Crediti formativi

Da due giorni sto facendo un lavoro la cui dinamica prevede essenzialmente che la disorganizzazione ricada sulle mie spalle, facendomi sbagliare. Fortunatamente si tratta soltanto di una parentesi figlia del mio precariato, e da sabato ritornerò a sbagliare tutto da solo: errori genuini, classici, sani come frutti di stagione. Per dieci ore di fila devo stare in piedi al termine di un lungo tappeto rosso, racchiuso in un grande padiglione di una fiera cittadina. Devo indossare scomode scarpe nere, escogitare strade alternative per sfuggire all’incomprensibile traffico del mattino e della sera, esporre le risultanze del mio stress sulla pelle del mio viso, sorridere anche, ringraziare, improvvisare, risolvere. Dietro un bancone largo appena due metri, osservo quanto le penne siano appetibili per gli ordini professionali: ogni esemplare che appoggio sul tavolo per raccogliere le firme dei partecipanti ai convegni, viene regolarmente sottratto da una mano che non riesco mai a cogliere sul fatto. Tocca così andare alla ricerca di ulteriori penne, che siano le classiche Bic col tappo smangiucchiato o quelle a pressione dello sponsor di turno, cerco di ammucchiare nelle tasche della mia giacca nera una scorta sufficiente per arrivare a sera. E arrivo sempre a sera con le tasche vuote. Un ingegnere romano mi ha confidato che va matto per le penne, «le colleziono tutte, soprattutto le Bic», e io gli ho scherzosamente implorato di riprendere la sua mania almeno da domani. Lui ha sorriso, portandosi via comunque la penna che mi serviva. Da dietro il mio bancone osservo come sorridere non basti quasi mai a consolare, e a volte bisogna anche dividere la coda di persone come nemmeno Mosè di fronte al Mar Rosso alzando la voce. Da dietro il mio bancone osservo come più della materia trattata dai convegni interessino i crediti formativi, e devo spiegare perché i geologi sì e gli ingegneri no, e perché non basti partecipare al mattino per arrivare alla quota prefissata, «deve venire anche al pomeriggio», e bisogna convincere le persone a tornare, da dietro al bancone, e questa cosa mi riesce soltanto quando ci sono crediti formativi in ballo e un Ordine Professionale incombente. Da dietro al bancone osservo la delusione dei chimici che non riceveranno nessuna manciata di credito per la loro presenza, da dietro al mio bancone bisogna essere comprensivi, tolleranti, indulgenti, ottimisti, propositivi, fatalisti, ammiccanti, anche e soprattutto bugiardi, evasivi, dosati. Da dietro al bancone si sente il rumore del vento che fa sbattere i tendaggi nella sala accanto deserta, un rumore che mi ricorda le mattine in vacanza lontano da casa, al mare, e non riesco a vincere la tentazione e abbandono colpevolmente per un istante la mia postazione e corro nel padiglione deserto delimitato da altissimi tendaggi neri, e mi sembra di essere dentro il finale di Twin Peaks mentre vado a toccare il vento di settembre che entra da un’uscita di emergenza lasciata aperta. Poi ritorno dietro al bancone, e ascolto disamine accalorate sui rifiuti nella Terra dei Fuochi, riconosco gli accenti, sento il sapore di certe zeta unte come una carta di una frittura di pesce, da dietro al bancone campiono tutti gli accenti d’Italia, accolgo l’empatia di un avventore che ha fatto anche lui per un anno il lavoro che sto facendo io soltanto per tre giorni. Da dietro al bancone intuisco l’energia di persone che potrebbero benissimo prendere il mio posto e quello di tanti altri trentenni come me che sarebbe già ora che andassero in pensione a scrivere blog ai giardinetti, e lasciassero magazine online, partite iva, operatori turistici in mano ai giovani, da dietro al bancone vedo fotografi che puliscono obiettivi con il lembo della loro camicia, un gesto naturale e intimo come una mamma che fa soffiare il naso al figlio che non ha ancora imparato a farlo da solo, e le macchine fotografiche non hanno ancora imparato a scattare foto da sole, e i partecipanti delle fiere a iscriversi da soli, e le fiere a organizzarsi da sole, e i banconi a camminare da soli lungo tappeti rossi, e il vento a bussare, prima di entrare, nelle sale vuote. Torno a casa e non accendo l’autoradio, so che ogni suono alla sera rimbalzerebbe sul mio cranio finendo tra le briciole sotto i sedili. Fa freddo, mi dico, questa sera, e se si potesse togliere una cosa, da questo mondo, stasera e per le sere a venire, non sarebbero gli sbagli che riprenderemo a fare da soli, ma questo freddo, lascerei indietro, e uscirei dall’uscita di sicurezza dei padiglioni vuoti e altissimi per toccare il vento, insegnargli nomi di festival che organizzerò quando sarò in pensione, ai giardinetti, raccontargli tutto quello che ho visto da dietro a un bancone, per tre giorni o trent’anni della mia vita, e spiegargli la strada per venirti a trovare.

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