Ventidue volte

Scrivo in tedesco a un ufficio turistico di una regione lontana, non so il tedesco, copio e incollo frammenti che traducono le mie parole passate, carico su un furgone fusti di birra non terminati e frigoriferi vuoti, mi invento una nuova retorica su qualcosa che di retorica non ne avrebbe proprio, rassicuro sconosciuti al telefono sulla loro capacità di condurre una presentazione con uno scrittore, entro in un ufficio postale, ancora, questa volta però scegliendo una raccomandata con ricevuta di ritorno, invece dell’anonima e innocua spedizione semplice, perché è vero che la mia libertà finisce dove inizia la tua, ma il mio fegato finisce dove inizia il tuo, evito di far emergere lo strisciante razzismo implicito nei discorsi di un barista della mia città, che mi spiega come il problema dell’estate non saranno le zanzare pronte a proliferare grazie alla siccità, no, saranno «le zanzare portate dagli immigrati, riporteranno la malaria», come se in queste zone la malaria non fosse stata impiantata proprio dagli autoctoni che ora hanno paura, come se la malaria fosse una valigia, fosse un oggetto da nascondere in uno zaino, facciamo riunioni sulle panchine a fianco di neolaureati che stanno proteggendo un platano con sacchi del pattume, prima di devastarlo con uova, farina, alcol e la retorica del celebrare, quando invece non è rimasto più niente, comprese le celebrazioni, quando ogni parte del mio corpo vorrebbe ritornare indietro, quando invece finisco dentro una chiesa al momento chiusa in fase di restauro, con la navata centrale completamente nuda e sgombra, con i banconi tutti rimossi e il marmo levigato come un mare calmo che si infrange contro la parete dei teli di plastica a proteggere Cristo e l’altare dalla polvere e dai miei profani tentativi di cambiare il futuro, quando mi spiegano che se mi piazzo sotto il punto di confluenza degli archi, e batto forte le mani, sentirò l’eco per ventidue volte di fila, se batto bene le mani, ma appena si girano dico piano il tuo nome, ad alta voce, e l’eco non si sente per ventidue, ma per ventiduemila volte. Senza ritornare a terra.

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