Presente

Potrebbe tutto andare a rotoli come in Drive, per esempio, e invece va a rotoli così, senza che neanche il mare del Golfo di Trieste si increspi di notte. Va tutto a rotoli con il mare piatto, e nemmeno una bava di vento sul Molo Audace.

Ero arrivato qualche ora prima, con il sole che andava a nascondersi dentro il Castello di Miramare alle mie spalle, partito non appena il ritmo del respiro seguiva la partitura dispari di una batteria, senza nemmeno guardare la strada sulla mappa, ricordandomi esattamente che per arrivare a Trieste è meglio uscire a Duino, e imboccare la costiera, e ritrovarsi il mare al proprio fianco. Il gestore dell’alloggio vorrebbe accompagnarmi a trovare parcheggio, perché almeno con lui fingo di non sapere orientarmi, e invece riesco ad arrivare al Molo IV, a mandare giù l’aria del porto, i turisti russi sbarcati dalle crociere sull’Alto Adriatico che fotografano il tramonto dietro le catene delle gru. Trieste è quella città dove vai in alto per sprofondare in basso, dove scendi al mare per salire sui monti, sembra di stare al sud per il magnetismo nell’aria e invece il disegno ottocentesco dei palazzi sin dai pressi della stazione odora di imperi del nord decaduti. Il gestore dell’alloggio mi dileggia per la mia richiesta di visionare la partita, «il calcio a noi triestini non interessa», e inizia a elencarmi tutta un’infinita serie di possibilità per poterla vedere, che ovviamente saranno tutte fallimentari. Non mi lascia andare, lui, e mi spiega la dinamica dei servizi igienici dei bagni triestini, la separazione tra i due momenti fondamentali, il water e la doccia che gli italiani si ostinano a tenere assurdamente insieme, e poi provando a grattare sulla patina di gestore accogliente riesco a fargli ammettere che no, lui vive qui solo da cinque anni, che ha scelto questo appartamento dopo averne visitati altri trecento, «sono tanti trecento, che meticolosità», gli dico, e lui sorride sardonico, «sono di Padova, ma poi mi sono fidanzato, sai, ci sono capitato per caso», e penso che sia una fortuna o un dramma o comunque una dissonanza così grave, capitare per caso in questa città, perché io stasera a Trieste ho scelto di esserci. Ho scelto di finire sul Canal Grande, di fermarmi sotto il colonnato di Piazza della Borsa, e dopo due anni devo ancora finire di asciugarmi da quella pioggia di agosto, ho scelto di salutare Italo Svevo (nella veste della sua statua di fronte alla biblioteca, peraltro aperta anche di sabato sera), di virare per la città antica, salire su via Madonna del Mare soltanto per il nome (come si fa a non entrare in una via con una denominazione così corallina?), e riconoscerne i marciapiedi larghi come fiammiferi, e sedermi in una birreria dove non mostravano la partita, e quindi dovevo per forza origliare i discorsi degli astanti, e sentirmene in colpa, e guardarmi attorno mentre finivo il mio gulash, e individuare a fianco della cassa una casa delle bambole, una riproduzione fedele di un’abitazione in stile vittoriano, con una lucina accesa, flebile, sulla veranda, a rischiarare di un poco la minuta porta di ingresso. E quando all’oste ho chiesto lumi al riguardo, lui si è illuminato, scaricandone la responsabilità sulla moglie, che di inverno la costruì mettendo assieme pezzi che arrivavano per posta: un minuscolo quadro, una minuscola tappezzeria, un minuscolo water (alla triestina, ovviamente). E mentre spiegava ha aperto la casa, come uno scrigno prezioso, e al suo interno si materializzava la pazienza della moglie, «io non ne sarei mica capace, io sono più bravo con le cose grandi, tipo il bancone del bar, quello l’ho fatto io, quando c’è da tagliare senza usta»: tutto perfettamente arredato, «non è facile tenere ordine in questa casa», «ci servirebbe una governante, quella che c’è se ne sta sempre ferma», ribatte l’oste indicando la miniatura della governante fissa in camera da letto, di fronte al minuscolo armadio. Ho scelto io di prendere in faccia il caldo insopportabile di fine maggio lungo la salita a San Giusto, di toccare le colonne delle rovine romane, di non trovare il coraggio, neanche quella sera, nemmeno questa volta, di chiedere di fare una foto agli sconosciuti, a queste due ragazze che si impilavano una sopra l’altra sorreggendosi sui polsi, un numero da circo poco distante dall’Arco di Riccardo, no, ho scelto di tenermele per me, e di scivolare verso il mare, inspiegabilmente immobile. Ero venuto a caccia del vento e mi ritrovo in una domenica mattina umida e calda, alla Pirona in Largo Barriera Vecchia, a chiedere a una signora con il grembiule se per caso le facesse ancora, le napoletane, e lei a darmi una rassicurazione gratuita, che mi lascia in bocca un sapore gratuito e confortante, ormai dimenticato, a differenza di quello della crema cotta due volte ben saldo nel mio cuore. Ho scelto io di comprarmi un biglietto del tram valido per quattro ore, e finalmente di sanare la ferita mai rimarginata della funicolare per Opicina, su cui non ero mai riuscito a salire a causa dei numerosi deragliamenti che la bloccavano in officina. Esulto come un bambino salendo sulla carrozza consunta, di legno e di ferro, con l’autista che quando arriva al capolinea scende dal mezzo e si dirige dall’altro capo, nella cabina opposta, a fissare male biciclette che deraglieranno inevitabilmente al primo tornante. La pendenza in via Commerciale si fa assurda, accanto a me una turista inglese di mezza età fotografa quando io fotografo, imitando le mie mosse e fermandosi solo quando io scelgo di ritrarre il cartello ‘Riservato’. Il tram per Opicina si inerpica tra le abitazioni, i rami degli alberi, fermate dove cambia binario, passando a fianco della strada, è tutto così compresso, nella salita per Opicina, tutto così pigiato che mi viene da piangere e quando arriviamo a destinazione, centinaia di metri più in alto, decido di ritornare in piazza Oberdan a piedi, finendo per perdermi tra scalinate verticali di quelle che vedi solo scendendo da Castel Sant’Elmo, e invece ora sei al nord, e incroci cd masterizzati gettati a bordo strada, compilation che contengono Wonderwall intitolate “Soft rock to me”, e quando compaiono le prime vesciche ai talloni, quasi inciampi su una pallina da tennis che ti farà compagnia per gli ultimi gradini, anche quando cederai il biglietto del tram ancora valido a una signora che invece voleva pagartelo, e ti ringrazierà con un «buona domenica». Ho scelto io di finire al cimitero di Sant’Anna, dopo averne letto su un romanzo che parlava di destini che ti scelgono o loro che scelgono te, vallo a capire, non credo né alle scelte né ai destini, credo in alcune città, però, e il cimitero di Sant’Anna si spalanca di fronte a me come un abbraccio, e i sorrisi sono i nomi riportati su ciascuna baracchina dei fiori nel piazzale antistante, Anna, Rita, Paola… un appello di venditrici a cui tutte rispondono ogni domenica presente. Su una lapide nella zona del cimitero ex militare compare una coppia di giovani sposi, in bianco e nero, su un’altra invece falce e martello e i colori della Yugoslavia, in un angolo addirittura la lapide di Oberdan in persona. Poi arrivano le nuvole, le aveva annunciate il gestore dell’alloggio mentre al mattino spiegava a una coppia lombarda di mezza età in vacanza come si fa la crosta del pane quando lo si cuoce nel forno di casa, «il segreto è spruzzare acqua sopra l’impasto», come si fa ad essere così precisi di domenica mattina, mi chiedevo, come si a fa a sapere quando arriveranno i temporali, mi chiedo ora mentre scappo per un attimo letteralmente in Slovenia, non resistendo a certa segnaletica stradale. Finisco così a Lipica, dove al posto delle dogane ora ci sono i casinò, e poi improvvisamente la strada è cinta da una palizzata di legno dipinta di bianco, e alberi sparsi a caso nel verde, e cavalli bianchi, cavalli bianchi ovunque, quando pochi metri prima c’erano i casinò, insegne luminose accese anche di giorno, ora sono finito in mezzo ai cavalli, lo stupore finisce quando appaiono le prime buche del campo da golf, e insomma, Lipica è un centro resort, più che un paese, così ripiego di nuovo verso il Territorio Libero di Trieste, scorgo una donna con un ombrello bianco in mezzo al campo di grano, e il marito che la osserva immobile a debita distanza, scelgo le immediate destinazioni unicamente per il suono della toponomastica, Gropada per esempio, la strada che riporterebbe in Slovenia, di nuovo, si tramuta in un sentiero di sassi e stavolta la dogana è praticamente distrutta in mezzo al bosco.

Ho scelto io di tornare, quando mi accorgo che iniziano a essere i ricordi a guidare questa fuga, invece che le circostanze. L’ultima tappa di questa commemorazione di un presente che non ho scelto è il santuario di Redipuglia, completamente spoglio della retorica militare su cui è costruito. Ci sono solo io, qualche comitiva di turisti francesi, e in cima, ventidue piani più sopra, un paio di alpini col berretto e polo azzurra, uno racconta all’altro di antiche battaglie, «combattevamo per liberare della gente che ti diceva “stavo tanto bene con Francesco Giuseppe”». Ogni piano del santuario riporta in alto l’infinita sequenza della scritta ‘Presente’ per centinaia di volte, a cingere ogni gradone, a trascinarti verso di sé per la sua ossessiva ripetitività,  quando la intravedi ai piedi della struttura, e poi quando salite tutte le scale, dall’alto, capisci come ormai il termine presente possa andare bene esclusivamente per i morti.

Arriva il temporale, prendo tutta la pioggia che c’è da prendere, dentro lo zaino c’è una foto, che nonostante sia stampata su forex impermeabile (davvero a tutto), mi premuro di non farla bagnare: mi servirà per ritrovare la strada di casa se i tergicristalli smetteranno di funzionare.

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