Conceditelo

In reparto, in ospedale, nella stanza accanto una donna ricoverata inizia a suonare il clarinetto. Poco dopo, altri degenti arrancano in corridoio per andare a sentirla. Anzi: a vederla, suonare. Passa da un pezzo all’altro, riesco a riconoscere solo il Bolero di Ravel. Sembra un film di Nanni Moretti.

Poi la musica finisce, con il sollievo di alcuni che della musica non sanno giustamente più che farsene. In un’altra stanza c’è una donna anziana ricoverata, sta dormendo, respiro pesante. Il marito, ancora più anziano, si piega sul bastone per issarsi dalla poltrona, e raggiungerla. Pochi centimetri, colmati a una velocità lentissima. Si china su di lei, per dirle qualcosa impossibile da percepire: sicuramente in dialetto, in una lingua che solo loro due sanno articolare per farne uscire qualcosa di buono. L’uomo è altissimo, come il tronco sottile di una robinia lasciata crescere alta ma esile, e piena di solchi, piegato quasi in due, da un capo all’altro del terreno, per un vento che ha appena iniziato a soffiare e non smetterà più. Poi si raddrizza, per ritornare alla sedia, e pronunciare ad alta voce, questa volta perché fossero gli altri, a capire, un “ma guarda lì” in ferrarese che è come i lampi di questa notte: illuminano senza fare rumore.

Il tuono arriva giorni, mesi, anni dopo, passando prima per i cigoli delle sbarre del letto, per i saluti imbarazzati al bar dell’ospedale, per un’altra suonata di clarinetto che questa volta intercetta il medico in corsia, che si ferma incredulo per poter parlare finalmente di note e non di malattia, «se me lo diceva oggi portavo il violino, signora, così suonavamo assieme», passa per tutte le vie di mezzo saltate come fossero ostacoli o recinzioni o guardrail, finendo inevitabilmente fuori strada, passa per tutti quei “cosa ci fai qui” che mi fanno quasi sentire un po’ in colpa: che cosa ci faccio io qui, che il dialetto lo mastico appena? Quando ti confesso che sto perdendo tempo, mentre sono uscito qualche ora fuori da quella gabbia di cemento perché non riuscivo più a sentire che rumore faceva la mia mente, tu mi rispondi: «Conceditelo».

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