio, dai, siamo solo tu e io, tu hai disegnato la cosa più bella graficamente uscita in Italia negli ultimi trent’anni, e io invece ho inventato il rimpianto più grande degli ultimi trent’anni in Italia, ma niente, non si sbottonava la camicia e nemmeno il cardigan, tutto abbottonato, lindo, essenziale, impeccabile, aveva preparato delle slide così impeccabili ed esteticamente belle da farmi mettere a piangere, volevo urtare con il gomito i miei vicini di posti a numero chiuso, guardate, non è drammaticamente bello e soprattutto così definitivo, che cosa vuoi aggiungere, qualsiasi ulteriore dettaglio, un viraggio di colore, una linea, una parola una smorzatura sarebbe deflagrante. Provo a ricordargli della carta e della penna, vorrei che mi dicesse quanto si entusiasma quando può usare quel codice Pantone o quel pennello di illustrator, ma niente, il lavoro di gruppo è importante, avere il quadro d’insieme delle cose è fondamentale, allora insisto, dimmi quando ti viene in mente l’idea della copertina, da solo magari, quando sbatti contro lo sportello dell’armadietto del bagno al mattino mentre ti radi, ma non si smuove, anche lui resiste gandhianamente, come Collini, e non mi cede scabrosi dettagli, e io alla fine mi arrendo, alla mia incapacità di saper fare domande, gli dico grazie, e mentre attraverso la sala ristorante dell’albergo, con le etichette dorate a indicare i nomi delle pietanze (“Verdure fresche”, “Verdure grigliate”), con i piatti immacolati, la ceramica bianca come una pagina di un giornalista timido, ripenso alla mia domanda, la seconda, quella poco seria, “Qual è la parte più divertente?”, ti ho chiesto, e penso che ho osato fin troppo, chiederti il tuo segreto, e forse non avrei saputo rispondere nemmeno io, al tuo posto.</p>
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		<title>Domani non ti dirò nulla domani ti dirò tutto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 02:13:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando abbiamo iniziato a permettere agli altri di poterci dire tutto? Non me lo so spiegare, dice Max e te lo dico io, mentre dormi, la cosa che mi colpisce di più, degli Offlaga Disco Pax, non è la nostalgia o l’ironia (“Forza Spal”, urla uno dal pubblico, “Tua sorella”, risponde pronto l’agente immobiliare che si fa menare per difendere i soldi della borghesia) o il socialismo o le lacrime tascabili, no, è la laconicità, è una resistenza gandhiana alle cose brutte che avanzano ancora più in fretta dell’ingiustizia sociale o della toponomastica stuprata, è questa consapevolezza che qualcosa (ma cosa? ma quando?) ci è sfuggita di mano. “Ci hanno davvero preso tutto” non è un urlo o uno slogan ma una vecchina che inciampa sul marciapiede in una via nascosta del centro, e il cane che le lecca il viso rigato da silenziose e composte lacrime, e lei che non si capacita come sia stato possibile, che abbia perso l’equilibrio, esce tutte le mattine senza bastone, eppure si ritrova un taglio in fronte, eppure non sta chiedendo aiuto, raccoglie le sue lacrime nelle tasche del vestito consumato, e si rialza, ed entra in casa e si richiude la porta dietro di sè. E basta. Le cose brutte che erano incongruenti e prima ancora insostenibili per non dire strane, addirittura belle, avanzano in fretta, trincea dopo trincea, e noi arretriamo, chiniamo il capo, lasciamo loro fare, fino ad arrivare alle tre di una notte qualsiasi dove fa ancora dannatamente abbastanza freddo, a chiederci quando abbiamo iniziato a concedere di tutto, agli altri, e a noi niente? Noi che ci prendiamo tutto, quello che ci capita, e non rubiamo nulla, alle circostanze, un modo molto codardo ma appunto sincero di descrivere questo mercato equosolidale di organi in movimento (dunque vitali?), e dove sincere non sono le intenzioni, ma le paure, le voglie, tutto quello che nasce dalla pancia e dai piedi, e non dai capelli, ché quelli si possono sempre tagliare, ma le mani e le nuche no, quelle sono inderogabilmente sincere. Quando abbiamo smesso di ascoltare dischi per stropicciarci gli occhi (chi porta le lenti non si ricorda più quanto sia bello farlo, anche per questo tengo gli occhiali), quando abbiamo smesso di tagliarci i capelli per farci accarezzare, quando abbiamo iniziato, voglio sapere il momento esatto in cui abbiamo iniziato a permettere di diventare tutto per gli altri, e niente per noi. Quando esattamente ci lasciamo invadere le caselle di posta elettronica di malafede elettronica, di amori elettronici, di gelosie elettroniche, di equivoci elettronici, quando abbiamo smesso di spaccarci le ossa, di tagliarci le vene, infilarci le dita negli occhi e fare trecce dei capelli e delle viscere? E’ così che ci avevano insegnato a vivere, in fondo, a non considerarci bestie da addomesticare, ma tutti quanti gocce, in picchiata dalla stessa nuvola, e invece siamo finiti a litigarci il cielo come fiocchi di neve impazziti. </p>
<p>E invece, da domani andrò a vedere Corradino Mineo, ben due volte, porterò a spasso cani, ben più volte, mi ricorderò delle torte schiacciate dentro pietre dai nomi buffi, proverò a sistemare le cose, non scriverò una parola, trasformerò il silenzio da virtù a necessità, andrò a benedire caselli autostradali con il sudore della tua fronte che hai lasciato sul vetro, e soprattutto, abbandonerò, loro sì, tutti i nostri Quando ai lati della carreggiata.</p>
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		<title>L&#8217;altra sponda</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 20:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I fiordi norvegesi non li ho mai visti, ma assomigliano molto alla definizione di “erosione della parete interna del fegato”. Sono quella cosa meravigliosa eppure sadica: tu arrivi da una sponda, altissima, al di sotto scorre il mare, blu e &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/04/22/laltra-sponda/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://attimo.ciccsoft.com/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/fegato.jpg"><img src="http://attimo.ciccsoft.com/wordpress/wp-content/uploads/2012/04/fegato-300x199.jpg" alt="" title="fegato" width="300" height="199" class="aligncenter size-medium wp-image-1794" /></a></p>
<p>I fiordi norvegesi non li ho mai visti, ma assomigliano molto alla definizione di “erosione della parete interna del fegato”. Sono quella cosa meravigliosa eppure sadica: tu arrivi da una sponda, altissima, al di sotto scorre il mare, blu e freddo, e a poche centinaia di metri di distanza, sbattuta in faccia, c’è l’altro versante, che ti sembra vicino quasi da toccarlo con il dito, o il naso, se ti sporgi abbastanza. Eppure, per poterlo raggiungere con le proprie gambe, bisogna risalire il fiordo, per chilometri e chilometri, fino a quando l’acqua si rassegna alla terra, e si chiude, e poi di nuovo, percorrere l’equivalente distanza per arrivare praticamente al punto di partenza. Dall’altra parte del mare, ma dove ancora senti l’odore del tuo fiato provenire dall’altra sponda. I fiordi norvegesi hanno a che fare con la bellezza e la pazienza, due cose che non c’entrano nulla tra di loro anche se fanno lo stesso male ai fegati e agli occhi allo stesso modo, mentre invece il canale su cui abito io riguarda soltanto la pazienza, e forse neppure quella. La mia casa è abbarbicata sopra un argine di un diversivo, un corso d’acqua artificiale ricreato dall’ingegno (?) dell’uomo ricalcando l’antico e originario corso del Grande Fiume che ha portato la terra sotto ai nostri piedi. Diecimila lunghissimi anni dove il fiume paziente e silente radunava la pianura su cui saremmo nati e avremmo imparato a sbagliare, per poi farcela portare via, la terra sotto ai nostri piedi, da un battito di ciglia, una mail inviata, un documentario in televisione. E rimanere a galla fino alle caviglie, per i diecimila anni successivi, in quello che sembrava più il Vietnam, della Pianura Padana, un posto dove le guerre finiscono e tu vieni congedato, e ti ritrovi alcolizzato e drogato a guardare partite di football. Con la barba lunga che cresce sul mento, sulle mani sui polsi, come alghe a coprire di vergogna i fondali marini, come muschio là dove il sole ha smesso di battere, o tu di seguirne le orbite spaziali, cresce persino sulle pareti interno del tuo fegato. Io abito lì, sopra un argine, e vedo un canale scorrere, e dall’altra parte è tutto verde, metri e metri di campi finora dimenticati dalle famiglie che vogliono mettere su casa, dove il futuro esiste e resiste ancora soltanto in termini di spazio visivo e non mutui da pagare, figli da mandare a scuola, matrimoni da sistemare. Oltre i campi, ci sono abitazioni abbandonate da quando sono nato, eppure non ancora crollato, hanno le finestre rotte, muri scrostati, sono enormi case di campagna, una volta era tutta campagna e ora è tutto verde, ancora, lì, di là dal canale, a pochi metri dal mio fiato. Oggi mi sentivo le scarpe pesanti, e per arrivare dall’altra sponda ho preso la macchina e ho fatto chilometri: non ci sono ponti in prossimità del mio fiato, e una via periferica della pianura padana è diventata un fiordo norvegese, con un canale artificiale inquinato e imbolsito al posto del Mare del Nord, e al posto delle montagne, delle muraglie a picco, palazzine a due piani, piscine scavate fra due capannoni dismessi, una villa bianca, una fabbrica di budino fallita, il cui padrone si è impiccato qualche tempo fa, rotonde e semafori e distributori chiusi i cui parcheggi sono assaliti dalle auto delle famiglie che vanno alle giostre del Santo Patrono, una parrocchia nuova e volgarmente bella, spacci di carne, di nuovo rotonde, piste ciclabili a picco sulle strade, cartelli di proprietà privata e di ‘vietato entrare’, scavalcati impunemente da cani e padroni di cani. Abito su un fiordo norvegese e me ne rendo conto solo ora, quando per arrivare a scorgere il cartello ‘pericolo di crollo’ su quella casa ci ho messo anni, percorrendo chilometri quando sarebbe bastata qualche bracciata a nuoto, bagnarsi le mani, invece di sporcarsele, abito su un fiordo norvegese immerso nella Pianura Padana, quando ci metto minuti per sentire le spighe di grano verdi fluire sotto il palmo della mia mano ingorda, che li accarezza ma intanto li ordina di rimanere così come sono, rimanete verdi, spighe di grano, e non diventate gialle, mature, alte, non copritemi l’orizzonte e rimanete sempre verdi, come le scarpe che non comprerò, come la mia bile, il mio fegato e come le fronde degli alberi che sopra di me osservano telefonare a casa, dire solo “esci sul balcone un secondo”, vedere lo sguardo spaurito di mia sorella, che guarda dall’altra sponda verso di me, e per un attimo non mi vede, e io vedo comunque la mia vita lì, a pochi metri di fiato da me, e gli alberi sopra che guardano silenziosi, severi, porgendomi rami stupidi per appoggiarmi mentre  le scarpe diventano sempre più pesanti, e tira un sacco di vento che sembra davvero la Norvegia, e il sole è così ancora basso che sembra davvero il Circolo Polare Artico, e io sudo così tanto, e sono così pallido che mi sembra davvero di averlo attraversato a nuoto, questo canale artificiale, chissà in norvegese come si chiama, Volano, lo chiamano qui, secondo me in Norvegia si chiama Fegato.</p>
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		<title>L&#8217;estizione della razza umana dopo In Rainbows</title>
		<link>http://attimo.ciccsoft.com/2012/04/05/lestizione-della-razza-umana-dopo-in-rainbows/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 12:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’erano questi occhi azzurri, di fronte a me, ad un certo punto, due occhi azzurri conficcati in un cranio dalle gradevoli sembianze, un cranio dolce, levigato, appropriato, mite, che avrebbe sciolto qualsiasi senso di sconfitta e fatto dimenticare tutte le &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/04/05/lestizione-della-razza-umana-dopo-in-rainbows/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’erano questi occhi azzurri, di fronte a me, ad un certo punto, due occhi azzurri conficcati in un cranio dalle gradevoli sembianze, un cranio dolce, levigato, appropriato, mite, che avrebbe sciolto qualsiasi senso di sconfitta e fatto dimenticare tutte le frasi inappropriate che abbiamo partorito negli ultimi nove mesi. Ma il cranio era attaccato a un braccio, minuto, certo, che terminava però con una mano fasciata, il gesso a tenere ferma una frattura, a reggerle il viso in una posa quasi annoiata, a trasformare una mano in un soprammobile della bellezza di una ragazza troppo giovane per pronunciare frasi inappropriate, l’ho aiutata a issare lo zaino su, in alto, a tenere i mattoni sopra la sua testa, e quando mi ha detto grazie ha usato un tono di voce così sgradevole, così inadatto, a quel corpicino grazioso come un laghetto di montagna, così pesantemente dialettale, così ruvidamente sgraziato, che io le ho sorriso e basta, e mi sono ricordato di tutte le volte che scrivo nè con l’accento sbagliato, grave, greve, come si dice? Non lo so, lo scrivo male da quando sono nato, per imparare a usare il giusto accento perlomeno su perché ho dovuto cambiare lavoro, per dire, ma ora che non ho più l’età nè per amare nè per fallire tantomeno per cambiare lavoro ancora, ché in fondo il confine tra le due placche tettoniche è sottile e la deriva dei continenti le fa traslare una sotto l’altra provocando maremoti nelle nostre tazze che scaldano serate d’aprile, e non imparerò a scriverlo bene, ci deve in fondo essere un accento sgradevole, in ogni faccenda, quel caffè lungo buono ma appunto, troppo lungo, alto, non me l’aspettavo così alto, questo panino, corroborante, sicuramente, ma il pane mi ricorda le fette imbustate della Coop, o come tutti gli album che ho ascoltato dopo In Rainbows, non ci sono andato a letto con nessuno, nessuno mi ha lavato la schiena, nessuno mi ha allungato un asciugamano di ritorno da un’uscita sotto un temporale, o come queste notti dove c’è sempre qualcuno che rimane sveglio, silenziosamente, con te, e tu nemmeno lo sai, o c’è sempre qualcuno che non risponde alle tue domande, o c’è sempre un doppio senso che non cogli, ma ridi, una battuta che tutti capiscono, tranne te, o un’incomprensione infilata in mezzo a frasi di circostanza, c’è sempre, lo spruzzino per innaffiarti la gola che ti duole quando la gola ha smesso di dolerti, perché ci hai mangiato sopra, ci hai raccontato sopra, ci hai deglutito sopra e ormai stai imparando, a secernere medicinali dalle ghiandole, senza andare in farmacia, forse avrai un alito peggiore, ma ormai chi devi baciare, le ringhiere le forchette i vetri gli alberi i bicchieri gli amari i libretti dei cd tenuti nella tasca interna del giubbotto (le faccio davvero, poi, le cose, che beffa), chissenefrega dell’alito che sa di medicinale, il tuo corpo ormai ha imparato a produrre spray per la gola e a perdere la voce quando non hai voglia di parlare, questa cosa che manca, questo neo sulle buone intenzioni, questo graffio sui sorrisi queste risate che scoppiano a tradimento ai funerali, sono quanto di più inevitabile possa esserci, dopo In Rainbows, e questa cosa, di dover dare ragione agli album, album che stavano imparando a fare quello per cui sono nati, altari della nostra personalità, perché devono camminare per la stanza, ad un certo punto, perché questa stanza deve diventare grande quanto una custodia per un cd, e io in mezzo, perché deve allargarsi fino a coprire l’Italia, e noi in mezzo, a odiare le tredicenni con l’apparecchio che ancora si scrivono sui quaderni per comunicare senza essere sentite dagli altri, e io a sbirciare, e io a vederci, in tutta questa innocenza, il gioco dell’impiccato, le lettere mancanti.</p>
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		<title>Ritardo non quantificabile</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 23:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dice proprio così, la voce tremolante diffusa dagli altoparlanti di un E464 di trent’anni fa, “non quantificabile”, e capisci che anche Trenitalia si sta arrendendo a queste giornate dove le ore di sonno perduto, sono non quantificabili, i centimetri di &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/03/29/ritardo-non-quantificabile/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dice proprio così, la voce tremolante diffusa dagli altoparlanti di un E464 di trent’anni fa, “non quantificabile”, e capisci che anche Trenitalia si sta arrendendo a queste giornate dove le ore di sonno perduto, sono non quantificabili, i centimetri di pelle morsicata, non quantificabili, i dolori ai denti, non quantificabili, le cose che vorrei scriverti sotto al cuscino, non quantificabili, i posti dove vorrei andare (io che non mi sono ancora fermato dal concerto dei Notwist, nemmeno loro, quantificabili) non quantificabili, e le mani che vorrei toccare, non quantificabili, e i muri che vorrei scorticare con le sopracciglia, non quantificabili, e le palle di carte che vorrei ingerire senza masticarle, non quantificabili. Come l’indifferenza per un morto sotto ai binari, non quantificabile, come l’italianità della reazione, la prima, fulminea perentoria e quasi sinistramente tenera, alla notizia di un morto sui binari a Stanghella (dove?!) che faceva ritardare tutte le nostre vite, “la partita cazzo”, sì, anche la partita, non quantificabile, e le ragazze che girano ancora senza cellulari, non quantificabili, la maldestra docilità del bolognese che ci prova con la trevigiana, non quantificabile, i tavoli che vorrei spaccare, non quantificabili, le ore di sonno che servirebbero a non farmi tremare le mani, non quantificabili, i dentisti felici, non quantificabili, la falsa sicurezza nell’affrettarsi ad affermare che no, non si vorrebbe mai essere al loro posto, non quantificabile nemmeno quella. Non quantificabili gli occhi che vorrei chiudere, le braccia che vorrei amputare e i polmoni che vorrei spremere, come cornamuse, questi polmoni che si sforzano di pensare, invece di respirare, che si ostinano a parlare, invece di respirare, che scambiano fegati per specchi, non quantificabili quanto siano dimenticati dalle nostre badanti, che non cambiano i sacchetti degli uffici, non quantificabili nè i sacchetti nè gli uffici dentro cui impariamo ad odiare, non quantificabile lo stupore per una riforma del lavoro che si preoccupa dei licenziamenti e non dell’odio, non quantificabile il mio non riuscire a pensare a quello che mi succede, non quantificabile la mia capacità di concentrarmi solo con le distrazioni: la montatura metallica e cromata degli occhiali, ormai una rarità, come i capelli spettinati nelle ragazze, ormai vi pettinate tutte, come i caricabatterie, come le canzoni nuove di Regina Spektor, che francamente non capisco, come quelle di Colapesce, che invece capisco fin troppo, ecco, Trenitalia e io abbiamo capito, alla fine di un marzo che è saltato dal precipizio e non finirà mai più di atterrare, che le canzoni e le parole giuste, non servono a nulla, non servono a farti arrivare prima, a non farti perdere il primo tempo di Milan-Barcellona a non farti addormentare quando dovresti lavorare o a non dire le cose che vorresti dire, ad imparare a rinnegarti, no, le canzoni e le parole giuste non servono ad evitare di non fare finta di nulla per la gente che si butta sotto ai treni, a ricordarti una musica tremenda e quindi giustissima, Natura Renovatur si chiama, che detta così sembra che passi le giornate ad ascoltarmela, e invece l’ho messa su soltanto ora, giusto il tempo di svegliarmi prima di andare a dormire, giusto il tempo di non quantificare nemmeno i mesi che sono passati dall’averla effettivamente scaricata dopo averla notata in un negozio di dove… Perugia? Ferrara? Bologna? O forse era Milano, o Bergamo, o Venezia, Padova magari, o Verona, perché non Parma? Oppure Roma?</p>
<p>“Cosa hai fatto per 100 minuti?”, ti ho chiesto, e tu hai detto: “Niente, ho camminato”.</p>
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		<title>The Artist</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 21:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando avrò smesso di dissociarmi in miliardi di pezzettini (più di quanti ne compongano ecc.) credo che percorrerò ciascuna Strada Statale, quelle con i cartelli blu, non verdi, quelle sotto la giurisdizione dell’Anas, insomma quelle contrassegnate ‘SS’, le percorrerò e &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/03/18/the-artist/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando avrò smesso di dissociarmi in miliardi di pezzettini (più di quanti ne compongano ecc.) credo che percorrerò ciascuna Strada Statale, quelle con i cartelli blu, non verdi, quelle sotto la giurisdizione dell’Anas, insomma quelle contrassegnate ‘SS’, le percorrerò e fotograferò tutto quello che si vede, lungo una Strada Statale, e poi farò una mostra fotografica e la chiamerò ‘Distruzioni per l’Uso’.</p>
<p>Questo quando avrò smesso di suddividermi in miliardi di pezzettini.</p>
<p>Oggi ne stavo percorrendo giusto una, di Strada Statale, che poi secondo me ‘SS’ sta per ‘<em>se se</em>’, dovrei sentire quelli dell’Anas, uno dei miliardi di pezzi che compongono l’Anas e chiederlo, il significato di due se vicini, oggi guidavo però lungo una SS e ho notato varie cose, come la scritta sul cavalcavia ‘Fini comunista’, che nonostante tutto a me continua a fare molto ridere, non so perché, e poi al chilometro 49 (ho pensato: ricordati i chilometri, così ritroverai tutto, quando tornerai qui tutto intero) di fronte a un capannone industriale chiuso, essendo domenica, c’erano due ragazzi, forse stranieri?, che stavano dando fuoco a un bidone per cuocere la carne alla griglia, di domenica, di fronte a un capannone chiuso, grigio. E poi, qualche chilometro più avanti, tra i due guardrail che scorrono a suddividere le due carreggiate, dove di solito non ci sta nulla, se non bottigliette vuote, sassi, pezzi di copertone, e le nostre vocali che volano fuori dal finestrino e si impigliano lì, incagliate a dividere i due sensi di marcia, qualche chilometro più avanti è cresciuto inspiegabilmente un piccolo arberello, alto quanto ero alto io quando ero tutto intero, quindi tanti anni fa, presumibilmente, alto quando portavo ancora gli occhiali tondi, e verdi, invece che stretti, e neri, e se ne sta lì, ormai rinsecchito, presumibilmente morto, ma se ne sta comunque lì, ritto, in piedi, incurante delle macchine che sfrecciano, cresciuto ostinatamente dove non poteva crescere, ingabbiato da due guardrail che lo soffocano, in mezzo a macchine che vanno sempre più veloce dei limiti consentiti.</p>
<p>Avrei fotografato queste tre cose, e ci tornerò, o ci torneranno uno dei miliardi dei pezzettini in cui sono diviso, e poi ho pensato che da solo non ce l’avrei mai fatta, che non si può guidare, e fotografare, contemporaneamente, e che fermarsi in mezzo a un se se è pericoloso, possono asfaltarti, e questo sospetto, che da solo non ce l’avrei fatta, è diventato certezza quando ho visto una quarta cosa da fotografare. Ad un certo punto infatti il mio parabrezza si era riempito soltanto di grigio. Grigia la strada, grigio l’asfalto, ormai consumato, grigi i guardrail, grigi le costruzioni a bordo strada e grigi i vetri delle finestre degli edifici, che registravano un cielo <em>grigio</em>, appunto, e grigia pure la mia testa, riflessa sul parabrezza che sapeva contenere solo grigio, inclinata, a guardare e ad andare in miliardi di pezzettini.</p>
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		<title>Il sole non è contagioso</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 20:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La geografia la insegnano ancora a scuola? Mi viene in mente stasera, questa domanda che poi sarebbe più una sorta di premura, in uno dei pochi minuti della mia settimana in cui se premo le mani con la pressione appropriata sopra &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/03/11/il-sole-non-e-contagioso/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La geografia la insegnano ancora a scuola?</em></p>
<p>Mi viene in mente stasera, questa domanda che poi sarebbe più una sorta di <em>premura</em>, in uno dei pochi minuti della mia settimana in cui se premo le mani con la pressione appropriata sopra i miei padiglioni auricolari riesco a non sentire praticamente nessun suono. Mi viene in mente quando stamattina ho trovato per caso, nella penombra, una mappa un po’ ingiallita, e ho finalmente riconosciuto i posti, i luoghi, le strade. Come quando uno studente del conservatorio, in treno, magari, ripassa a mente lo spartito, e preme tasti nell’aria, o canticchia senza imbarazzo.</p>
<p>Sono stati giorni imbarazzanti, anzi, lo sono praticamente tutti, ormai. Giorni dove bisogna riempire il silenzio, e a volte è doveroso, a volte inutile, altre volte superfluo. Sempre, non riuscendoci <em>mai</em>. Il non detto vale quanto il detto, ormai, ci siamo completamente arresi, ma non è nemmeno questo il punto. Il punto invece è il seguente: capire a che diavolo sta giocando una famiglia straniera, in quei parchi dove ormai ci vanno solo le famiglie straniere, quelle italiane invece stanno altrove (ma esistono ancora, le famiglie <em>italiane</em>?). Seduti per terra, a colpire al volo una palla lanciata dall’unico componente in piedi, che poi doveva sobbarcarsi l’infame compito di andarla a riprendere (le palle, sui prati, rotolano <em>velocissime</em>, sempre e comunque). “Troppi tempi morti”, ho sentenziato, quasi borioso, mentre non riuscivo a staccare gli occhi di dosso da quel gioco per me impossibile da decifrare. E ho pensato che decifrarlo fosse una cosa romantica, molto più di carezze, o promesse o silenzi, e ho pensato che poi del romanticismo non ce ne facciamo più nulla, ormai (ormai significa oppure mai, vero?), mentre invece la mappa, e poi l’atlante stradale, e poi seguire le strade statali con il dito, quello invece, credo serva, a prendere fiato, a far entrare il sole nella stanza, ad asciugare i panni col vento, a decidere di tenere un altro giorno (solo uno), la barba. La geografia, per me, è come Kafka per Jonathan Franzen. E non saprò riempire i silenzi o sentirmi felice o far accadere, di nuovo, le cose belle, renderle (finalmente) iterabili, ma conosco a memoria tutte le uscite delle autostrade del Nord Italia, e prima o poi le imboccherò tutte, tutte quante, e mi daranno un Telepass d’oro da appendere sul camino e mostrare, orgoglioso, ai bambini in gita del 2080 venuti a studiare l’ultimo esperto vivente rimasto di Geografia, quello che ancora tiene le briciole dentro le pagine degli atlanti stradali come segnalibro, e le chiazze di vino come promemoria per i prossimi posti da visitare.</p>
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		<title>Il libro delle domande</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 10:53:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Attimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Linea d'ombra]]></category>
		<category><![CDATA[Scivola]]></category>
		<category><![CDATA[domande]]></category>
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		<category><![CDATA[iver]]></category>
		<category><![CDATA[sorprese]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ho ancora comprato i biglietti per il 19 luglio. Potrei andarci in bicicletta, a comprarli, direttamente da chi li stampa. E’ un privilegio di vivere nella città del 19 luglio. Ma non ci sono ancora andato. Mi sono alzato, &#8230; <a href="http://attimo.ciccsoft.com/2012/03/07/il-libro-delle-domande/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho ancora comprato i biglietti per il 19 luglio. Potrei andarci in bicicletta, a comprarli, direttamente da chi li stampa. E’ un privilegio di vivere nella città del 19 luglio. Ma non ci sono ancora andato. Mi sono alzato, ho visto la tazza vuota, mi sono chiesto, <em>con cosa vuoi riempirla, oggi?</em> E invece del latte ci ho messo il tè, una delle 50 bustine che mi ero preso l’altro giorno ipotizzando scenari post atomici, quando mi ero chiesto <em>cosa porteresti con te se dovessi scomparire per mesi?</em>, e mi è venuto da pensare al te, e all’ambiguità delle parole, ché a volte l’italiano mi sembra ancora più incerto e pressapochista dell’inglese, quelli usano una parola con cento significati, noi cerchiamo di sfangarcela con gli accenti, ma poi subentrano quelli acuti, e quelli grevi, che è una forma dialettale di gravi, presumo io che la grammatica l’ho lasciata in terza media, quando scrivevo te con l’acca in mezzo, che in inglese se è all’inizio delle parole va aspirata, e se in mezzo invece come bisogna pronunciarla, <em>inspirata? </em>Così mi sono fatto (il) te, la mattina in cui potrei acquistare i biglietti per il 19 luglio, potrei farlo in bicicletta, potrei averli in mano già ora, già adesso, senza aspettare corriere espressi o senza indugiare troppo nelle corsie preferenziali sotto al Savonarola, il Savonarola che d’inverno nessuno se ne ricorda e lui imperterrito continua a indicare un punto impreciso all’orizzonte, il Savonarola sotto cui tento di organizzare feste di compleanno a sorpresa fallendo miseramente perché le persone arrivano tardi, ormai, alle sorprese, e se glielo fai notare quelli ti chiedono <em>ma era così importante?</em> e tu finisci per guardare da un’altra parte, sui ciottoli, sul padimetro che segna livelli di piene impensabili,  <em>davvero l’acqua arrivava così in alto?</em> e tu non ci credi, così come del resto non credi nemmeno alle sorprese, mine antiuomo piazzate sui nostri marciapiedi, cosa resta dopo l’esplosione? Resta una malinconia immediata, la carta lucida dei regali, i nastri verde, resta un senso di stupore che infesta le strade e si mescola con il fumo delle aspettative, <em>da dove viene questo profumo?</em>, e per colpa delle nostre sorprese poi la Regione e i Comuni devono aumentare le domeniche senz’auto, nel 2012 saranno due in più, e dovremo girare in bicicletta anche di domenica, quando siamo più pigri, e vorremmo dormire, vorremmo incastrarci nelle lenzuole, vorremmo far cadere dal letto i cellulari che vibrano per svegliarti, e tu li osservi muoversi gradualmente verso il ciglio del materasso, senza muovere un dito, li osservi quasi sadicamente quasi terrorizzato, <em>se ora cade si aprirà a metà?</em>, ma non importa, lasci fare, lasci che la sveglia faccia tremare le lenzuola, lasci che la mattina faccia un volo di quaranta centimetri e vada a schiantarsi sul pavimento freddo, e taccia, e lasci che sia notte ancora per dieci minuti, il tempo che la mattina si ricordi nuovamente di te, e torni a squillare, sorpresa, è mattina, sorpresa, devi andare a comprare i biglietti per il 19 luglio, sorpresa, anche quest’anno hai un 19 luglio da attendere, da scrivere sull’agenda, da cerchiare in rosso, da cerchiarti in rosso, <em>ma questi colori non rovinano la pelle?</em>, e a me sinceramente, che in questa città ci vivo, e che ci sono stati, prima ancora, gli 11 luglio, i 5 luglio, i 10 luglio, me li ricordo tutti, mi ricordo persino la faccia della cassiera dell’Arci, che tiene un blocchetto delle nostre migliori estati in un cassetto di un’anonima scrivania da ufficio da qualche parte nel centro della città, la <em>mia</em> città (dove ‘mia’ non va inteso in senso possessivo, per carità, ve la lascio anche, se ci tenete, ma nel senso di identità), lontano dagli occhi del Savonarola, e basta pagarla e quella, placida, rilascia un segno tangibile che in fondo le cose vanno abbastanza male da sperare in un 19 luglio, e abbastanza bene da poterceli permettere ancora, dei 19 luglio, delle code per i lavori in corso per sistemare le buche nelle strade per le sorprese lasciate, in fondo è l’economia che gira, ci facciamo del bene, ci facciamo del male, abbiamo denti da riparare, macchine da far girare, spritz da ordinare nell’attesa di addormentarci tutti, <em>ma lo reggerò un intero concerto suo?</em>, e svegliarci a mezzanotte tra le cartacce, e rivederci tutti il prossimo anno, ancora, con un segno in più sulla fronte. Potrei andarci, insomma, ma ancora non vado, tergiverso, perdo tempo, sempre, perdo sempre tempo, mi ricordo di canzoni come Acrobat, invece che di Bon Iver, a chi potrà interessare ancora Acrobat?, e dei silenzi quando si sta bene, che si assomigliano molto ai silenzi di quando si sta male, e delle sorprese, che assomigliano molto a dei click sull’interruttore della luce, quei click che stanno a metà strada tra la luce e i sogni. <em>E se mi distraggo mentre attraverso la strada? </em>Stanotte ho sognato un amico, scusate, un <em>conoscente</em> (l’uso del vocabolario, me lo scordo sempre), che vive da due anni a Brisbane, e nemmeno sa chi diavolo sia Bon Iver, o la cassiera dell’Arci Ferrara, ho sognato che era tornato in Italia, a Napoli, più o meno, e si metteva al pc a scrivere una mail ai suoi amici per raccontare come stavano procedendo le sue vacanze a Napoli, in Italia, e nel sogno, insomma, io ero praticamente dietro di lui, invisibile, e riuscivo a leggere quello che scriveva, e nel sogno riuscivo a pensare esattamente come lui, che non sarà mio amico ma qualche sanissima legnata a calcetto ce la siamo comunque data, negli anni dell’università, ed essendo mio, il sogno, la mail era come se gliela stessi scrivendo io, e indovinavo esattamente il suo tono, i suoi giochi di parole che fanno ridere solo lui e la sua ragazza, anche lei a Brisbane, peraltro, e mi ricordo che usava delle emoticon stranissime per descrivere quello che gli era accaduto, delle emoticon che erano davvero la rappresentazione visiva di quello che gli era successo, forse eravamo nel futuro, non voglio saperlo, non ha importanza, so che nel mio sogno io pensavo esattamente come lui, e riuscivo a indovinare esattamente come le cose che avrebbe sentito lui, con il suo tono, che quasi nemmeno lo conosco.</p>
<p>Ora qui ci andrebbe un cerchio disegnato sulla sabbia con un ramo secco, per dire.</p>
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