La fantascienza

Credo di aver capito perché cerco (sebbene sporadicamente) di tuffarmi almeno fino alle ginocchia nel primo film di fantascienza che passa in zona. La fantascienza rende molto insignificanti le umane vicende, e al tempo stesso amplia esponenzialmente la portata del più piccolo gesto. Per spiegarla facile: quando piovono alieni dal cielo, noi smettiamo di contare qualcosa, ma al tempo stesso Hollywood ci regala il premio di consolazione, donando un potenziale narrativo rilevante alle nostre azioni. Scelgo di procedere alla visione di Arrival nel momento più inopportuno, per paura di mancarne la visione, andando in un multisala zeppo di giovani coppie e gruppi di amici più giovani o meno silenziosi di me. E scelgo di andarci di sabato sera, che per un multisala è come la domenica pomeriggio per il campionato di calcio. La temperatura in sala cresce con il passare dei minuti di trailer e pubblicità che precedono la visione, «circa 25», come recita il biglietto, e mi ritrovo compresso nelle poltrone centrali, circondato da corpi, giacche appoggiate sugli schienali, considerazioni e silenzi altrui. «Forse è troppo», penso al 24esimo minuto circa di attesa, e poi inizia il film e finisce questa storia.

Quella che invece non finisce mai, riprende mentre rientro a casa, e ripenso a come era iniziato, questo sabato. Un sogno che finisce a metà mattinata, all’interno della villa di una famiglia che ero convinto di conoscere, nei suoi componenti molti anni prima. Madre, padre, le due figlie e gli altri ospiti della casa, che mi chiedevano come erano andati questi anni, e come stava S, colui che ci aveva presentati anni prima. E per la prima volta nella mia vita mi sono svegliato da un sogno senza nessun dubbio sulla veridicità del contenuto. Quella famiglia esisteva, restava solo da stabilire quando l’avevo conosciuta. Solo dopo molte ore, quando mi son deciso a chiedere direttamente a S, mi sono sentito rispondere: «ma di chi diavolo stai parlando?». E confesso di essere stato fiero di me, anni di pratica a rimanere intrappolato nei sogni finalmente iniziano a dare frutti concreti, tangibili, a condizionare non le mille altre esistenze parallele, ma questa terrena, presente, offrendomi ore di compromesso esistenziale in cui mi lavavo i denti ed ero convinto di ciò che avevo sognato, un «gioco a somma zero» dove tutti ci guadagnavano qualcosa: i sogni, la realtà, il mio degrado cerebrale. Una giornata che finisce leggendo teorie linguistiche introdotte in un film di alieni che non è sugli alieni eppure parla con gli alieni, che ti costringe a credere, ai tuoi sogni, e alla realtà, e ad accettare che quello che manca, prima di tutto, sono le parole per descrivere ciò che accade. La sera prima ancora, le parole le avevo trovate, scrivendo la solita lettera bruciata: «stiamo morendo mentre tu non torni», e non c’era davvero niente di tragico. Erano solo le parole giuste, perfette, venute alla luce smuovendo la terra bagnata dalla prima pioggia dopo due mesi invernali di siccità, disegnate sputando fumo nero sul vetro del parabrezza dell’auto. Perché è vero e prima di tutto banale, lapalissiano, che si sta morendo, tecnicamente, perché è vero, che le nostre vite sono in mano a qualcun altro, perché è vero, che niente torna. La fantascienza riesce a rendere universale la mia stupida pervicacia nel rimanere ostaggio del cavallo sbagliato, le fughe nelle librerie dove si finisce a contare i carrarmati del Risiko portatile, i discorsi dettati alle note vocali del cellulare, le piadine fatte in casa troppo morbide per essere vere, l’accordo con la chitarra elettrica imparato grazie all’Xbox, le promesse che sono le ultime verità rimaste, la tua assenza.

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