Le moquette verticali

“Dopo lo spettacolo, Ridolini”. O ancora: “Corsi professionali serali”. Cartelli così, sbiaditi dal tempo che passa e dall’unto nell’aria, appesi sopra un muro ricoperto da plaid invernali. La «moquette verticale», come quell’altra cosa là, verticale, il mare in cui sentirsi deboli e lasciare che le cose passino perché «non sono in grado di comprenderle». Scopro un’altra cosa di Parma che non conoscevo (sono infinite), il Chelsea Pub: un’intera vetrinetta a fianco della cassa corre per metri ricolma di soldatini di piombo, indiani d’America accampati a difesa della propria terra, truppe nemiche schierate pronte all’assalto, un museo dell’infanzia o della trasandatezza, chi può dirlo. Il gagliardetto del Chelsea Football Club ormai diventato viola, «vedi, dovrebbe essere blu», per capire quanto tempo è passato dall’apertura e quanta polvere ha accumulato il plaid alle pareti. Pubblicità di sigarette improbabili, sconosciute, «per essere cool anche nei mesi invernali», maschere enigmatiche a fianco di stemmi araldici sopra al camino, taniche di benzina risalenti a conflitti bellici del Novecento, panini allucinanti da prendere sulla fiducia per non cambiarli mai più, per non scegliere mai più, per essere una cosa e rimanere quella, tutta la vita. A questo dovrebbero servire i locali, in fondo.

Il Chelsea Pub è la Parma violenta ma pacifica dove ordinare Vikigen medie e sporcarsi bellamente la barba di salsa piccante, dove rifugiarsi dopo aver assistito in sequenza al concerto degli Winter Dies in June, e poi Julie’s Haircut e infine Giardini di Mirò. Io che vengo da una città ancora più provinciale di Ferrara mi sento trapiantato su una stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Terra, e invece è la Sala Ipogea costruita sotto il suolo, a fianco dell’Auditorium Paganini, ex zuccherifico Eridania. Arrivo in anticipo, posso sporcarmi le scarpe centrando tutte le pozzanghere del quartiere, sbirciare dentro la veranda del Circolo Arci Indomita (Parma Club), provare a fare due o tre chiamate e ricevere sempre l’avviso di segreteria telefonica, stare alla larga dalla banda di ragazzini sotto il colonnato dell’ingresso principale. Poi si scendono i gradini larghi e scivolosi per la prima vera pioggia di novembre, sono tutti radunati sotto al porticato in attesa dell’apertura e sembra che stiano lì proprio per guardare noi che scendiamo le scale. Ed è questa la sensazione che permane per tutti i tre concerti: siamo lì proprio per guardare gli altri che scendono le scale. Forse è Parma in sé, forse è l’aspetto fantascientifico della Sala Ipogea a distogliere l’attenzione da accordi e ritornelli: la luce viola che cola dalle vetrate, la scala interna ampia, orizzontale, larga come un modulo lunare su cui imbarcarsi, le luci verdi che macchiano i bar dove il ghiaccio è già finito e per sentire freddo ti devi mettere le mani in tasca e girarti verso il palco. Ci sono i Winter Dies in June che stanno facendo quattro pezzi «invece che cinque», e sono tutti nuovi, e sono tutti bellissimi e confortevoli, violenti ma pacifici, ti fanno sentire voglia di mettere le mani in tasca, casomai ritrovassi tutto quello che hai perduto, le chiavi di casa lasciate sul comodino che ti costringeranno a svegliare tutti quando ritornerai alle tre del mattino, i desideri repressi, le pulsioni verso riccioli ingrovigliati o riquadri di un cappotto, la voglia di studiare la sera o di andare a scuola la mattina, la persuasione con un cornetto caldo in mano appena preso al bar che convincerebbe chiunque. Frugo con le mani, il flusso sanguigno riattivato da The Exception mi fa battere il tempo e scuotere il torpore di tutto questo vetro attorno, ma non trovo nulla, ho soltanto una Corona che finisco in fretta per la vergogna di bere una Corona.

Giacomo mi racconta una storia bellissima, di un bambino che non aveva voglia di andare a scuola e scappa e finisce sul treno dei pendolari del mattino a Roma, e poi me ne racconta un’altra, ancora più bella, di un bambino molto più grande che invece ritrova la voglia di andarci, a scuola, e si mette a studiare alla sera e mi fa ricordare un’altra cosa che ho lasciato a casa, la voglia di imparare, la voglia di farsi i muri al 18%, la voglia di iscriversi a manifestazioni ciclistiche a numero chiuso con la sola speranza dell’estrazione, per poter partecipare. Le storie bellissime come i concerti e le coincidenze di mezzi, spostamenti, incastri di orari e di date che solo Barto riesce a rispettare, le storie bellissime come i riconoscimenti che solo Barto riesce a dare, quando l’hai appena salutato e lui riesce a dire cose come «siamo orgogliosi di essere connazionali di gruppi che hanno fatto comunque un album così», anche se quell’album ha ormai quindici anni e sul palco, sopra una cassa, compaiono tazze di tè da cui si abbevera con misura il chitarrista. E il muro di suoni che mettono assieme i Giardini di Mirò è sempre quello, in fondo, ed è sempre impossibile non andare a sbatterci contro e rimanere storditi per qualche secondo appena (il massimo che possiamo concederci, il massimo che ci possono concedere gli altri) a fianco del mixer. Poi è tempo di prendersi la pioggia, di rifugiarsi al Chelsea Pub, di spiegare che cosa si fa nella vita, senza farsi capire bene, giustificando il caos con quella postilla di cui me ne vergogno sempre un po’, come le Corone in mano e lo stordimento post-concerto, «sai, è sempre stata una mia passione», e ricevere come risposta una sentenza: «una volta un famoso dirigente a un convegno disse questa cosa, che mi ha molto colpito e secondo me è molto vera, che per anni ci hanno detto che dovevamo seguire le nostre passioni, e invece bisognerebbe seguire una sola cosa, il nostro talento».

In autostrada, prima di raggiungere Parma, diverse ore prima di Parma violenta ma pacifica, che dichiara la tua sconfitta ma con il sorriso sulle labbra sporco di salsa piccante, c’era Morricone che usciva dall’autoradio (precisamente, Neve, da The Hateful Eight), c’era uno zaino dimenticato sul sedile passeggero, c’era la pioggia a secchiate e il buio delle cinque del pomeriggio di autunno e sembrava da lontano, davvero, l’inizio di un film di Tarantino. E poi passo sotto un tabellone luminoso informativo, di quelli che segnalano code o incidenti o ti ricordano di dormire, prima di metterti alla guida, e lampeggiava la strisciante scritta “anche meno”. La silenziosa dittatura dell’anche meno, quella che non vieta, suggerisce velatamente che non è il caso, di rimanere storditi ai concerti, che non è il caso di bere Corone, che non è il caso di seguire le proprie passioni. Di essere un’eccezione. Di rimanere blu, nonostante gli anni che passano, i soldatini di piombo, le pendenze, le segreterie telefoniche, la decenza, le moquette verticali.

Questa voce è stata pubblicata in 200X, Asfalto e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *