La paura

L’anno si chiude in una saletta di attesa di un reparto di un ospedale: ho mia sorella seduta vicino che si è addormentata, indossa un paio di scarpe che un po’ le invidio, come la capacità di assopirsi appoggiata a un esile gomito. Oggi è l’ennesimo giorno di queste vacanze passate perennemente fuori casa ma senza vedere quasi mai il cielo, il sole: giusto le albe, ci sono concesse. E mentre cambiano i reparti e annoto gli errori di battitura sui volantini di lavori edili lasciati sul tavolo, o la mutazione dei colori dei piani (per il resto tutti perfettamente speculari tra loro), quasi fosse un film di Antonioni (che peraltro non ho mai visto), ripenso a tutte le altre fine di anno passate: la prima con gli amici, la prima in hotel, la prima guidando verso la montagna scoprendo nuove canzoni, la prima sotto a un castello a schivare pezzi di fuochi d’artificio, la prima facendo il buttafuori, insomma, penso che tutte le ultime sere dell’anno siano state dell prime volte. E anche questa non fa eccezione: è la prima volta, che ho paura. Quella paura però non tangibile, legata a qualcosa cui davvero non puoi farci nulla: nessun complesso, nessuna colpa, nessun rischio, la prima paura in cui tu non c’entri nulla, ma che comunque ti devi fare carico, che ti trascina per il colletto su per la salita e ti porta in cima: dove soffia vento, ricordi in faccia come sportine volate via dall’inquinamento globale, il clima è rigido. Da quassù si vedono solo albe.

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