Dirige l’orchestra: Beppe Vessicchio

Il taglio dei capelli è quello che smantella tutta la figura attoriale che si è coscientemente, minuziosamente e caparbiemente cucita addosso, su misura. L’eloquio non troppo forbito ma preciso, una dizione straniera a questa terra che unge tutte le consonanti e stiracchia come carta stagnola qualsiasi vocale. La sua cadenza invece è ordinata, mansueta, «severa ma giusta». Ritira il premio, che stringe con mani allenate, salde come le spalle prorompenti chiuse dentro un’ordinaria giacca nera, poi ritorna moderatamente orgoglioso di sé al proprio posto. Ed è quando si siede, offrendomi la sua nuca scoperta che tanto mi ricorda un nuotatore (specialità 200 metri stile libero), che il suo taglio dei capelli mi divampa con tutta la sua verità smascherando anni di scuola attoriale e di fermi desideri. Sei così elevato, ormai estraneo a questa terra, ma è la stessa terra che ti ha prodotto che mantiene ferma la presa su di te con questi capelli tagliati corti, corti come solo questa terra saprebbe tagliare: e forse avrai un parrucchiere di fiducia, essendo tu attore in fase di affermazione, e forse come spesso mi capita credo di aver tutto compreso e invece di tutto ne afferro sempre soltanto le unghie, o qualche ciocca di capelli, quando va bene. Eppure solo così i maschi si tagliano i capelli, qui, i maschi non della città ma della provincia, di quei paesi della provincia cui per arrivarci bisogna passare per filari infiniti di platani ai cigli delle strade, che d’estate sembrano cattedrali nel deserto dei campi coltivati a grano o mais e d’inverno sembrano cattedrali bombardate nel deserto dei campi che a sfregio decidono di diventare verdi proprio d’inverno. Un taglio modesto come un piatto di cappelletti in brodo servito in piatti di ceramica sbeccati, dal decoro geometrica comprensibile e innocuo, modesti come le posate vittime di troppi lavaggi, graffiate, opache, consistenti certo, ma inevitabilmente rivelatori del mondo da cui provengono: la provincia. Ci vengo anche io, dalla provincia, e anche io possiedo quel taglio fresco da barbiere, sopra la mia nuca, che non trasmette nulla di erotico o deciso o evocativo, e osservandolo mentre emerge dalla poltrona di pelle del suo posto assegnato, vedo i suoi capelli nerissimi e corti, curati, sento il rumore delle forbici del barbiere della piazza del paese, i giornali appoggiati sul tavolino, Quattroruote, Sorrisi e Canzoni, il Carlino, forse la Nuova, e mi dimentico completamente di scrutare la nuca di un attore che gira il mondo, no, vedo il mio, di mondo, che è anche il suo e quello di tutti gli altri presenti in sala, la provincia, la retorica provincia, l’inevitabile provincia, la prosciugante provincia, l’imbellettata provincia, l’ingenua provincia, la falsa provincia, l’aspirante provincia. Un taglio di capelli come tatuaggio indelebile che urla la sua provenienza, non troppo corto, non troppo lungo, fatto a dovere, secondo consuetudine, lungo giusto tre o quattro centimetri (non di meno, non di più), che disarma tutta la potenza del nero dei capelli, li mette al suo posto, un taglio per niente vezzoso, senza nessuna velleità, come le canottiere bianche indossate sotto le camicie non curandosi dello stile, che tanto chi te le vede mai, ecco, è l’assenza di velleità nel taglio di capelli che smaschera la patina di esotico costruita sui palchi di teatro e dietro le cineprese di mezza Europa, e da lì poi è tutta una cascata. Vedo la punta delle mie scarpe da centro commerciale consumata, vedo le buste di culatello passate sottobanco da mani di madri per cui ok, siamo orgogliose dei figli premiati, ma quando si torna al proprio salotto? Vedo me che reggo targhe prestigiose e buste di culatello, vedo me che non ho fatto in tempo a cambiarmi le mutande e penso che non faccio più in tempo a fare davvero tante cose, vedo il taglio squadrato di capelli di presidenti di associazioni di categoria che leggono il loro interminabile discorso alzando gli occhi soltanto quando pronunciano la parola “grazie”, quella per fortuna se la ricordano, penso che siamo tutti teneramente figli di questa terra, che produce neo fondatrici di case editrici che fissano il pavimento quando garantiscono che non sono in grado di parlare di sé, eppure parlano per venti minuti di fila, figurati se ne fossero capace, vedo la didattica maldestra della provincia nella mano di una professoressa dell’istituto alberghiero che per insegnare a un’allieva a guardare verso il palco e non perdersi nei propri pensieri le afferra il mento quasi con violenza e ruota di novanta gradi il suo viso che trattiene una smorfia di provinciale disgusto (verso la prof, la premiazione e i sabati mattina trascorsi così), vedo la litania di una cerimonia cadenzata, con la retorica dei pronunciamenti, delle formule di presentazione, che ricorda il palco altrettanto decadente del festival di Sanremo, e manca solo l’annuncio di Beppe Vessicchio, vedo la faccia perplessa di convitati sul palco che non si accorgono di avere non solo i pensieri per aria ma pure i pochi capelli, vedo e penso siamo la nostra terra, non siamo fatti di carne, siamo fatti dei muri di questa terra, della pelle di queste poltrone, non siamo persone, individui, siamo tutti terribilmente annacquati nelle nostre radici e non emerge nessun nome proprio, nessun pensiero proprio. E non c’entra davvero nulla l’omologazione, né me ne importa qualcosa, penso semplicemente al fatto che ciò da cui proveniamo, si tratti di un territorio provinciale o semplicemente la nostra vita passata, sovrasta di luce tutto il resto, e il resto saremmo noi. Come un reattore nucleare costruito col tacito consenso dello stato in un parco naturale, accanto a un porticciolo di poche assi di legno, così la nostra provincialità trasuda dalle premiazioni, dai discorsi dei premiati che si sforzano nobilmente di citare la pennicilina, Fleming, Churchill e contadini che salvano il mondo, mentre invece rimaniamo inesorabilmente contadini che non riescono nemmeno a salvare sé stessi e andiamo a pregare sotto le arcate di platani. Rimaniamo vescovi che se ne vanno alla chetichella come il più improbabile degli imbucati alle feste, rimaniamo sindaci che non dicono una parola (per fortuna), fotografi che si stanno per addormentare seduti in prima fila, caporedattori che non sanno approcciare attori e finiscono per farfugliare, e ci stupiamo della presenza dei caffè ai buffet, e non riusciamo ad allacciarci i bottoni dei cappotti nuovi, e questo reattore brucia, brucia ed escono nuvole di vapore, noi le chiameremo per convenienza nebbia, e sentiamo freddo, mentre torniamo a casa con il culatello e le targhe di ottone, ed è questo che sappiamo fare, sul porticciolo, quando pieghiamo il collo verso l’alto a contare dove finisce l’ombra del reattore (molto lontano), sappiamo sentire freddo, e siamo la nostra provincia e noi dove siamo finiti, dove sono finiti tutti, senza il punto, è tutto una conseguenza e le domande non servono più. Se smetto di fare domande riesco a imparare quanto bisogna contare per versare del vino (fino a dodici), riesco a fare il controcanto di Wonderwall lungo le autostrade inaugurate da pochi mesi, riesco a ingurgitare il mio mal di testa. Ma quel reattore è sempre lì, anche mentre scappiamo dai circoli Arci dedicati alla pesca appena inaugurati, anche mentre facciamo i diavoli, e gli avvocati dei diavoli, l’ombra soverchia sempre il porticciolo, e rimango irremediabilmente un provinciale pure nella puerile convinzione che sì, questo periodo di lavoro intenso finirà, che sì, troverò poi il tempo, di raccontare dei convegni delle camere di commercio, di spiegare l’umanità della polizia municipale, di individuare le differenze tra Reggio Emilia e Ferrara, mando giù l’ultimo sorso di Konig e ne sono addirittura convinto io stesso, che è tutto ciclico, e quindi questo periodo finirà e tornerò (torneremo?) a esprimere i miei (nostri?) pensieri con le proprie parole, molto semplicemente, senza usare le parole degli altri, i link degli altri, le foto degli altri, i disegni degli altri, i film degli altri, le installazioni degli altri, le idee degli altri, i drammi, degli altri, le colpe, degli altri, le gioie, degli altri, useremo le proprie parole, e non i propri silenzi, ci credo davvero, e in questa fiducia che dura lo spazio di infilare la chiave nella toppa di casa, a mezzanotte, suona il rintocco della campana del paesello, dove tutto tace, di notte, nella nebbia, ma la campana è l’unica autorizzata a rompere il silenzio come un sasso contro il vetro di una finestra. Io sono la mia provincia, e ciò che sono divampa in quel credere che sì, un giorno finalmente ricomincerò a fare le cose per l’urgenza di farle, e non per dovere, per ripiego, per sopravvivenza, per dimenticare, per amare, per rimediare, per occultare, per sistemare, soprattutto sistemare, aggiustare. Sono quelle due parole, “un giorno”, sono una provincia mentre ritorno a dare calci alle foglie dei platani di piazza Ariostea, che si sollevano per aria, e mi ricoprono, e da fuori giusto quello si vede: un mucchietto di foglie, di platani, di terra. La propria natura.

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