Winter Dies in December

Un anno che si chiude ascoltando i discorsi degli altri in cassa all’Interspar, reggendo in mano i savoiardi e le uova di quello che due ore e due pareti imbiancate di albume dopo sarebbe stato il primo tiramisù della vita. Due signori di fronte a me discutono animatamente di politica, si riferiscono a un terzo soggetto, imprecisato, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di seguire una certa politica, e quello più acceso dei due si inventa questa definizione, «si è innamorato di lei, in senso buono, ovviamente». Le precisazioni, anche lì dove non dovrebbero esserci, per disinnescare, ed è fondamentalmente questa una delle nuove tradizioni che abbiamo imparato, a disinnescare ordigni, assenze, errori, conseguenze, propositi, pulsioni. Non so come sia venuto il tiramisù, ora è in frigorifero a dormire. Mentre l’albume montato a neve schizzava ovunque pensavo che mi sono sforzato tanto, quest’anno, di andarmene lontano da solo e sono rimasto, da solo, proprio nel punto da dov’ero partito, la mia cucina, la mia casa. Domani sarà il primo Natale che non passerò a mangiare cappelletti in brodo di cappone, altra tradizione che ho blandamente tentato di salvare nell’unica ora libera della settimana, acquistando un cappone in offerta all’Ipercoop e chiedendo consiglio a uno sconosciuto, e sorprendendomi a giustificarmi, «sa, di solito ci pensava mia mamma» mentre lo sconosciuto era ormai già a scartabellare pistacchi. E per ogni tradizione che si incrina ne salta fuori un’altra: ascoltarmi una canzone di Noel Gallagher, fare una passeggiata da solo per le vie del centro alla vigilia, aprire il sito di Trenitalia per provare a raggiungere chi si ricorda ancora degli anni passati, tentare di finire con entrambi i piedi dentro una canzone degli Winter Dies in June. Ecco, quest’ultima cosa qui, in particolare, sarebbe in grado di riscrivere tutti i Natali passati, presenti e futuri con una calligrafia comprensibile.

Polo / 26

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