Il veleno è nella coda

Sulla strada del ritorno a casa, vaghiamo per le terre del Naviglio Grande con le menti inquinate dal sonno. Incapaci persino di scegliere la meta dove consumare un doveroso pranzo, scegliamo principalmente per il nome la trattoria “Il posto giusto”, che si rivelerà poi essere chiusa, per l’appunto. Così, nei pressi di Bernate Ticino, dalla provinciale scorgiamo un’auto parcheggiata proprio in mezzo a uno degli stradelli che dividono le piantagioni, ora assenti. Dietro, al riparo dal baule, una coppia di anziani sta consumando il loro giusto pranzo, seduti su sedie di plastica bianche con annesso tavolo. Noi ripieghiamo da Gaetano, per far finta di niente, mentre ordiniamo un piatto di scialatielli ai frutti di mare che si rivelerà essere troppo generoso nelle porzioni, far finta di essere stanchi, far finta di averla portata a casa, in qualche modo, questa stagione notturna. Ma il salumiere che saltella di qua e di là dalla posteria mentre consegna sacchetti con un panino al salame, l’organizzatore di gare ciclistiche che strizza gli occhi forte per non commuoversi mentre ricorda una Milano-Arona di secoli passati, i compagni di viaggio incrociati per caso nei bar vicino al Politecnico che aspettano serate così da un anno, il pasticcere che bacia la capa pelata dell’organizzatore di gare ciclistiche mentre questi lo apostrofa come il vero sindaco, la nebbia che sale dal Ticino alla domenica mattina, i pescatori sul Villoresi al sabato mattina, le cabine telefoniche della SIP negli hotel a Lambrate, la gente che mangia dietro i bauli delle macchine, in mezzo ai campi, la domenica pomeriggio, e tutte le cose non fatte, da fare, da sbagliare, da fare un pochino meglio, sono queste il veleno che entra in circolo alla fine, contagiandoti per ricominciare, da qualche altra parte, ancora una volta. Farcela è un’opzione da certificare sottovoce, piano piano, nel posto sbagliato.

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