YYY

Il sollievo è entrare in un pub di Verona che sta passando una playlist degli Yeah Yeah Yeahs. È ascoltare quante notti diversi possano esistere da uno sconosciuto che sceglie di pedalare, al buio, e con la voce impacciata ti spiega come «la notte a casa mia è diversa dalla notte nel bosco». Eppure baciamo il pavimento come fosse terra muschiata, e si sentono rumori di rami spezzati in camera da letto o nella foresta. Il sollievo è un ramo che si spezza quando per un secondo accetti che non devi essere tu, stavolta, a preoccuparti di chi vuoi proteggere, ma un infermiere, tua sorella o anche nessuno. Anche nessuno. Il sollievo di scambiare il sonno per sincerità, la grandine per sassi, forse perché il cielo era infastidito dal modo in cui lo guardavo, dagli arcobaleni che entrano nei cofani scoperchiandoli e facendo saltare bambini sulla carreggiata, il sollievo è riconoscere empatia di nuovo dopo millenni, è il vento che ti fa uscire le mani dalle tasche, è il vento laterale «così forte che finisci per appoggiarti e se viene a mancare perdi l’equilibrio», è l’osservare il riconoscersi non come una gabbia ma un esercizio di calligrafia, liquido e nero e così autentico come scrivere a mano con una stilografica. Il rumore del ramo che si spezza non per bastonare una bestia ma accendere un fuoco.

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