Chiuso

(una cosa scritta per Listone Mag ma finita, giustamente, qui)

Il mare a settembre è un corso accelerato per ritardatari: venite, vi mostriamo cosa succede a perdersi l’estate. Coraggio, venite al mare un martedì sera di settembre, e capirete in fretta che cosa capita a dire sempre di no, a voltarsi dall’altra parte, ad andare a letto quando si ha sonno la sera. Il mare dei nostri lidi, soprattutto, è sempre una fotografia sottoesposta del presente che si sta vivendo: d’estate il sole che rimbalza sul cemento dei palazzi dietro il bagnasciuga sembra livido, desaturato, buono forse per giocare a fare i Ghirri su Tumblr (come molti di noi adoriamo fare), un po’ meno per spiegare ai bambini, per dire, che cosa sia veramente l’estate: un cielo terso e sincero, il rumore del vento che si infila tra gli alberi, sbucciarsi le ginocchia mentre si tirano calci a un pallone e si impara a crescere. È un martedì sera di settembre, e invece di fare aperitivo saliamo in macchina e prendiamo la superstrada, abbandonata ormai anche dalle pattuglie della Municipale. Rispettiamo comunque i limiti, perché ormai siamo diventati quelli che «vanno a Scacchi la domenica per evitare la coda» (ma anche Nazioni va benissimo), e ci dirigiamo verso Spina, alla ricerca del Museo di Remo Brindisi. Ovvero, alla ricerca di qualcosa che non ti aspettavi di trovare proprio lì.

Ecco, all’ingresso in super a Gualdo ancora non sapevo chi fosse Remo Brindisi, che ci fosse un museo di arte moderna al Lido di Spina, oltre a un campeggio dove svariati anni fa cercavo di decifrare il tedesco dei miei vicini di piazzola o coprivo il palo della tenda con un bicchiere di plastica per proteggerlo dai fulmini dei temporali di agosto. La strada è sgombra, la mia mente meno, ma incamera comunque qualche concetto cardine di Brindisi, aiutato da parallelismi con realtà a me note (Villa Bighi, per esempio), e da esempi pratici. Ma mentre le uscite scorrono inesorabili, mentre ci lasciamo alle spalle Masi Torello, Portomaggiore, Migliarino, Rovereto, Ostellato, Corte Centrale (un non-luogo per definizione, peraltro), Comacchio, la figura di Brindisi prende forma e diventa una storia che racconteremo un’altra volta, presto, su queste pagine. Rimane il mare verticale di settembre, una lastra buia sporcata soltanto da luci sporadiche delle ultime pizzerie ancora aperte, che rimanda indietro tutti i buoni propositi di settembre che più che portarci «una strana felicità», direbbe Lorenzo da Cortona, ci fa rimbalzare un’estate comprensibilissima, che è finita e nemmeno quest’anno è riuscita a insegnarci qualcosa. E attraversando il Logonovo a tramonto ormai scaduto, mi sento come nel delta del Mississipi e penso che davvero Ferrara ha il mare che si merita, e non c’è retorica o rancore o polemiche esistenziali o ambientalistiche in questa conclusione: Lido di Spina sembra un Othersville di Lost abbandonata, un manto stradale solcato dalle nervature delle radici di pino che sembrano la pelle di una persona che ha dormito poco negli ultimi tempi e che sta combattendo battaglie di cui nessuno riesce ad afferrarne la portata. Dovremmo sempre ricordarcelo, quando entriamo ai Lidi Comacchiesi, che i Lidi Comacchiesi combattono una battaglia di cui ignoriamo la portata, hanno passato un’intera stagione sforzandosi di essere qualcosa che non possono, vogliono o sanno davvero essere. Ora è settembre, molto è spento, gli infissi alle finestre delle villette Tomasi sono tutti richiusi, ora anche i Lidi possono distendere le vene ingrossate dell’asfalto e dormire per nove mesi.

09092015-brindisi

 

Soprattutto, a settembre a Spina il museo di Remo Brindisi è eloquentamente chiuso di sera. Ad accoglierci un muro di cinta bianco e brioso dalla forma della prua di una nave che solca un mare deserto. Una locandina illuminata proveniente dagli anni Ottanta, a giudicare dalla tonalità di giallo della carta, recita il significato del Museo, ma è parzalmente coperta da un ulteriore manifesto, più recente, che elenca gli orari di apertura. Così sappiamo che il museo a settembre non apre di sera, e questa informazione ci impedisce però di leggere per intero che cosa rappresenti, questo museo. Sappiamo quando chiude ma non che cosa contiene. Tocca suonare il campanello, arriva un ragazzo accompagnato da un simpatico cagnetto che zampetta in cima al muro di cinta a spiegarci che non c’è nulla da fare, stasera non riusciremo a entrare al museo. Di fronte, ad abbracciare la curva di via Pisano (Spina come sapete ha tutte le strade curve, con uno sviluppo delle vie circocentrico per certi versi metafisico) un gigantesco condominio concavo (o convesso?) dai lineamenti esotici che trovo inspiegabili, in quel contesto. Il mare a settembre serve a ricordarmi che è sempre difficile sentirsi a casa.

Il mare a settembre termina in una friggitoria, con il televisore sintonizzato su Canale 5, Paperissima Sprint, gatti che rimangono impigliati ai talloni di esseri umani che ruotano impazziti, risate registrate, telecomandi appoggiati sul tavolo come se fossimo a casa di qualcuno e non in un chiosco nel buio di Lido degli Estensi, la cifra tonda che esce come conto, il fritto calamari-gamberi-seppie, la spruzzata di limone sopra che divide come nemmeno le religioni, una porzione-anzi-due di patatine fritte perché abbiamo freddo, l’Autan spruzzato a tradimento, le conchiglie usate come posaceneri, le posate di plastica inutilizzate, i tavoli di legno come alla Festa dell’Unità, le tovaglie di plastica, i maglioni sulle spalle, l’alluminio unto delle teglie in cui ci specchiamo e sembriamo bellissimi, le domande inopportune, le telefonate che fanno diventare freddi i cuori e i calamari, la farina dove vengono affogati i pesci prima di immergersi nell’olio, la coppia di giovani innamorati in tuta, la coppia di anziani innamorati che passa a ritirare l’asporto, il buio, soprattutto, il buio ovunque del mare a settembre dai lidi che soltanto una strenua friggitoria si ostina a sfidare, quando invece nessuna preoccupazione lasciata in città, i mutui da stipulare, le fatture da fatturare, le prospettive da raddrizzare, una città da riempire e non abbandonare, sembra permettersi di guardarlo negli occhi. La storia del museo di Remo Brindisi ve la raccontiamo un’altra volta, per stasera, stanotte, rimaniamo lungo la Romea senza traffico, non solo a Scacchi, ma anche fino a Spina, a chiederci cose stupide: se Ciliegia sia aperto, dove sia possibile mangiare una piadina, perché non corriamo incontro a quello che ci manca. Ferrara ha davvero il mare che si merita.

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