Sarà che non esci da mesi sei stanco hai finito i respiri soltanto

Un festival è come l’estate, ti porta lontano senza andare da nessuna parte. Un festival è come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, quando la tirano lunga, così lunga, ma senza cedere di una nota e sembra che potrebbe durare per settimane e poi nel finale cede di schianto, disarmata e disarmante. Un festival è come un inverno che dura da mesi in cui tutto il resto, vita compresa, viene dopo: prima c’è quell’errore da correggere nel comunicato, una sezione da aprire sul sito, un’altra ingiustizia da masticare, un altro aiuto per cui ringraziare, un proiettore da trovare la domenica mattina quando la città è divisa a metà dalla maratona e la tua testa dalle poche ore di sonno. E quando finisce, rimani tu e la tua vita, rimasta ferma esattamente al punto in cui l’avevi lasciata, sullo zerbino all’ingresso, calpestata da tutto l’andare e tornare di casa di questi mesi senza sorrisi e senza respiri, in cui finisce per cercare conforto, finisci per citare a tradimento anche Tiziano Ferro per provare a infondere fiducia in fotografi che devono presentare i propri lavori.

Un festival è tutto quello che poteva succedere e non è successo, è ritornare sulla Terra dall’orbita lunare di notti passate davanti a Illustrator, di amici che ti chiedono dove sei finito, di domande che ti piovono addosso proprio quando non era mai il momento. Un festival non è mai un momento, e serve a scrollarti di dosso tutto ciò che hai di prezioso (meno i ricordi), rimanendo soltanto con i calzini sporchi in mano e capelli troppo lunghi da tagliare.

Ritorni a casa e rimani stordito, quando la sequenza di viaggi interstellari cessa improvvisamente, e ti rendi conto che non hai trattenuto nulla, nessuna delle splendide persone che hai conosciuto in questi giorni è rimasta, sono ripartiti tutti, e quelli che dovevano tornare hanno messo in piedi, altrove, un festival sulla coerenza. Hai tenuto tra le mani consumate da chiodi, nastro adesivo, inchiostro, polvere, calcinacci, improvvisazione e verità, soltanto un’unica lezione, appresa proprio mentre dai il giro di chiavi finale: ed è sugli asteroidi da schivare mentre si fa ritorno sulla Terra, quando l’ultimo viaggio interstellare è concluso. La riconoscenza verso essersela scampata è scolpita sulle lenti appannate dei tuoi occhiali dalle parole di Massimo Mastrorillo su Aliqual, il progetto dedicato a L’Aquila terremotata, che rimbalzano come un Supertele desaturato sulle lamiere di un garage dentro un’ex caserma dei Vigili del Fuoco:

Se devi scegliere tra due storie quella da raccontare, prendi quella che non ti piace: perché sarai costretto a trovare una soluzione.

Queste, sono le parole che rimangono, di un festival in cui ti ritrovi a presentare la mostra che tu stesso hai scelto, che il giorno prima, a riguardarla appesa sui mattoni consumati di un giardino segreto, ti faceva singhiozzare silenziosamente dentro di te, rompendo quei pochi cocci rimasti ancora da frantumare. La mostra di un fotografo di Sulmona, lo stesso posto in cui avevi lasciato la tua macchina rotta a Ferragosto per una settimana, e in cui eri ritornato a riprendertela il giorno di un altro terremoto, camminando a piedi dalla stazione all’officina passando tra erba alta, marciapiedi morsicati dalla statale, il cielo illuminato così schietto e ruvido e dolce come solo in Abruzzo sa essere, d’estate. La storia che non ti piace è piena di coincidenze, dello stupore di quel fotografo al bar che ascolta il tuo racconto su pedali dell’acceleratore rotti, e di ringraziamenti e di terremoti, ed era iniziata forse anni prima, anni di altri terremoti ancora, a te più vicini, che ti ritrovi a spiegare a giornalisti sulla tua auto ora aggiustata mentre li guidi in una città che fatichi a riconoscere, e infatti finisci per perderti di notte. La storia che non ti piace sei tu che l’hai scelta, in questi mesi di inverno che non finiscono mai, che iniziano dalla fermata della metro ‘Salvator Rosa’ dalle pareti rosa e da scale mobili interminabili per raggiungerne l’uscita, dall’edicola aperta la domenica mattina con l’edicolante che esce dal gabbiotto per mostrarmi la via più breve per raggiungerla, prendendomi sottobraccio con quella complicità ormai lusso soltanto tra sconosciuti.

Bisogna nuotare per un’estate intera, per arrivare alla fine di un festival o all’inizio di una storia che non ti piace e che ti costringe a trovare una soluzione invece che ammirare «l’estetica del disastro», in una definizione che Gianpaolo Arena applicava all’indagine fotografica sulla tragedia del Vajont ma che sembra così calzante per questi tempi, i nostri tempi. E rotoli giù, come un sabato sera di fine luglio in cui gioca la Nazionale, finendo dentro un girarrosto poco prima dell’incrocio con via S. Teresa degli Scalzi, quando sei solo come soltanto alla fine di un’estate di cui prenderai tutto e non rimarrà nulla puoi essere, come alla fine di un festival, come all’inizio di una storia che non ti piace e ti condanna per gli inverni a seguire a trovare una soluzione.

Un festival è la ricerca continua, di una soluzione, è la terapia che usano coloro che non vanno in analisi per vedere cosa rimane, quando l’alta marea si ritira dalla spiaggia, vedere cosa ha resistito alle onde delle nostre imprecisioni e alla furia delle nostre passioni, vedere cosa è rimasto aggrappato alla sabbia bagnata che non è stato inghiottito dai bilanci, dai saluti, dagli interventi chirurgici alle madri rinviati, dal congedo umano dallo stress in cui anni prima saltavi dentro e ora invece lo tieni per mano. Un festival è dare un nome allo stress, addomesticarlo, farsi addomesticare, definire una lingua dei segni che non ha bisogno di suoni per esprimere concetti ma soltanto di gesti: un calcio alla sedia nel tuo ufficio quando non trovi quello che stai cercando, un labbro morsicato nell’ultima fila del cinema, un’imprecazione la sera prima quando scopri un imperdonabile errore, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi torto, il morso allo stomaco quando qualcun altro ti dimostra che avevi ragione, la gratitudine eterna, la solitudine della primavera.

Un festival è il rinunciare a tutto il resto, in nome di questa soluzione, e quella distanza insanabile tra te e la soluzione. La mostra che hai scelto è un progetto di un fotografo su Monia, sua sorella disabile, che avevi notato anni prima, e che ora ti ritrovi spiegato dallo stesso autore che ti guarda in faccia emozionato quanto se non più di te: «Può passare una settimana senza che mia sorella faccia qualcosa, ma poi capita, e io devo essere pronto a scattare in fretta». Un festival è essere pronto a scattare in fretta, ritrovarsi ogni giorno a fine giornata a pensare di sé stessi quello che quel fotografo pensava di sua sorella, «di conoscerla bene, e invece non ne sapevo nulla», come l’estate, in cui sai tutto, di giorno, e di notte non sai mai nulla, come il finale di Gloomy Planets, ma fatta dal vivo, in cui pensi ora finisce, e invece non finisce, come le soluzioni, che credi di trovarle, e invece sono sempre loro che trovano te: «Pensavo che a mia sorella mancasse qualcosa, e invece lei ha tutto quello che le serve per essere serena, è solo qualcosa di diverso dai nostri bisogni».

Un festival è la serenità degli altri, è andare avanti fino a quando ci sarà il bisogno di comprendersi, l’uno con l’altro, come il progetto su Monia mai avrà fine, «perché per ogni domanda su mia sorella cui trovo risposta, se ne aprono altre su me stesso». Sulla spiaggia, alla fine di un festival, quando la marea si ritira, rimani solo tu, e una soluzione che non ti piace.

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