Prima della pioggia

La prima volta che ti vidi, ormai un anno fa, eri un campanile. Il campanile di Curon. Nel tempo sei stato simbolo, leggenda, monumento, fino a diventare una persona. Sommerso per metà dall’acqua, che d’inverno si congela e diventa bianca e si potrebbe anche camminarci sopra, e arrivare a toccarti, mentre d’estate bisognerebbe affogare, per appoggiare la mano sulle tue pietre. Ho sentito raccontare tante storie sul tuo conto, sempre diverse: saresti rimasto in piedi per volontà o grazie alla tua altezza, saresti icona di sopraffazione o semplice ricordo di un’impresa idroelettrica. Ogni persona ti raccontava con una sfumatura diversa, e mi si arricciava il naso ogni volta, regolarmente. Per sapere la tua storia bisogna invece forse scendere a riva, facendo attenzione a non scivolare sui massi che conducono all’acqua. Fermarsi, aspettare che l’onda del lago arrivi a bagnarti i piedi. Come l’ultima volta, all’alba, quando mi guardavi fermo, alto, sardonico. Di colpo tutte le leggende sono scomparse, non eri un campanile, eri una persona che mi voleva avvertire che avevamo finito. Quel che potevi fare, l’avevi fatto: incontrarci per caso, alleviarmi un peso, immettermi aria nelle vene, farmi galleggiare.

Poi mi sono girato dall’altra parte, scoprendo muscoli del collo che non ricordavo più di avere, flettendo le gambe, le rotule, le caviglie e volgendo lo sguardo in direzione di un ghiacciaio. Sulle Alpi ne rimangono ancora, nonostante il riscaldamento globale, ad alcuni, come sulla Marmolada, ci infilano anche una specie di enorme calzino per proteggerli dai raggi ultravioletti estivi, che invece a noi esseri umani colpiscono tutti i giorni. In fondo alla valle, decine di chilometri più avanti del campanile, del lago, delle bici che spuntano all’alba, dei saluti non dati e dei pezzi di pane induriti dall’umidità nascosti in tasca come fossero un tesoro prezioso, si stagliava il ghiacciaio dell’Ortles-Cevedale: una miniatura, più che un massiccio montuoso reale, disegnato con parsimonia da un pittore giapponese su una tela di legno. Era lontano, quasi un’idea di ghiacciaio, era il prossimo posto dove andare a riparare quando le cose crolleranno di nuovo.

Poi siamo di nuovo scesi a valle, e delle montagne, del verde, dei frutteti irrigati che assomigliavano a campi di fiori d’acqua, del rumore costante dell’Adige, dei paesi degli inventori di macchine da scrivere, delle fabbriche della birra, degli accumulatori di energia elettrica che sembravano incendi domati nel buio del bosco, non rimangono che aspirazioni, malinconie, promesse, traguardi, tutte cose buone per essere appese in bagno al mattino, di fianco allo specchio, non da tenere in mano. Scendendo a valle ritorniamo nelle città, nei quartieri fieristici dall’architettura straniante, metafisica, ordinata, alle stazioni dove ci si saluta di fretta, alle auto parcheggiate sotto i platani che hanno fatto piovere, durante la tua assenza, soltanto resina. Tra le mani solo questa costante sensazione di non capire le cose, non capire cosa sta accadendo, e sentirsi finalmente nel giusto soltanto quando, di fronte al non capire, si reagisce con stupore, curiosità, una leggerissima ansia di sapere come andrà a finire.

E nelle piazze di notte delle città come Bolzano, a metà strada tra il Tirolo e l’Italia, quelle città che non sanno di niente e da cui non si può (deve) fare altro che andarsene, anche di notte, anche in bici, anche in salita, mi sento nel giusto soltanto quando prendo tutta la pioggia che luglio ci ha negato, mentre isso striscioni e salvo bagagli di viaggi altrui che non farò mai. O quando sono seduto a bere antibiotici e ascolto i discorsi del gestore della pizzeria. O quando mi fermo a parlare con un signore veneto trapiantato a Bolzano ormai da anni, che chiede, cerca di capire e gli fornisco tutte le risposte che vuole. Mi sento nel giusto quando mi infilo nelle file ordinate dei frutteti, calpestando mele che non matureranno mai, soltanto per fotografare palloncini e un volto che soffia dentro i palloncini, quando scopro un bar sperduto lungo la val Venosta dotato di gioco delle bocce e mazzi di carte incomprensibili, mi sento nel giusto quando un ciclista ruba dal mio piatto la mia brioche, e io lascio fare, mi sento nel giusto quando inseguo una bambina che regge ombrelli, prima della pioggia, mentre cammina saltellando attorno a un campanile silente pronto a essere dimenticato, e lancia l’ombrellino rosa in aria, come se volesse la pioggia ora, subito, come se incitasse la pioggia a cadere, e volesse prendersela tutta. Io la inseguo, e scattare la foto è il mio personalissimo modo di chiamare le cose con il loro nome, la mia danza della pioggia da fare in macchina lungo i dossi della Transpolesana per lavare via l’indifferenza e la rabbia dal mio parabrezza, e sperare di trovare, una volta arrivati a casa, una montagna davanti al mio cancello.

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