Polo

La Polo che guido da sei anni è stata molto più di una semplice autovettura prodotta dalla Volkswagen: è riuscita a diventare una seconda casa, talvolta anche la prima. E non per i chilometri che le ho fatto percorrere, incurante del tempo che passava, e non per quello che mi è accaduto dentro: mangiare, dormire, leggere, studiare, progettare, risolvere, litigare, amare, spiare, guardare, perdere, ascoltare, morire (e mi dimentico sicuramente qualcosa). La Polo che guido è stata la mia terapia, la risposta a molte domande e catastrofi, colei che mi ha portato dove volevo andare. L’altro giorno, alla fine di una pedalata notturna in Friuli, l’ultimissima ad arrivare all’arrivo, una donna di anni 68 con un sacco di plastica rosa e un gilet di lana grigia addosso, mi ha guardato in faccia e mi ha detto: «Io quando decido di andare in un posto, io poi ci vado, non importa con che mezzo». Ecco, una delle mie colpe è stata sempre quella di andarci, poi, nei posti in cui volevo andare. E il mezzo, in questo caso, non era secondario. Continuo a rappezzare le ferite della Polo anno dopo anno, e il suo motore si consuma inesorabilmente e sapendo che molto probabilmente sarebbe stato il suo ultimo viaggio, ho deciso di portarla ancora una volta dove volevo andare, da solo con lei. Molto in alto, molto in basso: dove vanno a nascondersi i fantasmi.

Polo - Torino Colle del Moncenisio Col de l'Iseran Vinadio Demonte Spotorno Noli Campo Imperatore Italia Francia 2016

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