«È per questo che leggo i giornali»

I tramonti che vuoi ricordare esistono anche dietro la Curva Ovest, i cieli da fotografare spuntano anche da dietro le gradinate di uno stadio, sul finire della partita. Le persone che ti fissano esistono anche a bordo campo, con lo steward bardato di giallo fluorescente costretto a dare le spalle al prato, ai giocatori, alle azioni, e a guardare per novanta minuti di fila gli spettatori, e quindi anche tu. Ha la barba lunga di una settimana, non si alza mai, e non riesci a non fissare la sua costanza, il suo asservito procedere al dovere, e finisci per incrociare il suo sguardo, senza che lui se ne accorga. Capisci allora che non di occhi si ciba, ma di dovere, di scopo, di compito da portare a termine. Ci sono novemila persone in quel momento riunite tutte quante per il medesimo obiettivo, che si può tradurre nelle mille lingue del mondo ma sintetizzabile nella visione di una partita di calcio, e ti chiedi quando ancora ti capita, di avere qualcosa in comune con così tante altre persone, per così tanto tempo, per novanta minuti che ti portano a dimenticare chi sei stato e chi sarai, ancora, irrimediabilmente, al fischio finale dell’arbitro. Il medesimo scopo, che ti porta ad ascoltare l’ironia razzista verso i giocatori di colore avversari, ritrovare personaggi dei fumetti negli striscioni avversari, a scorgere un bambino che dopo neanche un paio di azioni si è già stufato di guardare giocare e decidere di giocare in prima persona, tirando una palla grande quanto una promessa contro il muro di cinta della gradinata. È lì per lo stesso motivo la madre col figlio che non riesce a fotografarlo, il tramonto, e saltano fuori mille selfie dal suo telefono ma mai il pulsante per scattare una fotografia, è lì il tuo vicino di posto che urla rancide bestemmie ad ogni passaggio sbagliato, i baristi preoccupati perché la caraffa della cioccolata calda è ormai fredda, e manca ancora il secondo tempo, siamo lì tutti per lo stesso motivo quando usciamo dallo stadio, superiamo le devastanti barriere di cemento infilate tra i palazzi liberty del quartiere più bello di Ferrara, e in questa mite e brulicante diaspora verso l’ignoto che ci aspetta, dopo novanta minuti di tregua, mi sembra di avere un posto nel mondo, di stare andando in una certa direzione, e di voler bene a tutti e a nessuno, di scordarmi come mi chiamo, tutta la strada fatta per arrivare allo stadio, tutta la strada che devo fare per tornare a casa, i secoli da percorrere a piedi con le mani in tasca e le labbra divaricate dallo stress e dal freddo, in quel terzo tempo c’è una militarizzazione ludica del tempo a cui non oppongo nessuna resistenza.

Un anno fa trascorrevo le sere delle vigilie e le albe delle ricorrenze in una corsia di ospedale, al bancone del bar ancora deserto, come il parcheggio di fronte all’entrata principale, solitamente gremito e invece, alle sette del mattino del giorno di Natale, così vuoto, aperto, innocuo come una luce spenta. Essere là, invece che a una tavola imbandita, in una via affollata, da solo nella mia stanza ad ascoltare una canzone a caso di Noel Gallagher, era sfiancante ma rigenerante, avevamo un motivo per far saltare gli schemi, le attese, le consetudini, le buone e cattive abitudini, avevamo un motivo per sentirci gettati fuori da un’auto in corsa e lasciati sull’asfalto di un parcheggio alle sette del mattino. Un anno dopo c’è un film in bianco e nero alla tv, tutto si è rotto e qualcosa si è sistemato, e di nuovo però si ritorna a cercare tutti i colori del cielo possibili sopra l’autostrada, schivando le buche sui crinali, rimandando il freddo, dimenticandosi la strada per tornare a casa. Di nuovo si ritorna a bere caffè in autogrill, ad ascoltare quello che si dice alle proprie spalle, mie e del barista che sta finendo di rifornire di bustine di zucchero il bancone, all’inizio della notte della vigilia. Ci sono due signori spettinati che commentano una notizia: «Questa non la sapevo», dice uno, «è per questo che leggo i giornali», dice l’altro.

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