Una risposta non esauriente alla domanda ‘Come è andato questo venerdì?’

Giro la curva, l’ultima nella mia via prima di imboccare gli ultimi trecento metri di rettilineo che mi conducono a casa, e mi ritrovo di fronte al cofano della mia Polo un cane. Smarrito, spaurito, mi guarda impietrito con quell’espressione tipica di chi ha appena ricevuto una domanda tipo “come stai?” e no, non vuole e non ha nessuna intenzione di rispondere. È alto, ha il muso esile come un fenicottero e il pelo morbido come la neve, a vederlo: perché quando scendo dalla macchina per andargli incontro, lui scappa lontano. Provo a inseguirlo, per capire, fargli qualche domanda, provare a ragionare assieme su come sia potuta andare così, su cosa ci facciamo entrambi in questa situazione, estemporanea come le frasi che mi escono oggi e che nessuno, davvero nessuno ha capito: perché io sto inseguendo un cane terrorizzato bianco come la neve, dalle zampe lunghissime, che non ha nessuna intenzione di fermarsi? Perché io sto scappando da un essere umano inopportuno, capace solo di smascherare gli incantesimi altrui? Rovino la magia, allora, cercando il numero del canile per riportare l’ordine in questi trecento metri che mi separano da casa: trovo occupato. Il cane, intanto, corre lontano, schivando le auto contromano e gli alberi che trattengono le foglie.

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