Preabbocco

Gli eventi si annullano e le conseguenze vengono caricate sul furgone: duecentocinquanta fette di torta di mele, un’ottantina di frecce staccate dai pali, dagli alberi, dalle grondaie delle case e dalla gola raschiata, ne rimane soltanto una, «che vuoi farci», ma è sufficientemente piccola e veritiera da finire piegata nel portafoglio, come un santino. Gli eventi si annullano e finiscono per muoversi con inerzia da un lato all’altro della vallata, schivando paesi così piccoli e veritieri dai nomi che sembrano usciti da una filastrocca di Rodari. Ce n’è uno, abbastanza isolato dal resto della val d’Adige, schiacciato contro la parete ovest, verticale, con la roccia che diventa ghiaia appena prima di diventare buio, il nero del bosco dove finiscono le strade del borgo. Senza nessun in giro, come se fossero tutti andati da qualche parte, come se non l’avessero abbandonato, questo paese da filastrocca, ma lasciato in pace, come se un paese avesse bisogno di dormire, ogni tanto, e di sentirsi sfiorare i comignoli o le panchine da una mano di uno sconosciuto. Vorresti avere il tempo di prendere quell’unica strada che taglia in due il paese, e finisce contro un muro, e diventa un sentiero pieno di sassi che sale in verticale, come il mare. Di entrarci, salire a piedi, lasciare ad ogni tornante i toni cortesi per giustificarsi, i groppi in gola di chi vuoi bene, gli anni in cui potenziale era una parola che aveva senso e non una coperta sgualcita, le notti dove restare sveglio, vorresti salire in alto ancora, dove gli alberi finiscono e rimangono solo speroni di roccia, dove i medici non usano proverbi per spiegarti lo stato di salute, dove non ricordi nulla, se non l’ostinazione, dove non hai nessun talento e dimentichi sempre, regolarmente, come si fa, come si deve fare, e poi ancora, l’ultimo passo, in cima, guardando sotto, scorgendo appena quel paese da filastrocca diventato ormai un capriccio, un ricciolo di legno scolpito, il bisogno di sentire che non ti sei sbagliato.

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