Città del ‘900

Se i platani di via Pomposa in autunno non fossero in via Pomposa, sulla Rossonia, ma nello Yorkshire o in Germania sarebbero finiti sull’Instagram di mezzo mondo. Vent’anni prima, quasi l’intero tratto della via del Mare tra Ferrara e Tresigallo (oggi SP15) era interamente cinto da queste file interminabili, possenti di platani, robusti e alti come colonne di marmo di una cattedrale nel deserto. E a Tresigallo ci si andava quasi sempre in questo periodo, per quella cosa di andare a mettere dei fiori nei cimiteri e di accendere «i lumini». Si andava di domenica pomeriggio, mai il primo di novembre perché «c’è troppa gente», io ero seduto dietro, cuffie con archetto metallico piantato sulla testa (gli auricolari dovevano ancora essere inventati), walkman Aiwa sintonizzato su Tutto il calcio minuto per minuto, con l’Inter allenata da Bagnoli che dopo un incerto inizio stava rimontando il Milan di Capello e chissà, forse tra un gol di Ruben Sosa e un Manicone centromediano metodista, forse al derby ce la si poteva pure giocare. C’era molto nebbia, quasi come stamattina, e c’erano soltanto poche tonalità nella paletta dei colori di Ferrara in autunno: grigio, marrone, giallo, una spruzzata di rosso. Gli stessi che si ritrovano nei piatti in tavola i giorni di festa: marrone, giallo, la pasta all’uovo, il brodo, la carne, il purè. Non è tristezza, vent’anni fa la tristezza non era ancora stata inventata, era semplicemente il mondo conosciuto: l’America, Instagram, gli stati d’animo ingiustificati e ingiustificabili ed essenzialmente le tragedie dovevano ancora essere scoperte. Avevamo pochi colori, una radio che gracchiava sulle discese sulla fascia di Fontolan, un cimitero così squadrato, con questo monumento funebre dedicato a Rossoni così futuristico: nemmeno il fascismo, l’architettura, il razionalismo, nel mio mondo di ragazzino delle medie, era stato inventato. E mi sembrava davvero enorme, il cimitero di Tresigallo, quando ancora nella rotonda poco prima di svoltare a sinistra e imboccare il viale con i pini che conduceva all’ingresso, non erano state piantate insegne turistiche ‘Città del ‘900’. Eravamo noi, il Novecento, o quel che ne restava, senza bisogno di indossare cartellini di riconoscimento. La parete con le lapidi di famiglia, la foto di mio nonno, che mai ho conosciuto, che adesso nel futuro è clamorosamente uguale a me, e me ne rendo conto solo ora, come quel rosso sbiadito della scritta ‘Fam. Zecchi’, che mio padre orgogliosamente rivendica: «l’ho pitturata io, quando ero giovane!». Due lumini, uno per nonno e uno per nonna, niente fiori, ci aveva sempre già pensato qualcun altro, chissà chi, poi di nuovo fuori, nella campagna, riaccendevo subito la radio per ascoltare le interviste agli allenatori. L’Inter probabilmente non aveva vinto, le vittorie nemmeno, erano state ancora inventate. Oggi abbiamo provato a cercare la tomba della zia di mio padre, morta l’anno scorso, senza trovarla, «vuoi vedere che l’hanno spostata?». Nel Novecento certe cose non accadevano, soprattutto, non mi riconoscevo nelle frasi in dialetto di mio padre, mentre adesso, quando saliamo in macchina parcheggiata nell’erba a fianco del minuscolo cimitero di Focomorto, se ne esce dal silenzio con «pian pianin, finis tut». Toccherà andare in bici, di nuovo, anche oggi pomeriggio, pian pianino.

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