1955

Sono giorni strani, lontani da casa, lontani da un solo minuto in cui riesca a non sentire una voce umana. Giorni in cui la migliore spiegazione della mia realtà potrebbe essere racchiusa in un fotogramma di Ritorno al futuro, quando Doc disegna sulla lavagna una deviazione dalla retta spazio-temporale. A quale realtá appartengo? Non lo so se sono finito nel 1955 o nel 2015, ma ritrovo la strada per casa solo mentre cammino in via Sogari incrociando due gemelli omozigoti, che indossano la stessa giacca e discutono di una «sfera al centro dell’universo». Sento di avere un posto nel mondo quando mi faccio raccontare da Cinzia com’è fotografare per un festival, e quando osservo sempre Cinzia che mentre sta uscendo dalla facoltà si blocca un secondo, torna indietro, sbircia dentro un’aula che non aveva ancora visto, soffermandosi per controllare che non le sia sfuggita un’altra potenziale foto. In questa realtà scritta col gesso trovo casa quando Monica Allende si esalta perché riconosco la sua felpa di Look Mum No Hands, di quando insieme riconosciamo le differenze tra i ciclisti di Londra e quelli di Ferrara, che sono poi le stesse tra chi sceglie e chi invece prende tutto come un’abitudine scontata. Smetto di chiedermi in che anno sono finito quando Bergonzoni smonta il racconto dei festival ai festival, quando smonta i miei organi con subdoli giochi di parole che squarciano una dolcezza quasi insostenibile, quando sento un parlamentare esprimersi saltando consonanti e mostrando una tenerezza fin troppo oscena, per il ruolo, ma ormai così necessaria, per la realtà. Sentirsi a casa, ci provo da una vita, e mi capita ormai di rado, come quando un uomo robusto davanti a me si porta le mani alle tempie con un gesto lento e lungo quanto la nota prolungata della tromba in piazza Municipale. Senza fiato rimango nel soppesare tra le mani zine in miniatura confezionate a mano, o mentre cerco di percorrere (senza rete sotto) un filo invisibile che lega l’abolizione del carcere a una disamina sul successo di Zerocalcare. Esiste? Non lo so, io avrei bisogno che esistesse, per trovare finalmente la strada di casa, che intravedo solo quando trasporto estintori al palazzo Roverella, o ascolto urbanisti discorrere di moduli abitativi senza capirne nulla. Mi sento a casa quando scegli di candidarti per posizioni lavorative, quando hai ancora voglia di fare cose forse inutili, soprattutto inutili, quando spalanchi una porta sui tuoi desideri che non sanno assopirsi allora sì, che mi sento a casa, che mi arriva il sangue alla testa, mi prende una voglia di imbiancare il soffitto, di smontare gli infissi delle finestre, di portarti a fumare sui tetti di questa cittá che sento sempre meno mia e sempre più di tutti.

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