Regole dell’estate

Torno a Ferrara con lo zaino pieno: di nostalgia per le cose che mi definiscono (leggere, fotografare, perdersi e ritrovare la strada senza usare Google Maps), di scontrini del Bancomat e distributori di benzina, di presagi per il futuro. Ho attraversato l’Italia a metà, dal Tirreno all’Adriatico e di nuovo Tirreno, entrando in una macro-regione ideale che annulla i confini amministrativi e semplifica la geografia della penisola: dalla Liguria alle Marche, dall’Umbria alla Toscana, tutto in fondo non è altro che collina, è mare, è altrove rispetto alla pianura in cui abito tutto il resto dell’anno. Non mi è mancato quasi nulla della mia città. Tra le cose che non ho rimpianto: l’orizzonte piatto, la ripetitività dei luoghi di ritrovo, l’altimetria, piatta pure quella, le discussioni sui giornali riguardo a catene da sistemare davanti a luoghi di culto o banche fallite, l’incapacità di essere sinceramente tristi, il non voler fare troppe domande, le ricorrenze da evitare.

Della collina ricordo lo sviluppo verticale, le stazioni dei treni in luoghi assurdi, l’umido gelido delle gallerie, i manifesti per celebrare la ricostruzione dalle alluvioni passate, il verde, ossessivo nel suo dispiegarsi lungo tutti i crinali di tutte le colline con una proliferazione di alberi esponenziale. La segnaletica stradale gialla e arrugginita dal tempo, quella affissa dal Touring Club Italiano (mi pare) decine e decine di anni fa. I bar, quelli veri, di come a Ferrara città ne rimangono forse un paio. L’incapacità di sapersi orientare, il non riuscire a distinguere il nord dal sud, il vivere arroccati, i temporali che fanno cadere massi sulla sede stradale. Dalla Liguria alle Marche, dalla Toscana all’Umbria ogni cosa sa di cibo, ogni cibo sa di terra o acqua, la terra e l’acqua si possono sgretolare sotto le proprie dita o bere tuffandosi da un pedalò. Le onde riportano sempre a riva, in questa macro-regione dei manifesti promozionali delle sagre sbiaditi dal sole severo, arricciati su se stessi, dei monumenti ai motociclisti, delle grotte e dei parchi e dei boschi. I sacchetti per il vomito che terminano sui traghetti, i volti delle persone sui traghetti che raccontano storie infinite di persone in vacanze, di famiglie, di luoghi comuni, di smorfie nei rapporti di coppia, della stanchezza dei lavoratori. La cuoca di Otranto in un ristorante a Firenze che fa le gare con il marito a chi fa il dolce più buono, e ovviamente pareggiano. Le strisce blu dei parcheggi, il blu del mare, il blu delle travi metalliche delle chiatte ormeggiate poco distante dal porto di un’isola. La signora che gestisce un agriturismo dove non si vede il tramonto ma si ascoltano fulmini che spiega la sua esistenza con una frase sola, giunta dopo mille chiacchiere superflue: «Io ho soltanto due passioni nella vita: fare la contadina e disegnare». Ogni luogo ti sembra di averlo giù visto, di esserci già stato e non c’è rimasta una sola traccia del tuo passaggio: le scalinate in legno per raggiungere una caletta sono graffiate ma non dalle tue unghie, i cuccioli di gatto non si ricordano delle tue mani e dei tuoi abbracci (e quindi ti graffiano), le aree di servizio lungo la Quattro Corsie non ti hanno mai sentito ancora gridare.

C’è una regione grande quanto l’estate, nella pancia di quell’«Italia mia che ce l’ho stampata nel cervello», come dicono le madri al telefono, dove si riscrivono le regole di questa stagione che assomiglia a un imbuto: la prima è che si entra nelle librerie poco prima di mezzanotte, dieci minuti prima della chiusura, e si riesce a leggere un libro di illustrazioni per bambini che però fanno piangere i grandi, anche se non si fa in tempo. Allora lo si rilegge con calma tutte le notti, quando finalmente si può piangere a bordo delle piscine in cui fanno il bagno soltanto i robot aspira-tutto, quando si tengono gli occhi sbarrati perché non ci si ricorda dove si è finiti, quando si nascondono le risposte definitive dentro gli album da disegno, prima di partire, e si lasciano lì per quando si ritorna a casa, nella pianura, dove non ci sono orizzonti e si vede tutto, dove i presagi diventano, giorno dopo giorno, realtà. Tutto si vede, di ciò che sarà, e finalmente si può ritornare a impazzire, in silenzio. A vivere e morire ogni secondo, 86.400 volte al giorno, a inventarsi ogni volta un modo diverso di rinascere: trasformarsi in una rete rossa annodata attorno a un ulivo lungo il crinale di Punta Manara, o nella schiuma che bagna i sassi in una caletta a Riomaggiore, o nei colori fluo lampeggianti di una piscina in un agriturismo sul lago di Cingoli, o in un foulard azzurro che avvolge le spalle scoperte dentro la basilica di S.Francesco ad Assisi, o le luci notturne che riverberano nella piana sotto a Montefalco, o nel muso di un cane docile tra le gambe di una coppia che si stringe per proteggersi dal vento sul ponte in mezzo al Tirreno in burrasca, o nel tufo che si sbriciola sotto le mie mani a Pitigliano, o – soprattutto – nelle parole che riescono a increspare le labbra di casa mia, facendole dischiudere un sorriso lungo come l’Arno, o nel tovagliolo preso da un tavolino di Giori su cui improvviso un viaggio di pochi giorni, molti chilometri, poche soste e infinite volte in cui ci verrà voglia di ricominciare tutto da capo, distruggere tutto da capo, ricominciare tutto da capo.

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