New Ways

C’è questo racconto di Philip Dick, Il mondo che lei voleva, che mi era entrato in testa proprio un anno fa e ora non riesco a ritrovarne le parole. Un volume preso in prestito in biblioteca, dalla carta che assomigliava più a quella usata dai salumieri, che dalle tipografie, per quanta umidità aveva preso sullo scaffale. Come se ritrovarlo, rileggerlo, servisse a chiudere la finestra, a serrare le imposte, a smetterle di farle battere dal vento.

Ci sei tu, che leggi per sbaglio le email dei tuoi collaboratori scoprendo quello che già sappiamo, che mentono nei giorni feriali e dicono la verità in quelli festivi, coincidenza vuole che lavorino per te. E non cedi alle mie proposte di passare il resto delle nostre vite a cercare racconti di fantascienza nelle biblioteche italiane, o saggiarne il tasso di umidità percepito, a cambiare lenzuola dei letti di turisti, «non ce ne sono abbastanza qui», di turisti dici, di pagine dico, e quanto mi piace premere in sequenza la parola basta, basta a non sapere cosa fare di noi ogni gennaio che passa, che arriva e ti lascia seduto in macchina fuori dalla stazione di Bologna o in bici nel parcheggio dietro all’Ipercoop, basta a sapere sempre cosa fare, basta a non fare mai uno più uno, ma uno più mille, o mille meno uno, meno noi, basta ad arrangiarci, basta ad arrivare per ultimi, basta a lavorare di sera, basta agli streaming che si inceppano, alle connessioni che non vanno, ai piedi nudi sul pavimento freddo a settembre, basta alla retorica del settembre, basta al vento che non ti spettina ma ti bagna, alla pioggia che ti entra nelle scarpe ma non nelle viscere, basta ai parcheggi che non si trovano, a quelli per cui devi litigare, ci sei tu che non lo prendi in mano questo basta perché ti reggi già sui polsi.

Ci sei tu che non vuoi seguire un piano, che un pianoforte dall’ultimo piano ti è caduto addosso, che hai imparato a suonarlo con le corde tra i denti, che stringi i denti per non dire, non confidare, non fargli sapere quanto gli vuoi bene. E le forme di pudore diventano forme di omertà, basta all’omertà, ti dico, andiamocene, dico, e chiediamo scusa per la retorica, per aspettare, per girarci dall’altra parte, per non trovare il tempo di comprare un cd vergine da masterizzare, di finire quel libro, di diventare fotografi, diventare scrittori, diventare gestori di bed and breakfast, diventare social media manager, organizzatori, impacchettatori, allestitori, imbustatori, scaricatori, padri e zii, uffici stampa e autisti, non abbiamo il tempo di andarcene, di prendere il mondo che lei vuole, e registrarlo, e ascoltarlo alla mattina presto, quando nemmeno la pioggia ha il coraggio di scendere a trovarci, c’è solo un cielo bianco con gli orizzonti che mangiano se stessi, rimane solo la terra, sgombra, bagnata, ininterrotta.

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