Premi il cuore

Salgo sui monti quando il sole inizia già la sua parabola discendente, alla ricerca di una bandiera viola «ormai portata via dall’inverno», ma come sempre decido la strada in base alla toponomastica. E dopo aver attraversato Predappio per la prima volta nella vita proprio il giorno della Liberazione, al bivio non posso che puntare in direzione di Premilcuore, agglomerato di case situate nella gola di una delle mille strade che portano in Toscana. L’alimentari nonché tabaccaio nonché tutte le cose che possano servire lungo una provinciale in mezzo a una gola sugli Appennini è aperta, o forse non chiude mai: ci accoglie una signora con i capelli raccolti all’indietro, una montatura degli occhiali sottile e posata in stridente contrasto con il tono di voce, incontrollabile, forse perché in montagna ci si vuole far sentire anche dalle nuvole e si finisce per urlare anche agli sconosciuti. Un grembiule consumato copre in parte i pantaloni della tuta verde militare. Arriva solo diversi secondi dopo il mio ingresso, quando ho praticamente già fatto in tempo a inghiottire ogni cosa di quel posto con lo sguardo: le cartoline ingiallite appese sopra l’ultimo scaffale in alto, i Tampax e il libro di francobolli di taglio ormai insufficiente per le vigenti tariffe postali («via, ve ne lascio due e uno ve lo offro»), il santino di Padre Pio riposto nello scaffale delle caramelle, forme di pecorino già tagliate, un calendario degli eventi dell’anno precedente, talmente fitto da non lasciare un fine settimana libero, ma soprattutto la vista del tinello dietro il bancone, il tavolo ricoperto dal disordine di un’esistenza solitaria, la stufa di latta bianca e la musica, sorprendente, musica lirica ad alto volume che scende dalla montatura esile e dorata degli occhiali di questa tabaccaia che urla ma ascolta inspiegabilmente Just (After Song of Songs), in attesa che qualche sconosciuto entri il 25 aprile nella sua bottega a Premilcuore. Perché qualcuno arriva sempre, prima o poi, a chiedere l’ultima cartolina («queste le ho fatte stampare io, in paese», precisa orgogliosamente arrossendo), e a chiedere la storia di un nome del genere: sono io, io che mi sento una mano grande quanto la Romagna toscana a premermi sopra il cuore da settimane, da mesi, a chiedermi perché sia finito qui. «Tanto tempo fa un soldato romano si ritrovò da queste parti, era in fuga, se ne doveva andare da Roma il più in fretta possibile, salì allora su queste montagne, e gli premeva il cuore di riuscire a salvarsi, ecco perché questo posto si chiama così». E mi immagino questo soldato inseguire un verde opprimente, verde i boschi, verde i pascoli, con una mano sul petto a premere sopra la sua paura, la sua insopprimibile voglia di respirare un altro giorno ancora, e poi un altro, e scappare sui monti per andare a sventolare un’altra volta ancora la bandiera del suo esercito. E se non ci fosse riuscito, a scappare via, ora non saprei dove andare, il giorno della Liberazione, e sarei finito come un quinto degli abitanti di Premilcuore: matto. Ci sono infatti oltre cento persone con problemi mentali confinati qui sopra, sparsi tra case di cura e (un tempo) manicomi e oggi chiamati con una terminologia socialmente più accettabile, ed è così che si finisce, se non si viene liberati dal cuore, matti a guardare il verde dallo strapiombo sul torrente, o bambini che festeggiano scudetti suonando il clacson da soli, perché qui i caroselli di ultras non arrivano, o ex spacciatori di droga che camminano ingobbiti sopra ponti romani, o come Ivo, e il suo cane che porta l’amore nel nome. Ami è un’akita, una femmina di una razza che in Giappone adorano come gli Imperatori, finita addirittura «sulla bandiera dei samurai, cinquemila anni fa, tu che usi il computer quando torni a casa vai a controllare, fidati», e io mi fido, del suo racconto di quando da diciassettenne se ne andò da Premilcuore perché il cuore gli scoppiava in mano, e finì in India, a esprimersi a gesti, «conoscevo solo il francese, studiato alle medie, e in India il francese non ti serve a niente», e nemmeno il cuore ti serve quando qualche anno dopo, ad Amburgo, finisci per dare del coglione a un poliziotto tedesco, e quello ti intima di fermarti, e tu finisci per dargli dei calci, al poliziotto tedesco senza cuore, «e gli rubai anche la moto e lo lasciai lì», e ti sbattono in prigione: «poi però l’ho pagata davvero tutta». Adesso Ivo indossa un berretto della Juventus senza nemmeno rendersene conto, e racconta con un cinismo dissonante di quando il suo cane akita sbrana gli altri cani, «io li avviso i loro padroni, ma non mi credono, allora io mi giro dall’altra parte e lascio fare, tanto Ami ha tre assicurazioni», e dei cinghiali freddati dai canini di Ami, che ora mi mostra divaricandone il muso come se fossimo a una fiera canina (cui ovviamente ha partecipato in passato), sebbene Ivo non sembra apprezzare la selvaggina, «giusto un filetto ogni tanto». Adesso Ivo mi invita ad abbracciare la femmina di akita con i denti «a pettine, trita tutto», per dimostrarmi che in fondo è un cane dolcissimo, e io mi fido, cos’altro dovrei fare penso, non ho più nulla da perdere e decido di abbracciare un cane che lacera i suoi simili, e Ami mi viene incontro con il suo pelo terso, pulito come un lenzuolo di cotone appena lavato, foltissimo, e io affondo le mani e il mio muso sul suo collo, sul suo muso.

Sono partito armato di reflex e silenzio per andarmene sui monti, come mi capita spesso il giorno della Liberazione, e ho spedito cartoline e poi di nuovo sono salito lungo il Muraglione, alla ricerca di una bandiera viola issata sopra a un ristorante di San Benedetto in Alpe. E dalla statale si intravedeva un campetto di calcio dove giocavano solo profughi, e poi ho chiesto all’unico ristorante aperto, come mai ci fossero così tanti profughi in un posto così remoto, e lui mi ha citato il Tg4, Mario Giordano, un’inchiesta, «sa, non rubano i soldi solo al sud», e mentre annuivo poco convinto mi sono guardato attorno, ho visto alle pareti articoli vecchi di giornale che raccontavano di un gestore di un ristorante di San Benedetto in Alpe che dichiarava di «aver sparato ai ladri», e di essere stato assolto, e poi c’era un quadro pieno di colori, deposti sulla tela bianca con brio scolastico, e poi ho fissato meglio, la tela, e i colori, e mentre mandavo giù il secondo caffè del viaggio sono riuscito a mettere a fuoco il soggetto, un coloratissimo e infantile e sognante fascio littorio. La reflex è rimasta nello zaino, il silenzio è evaporato con il tramonto e il vento di tramontana, la bandiera viola è rimasta un ricordo di tanti inverni fa, come le mani sul cuore, che si alzano in cielo e si arrendono ai ricordi, a te che mi vieni in mente quando sto bene, e in montagna guarda caso si sta sempre bene, via dalla guerra dalle infamie, in montagna si scappa per andare a fare quello che si pensa, e smettere di combattere.

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