Afterlife / 5

Prima parte: Afterlife / 1
Seconda parte: Afterlife / 2
Terza parte: Afterlife / 3
Quarta parte: Afterlife / 4

Dove se ne va Pantani, quando scatta “senza voltarmi indietro, senza pensare a niente”, come raccontò il giorno del Galibier? In mezzo a queste cime severe e semplici, dove i gerani dai balconcini dei paciosi paesini di fondovalle scompaiono insieme ai balconcini stessi, e ci si può aggrappare soltanto al guardrail, e poi nemmeno più a quello, perché si sale in alto, si sale troppo, sbattendo in faccia a cime di granito, così severe nei loro oscuri colori, così semplici nelle loro geometrie, molto meno artistiche rispetto alle vezzose e rosee Dolomiti, per esempio. Qui le Alpi sembrano austere, solenni, laddove la dolomia barocca e seducente è assente: serve materiale perentorio, buono per un monumento sovietico prima ancora che per una catena montuosa, dove scolpire le verità del ciclismo. A Torino, per dire, c’è un monumento dedicato al Campionissimo, quel Fausto Coppi che fu l’ultimo italiano, prima di Pantani, a vincere Giro e Tour nello stesso anno. Attorno al suo bronzeo busto, sono deposte le pietre delle montagne che Coppi attraversò in bici. Maurizio Crosetti le descrive così: “La prima cosa che viene in mente è il viaggio che avranno fatto i sassi, e le persone che li avranno raccolti, e le altre persone che avranno guardato le prime raccogliere, caricare (su un vecchio furgone? nel bagagliaio di un’auto nuova?) e poi ripartire. Come un gioco, o un passaparola del tempo. La pietra dello Stelvio è rosa e marròn. Quella di Trafoi è beige. L’Alpe d’Huez è grigia con una riga rossastra, invece il Galibier è bianco ghiaccio. E poi il mitico Izoard, bianco e grigio a struttura reticolata. La memoria è come un dolore di pietra, pesante nel tempo passato”.

And you say
Oh
When love is gone
Where does it go?

Proseguo nel pellegrinaggio puntando la cima, il volto del Gran Galibier che si staglia a ovest della sella. La strada diventa ancora più tortuosa, azzardata, cinematografica. La vegetazione scompare e rimangono solo pietre e vento. In un’altra sosta, in uno degli ultimi tornanti (saranno almeno una quarantina, salendo da nord), un ciclista italiano ansimante mi chiede di immortalarlo con la sua fotocamera compatta. Accetto, sto per scattare ma lui mi ferma, “aspetta che torno indietro, fammi la foto mentre pedalo, si deve vedere che sono scoppiato”. Ansimante e onesto. Così gira la bici, carica di borse da viaggio appese al parafanghi posteriore, scende e risale camminando, sorretto alla bici stessa come se fosse un bastone. Vuole ostentare la sua fatica. Mi spiega poi sorridente che viene da Bergamo, e che sta pedalando da giorni, ma oggi “non ne ha più, è troppo dura”. Risalgo in auto e lo supero impietosamente, ormai sono arrivato. Scoprirò poi al ritorno, su una Wikipedia che durante il pellegrinaggio ho avuto il pudore di non consultare, che la strada del Galibier venne tracciata per scopi militari e fu terminata nel 1890. A due chilometri dalla vetta appare una galleria (vietata al passaggio delle biciclette), che evito accuratamente per scegliere il libero e aperto ricciolo finale: fu realizzata per evitare alle truppe e ai carri il transito sul passo sempre battuto dal vento.

Where does it go?

Il Tour de France conobbe le sentenze del Galibier il 10 luglio 1911, nella ricerca del dramma perpetuata dal fondatore della Grande Boucle, l’Herni Desgrange il cui monumento si staglia imperioso proprio all’uscita della galleria, un totem di pietra dal morbido colore caffelatte e dalle dimensioni così orgogliose, ben superiori persino a manufatti militari. Il primo a passare in testa al Galibier fu tale Emile Georget, dopo due ora e mezza di indicibile fatica. Desgrange alla notte scrisse così: “Le altre cime del Tour finora toccate, Tourmalet compreso, sono nullità al confronto di questo gigante”. I miei occhi, in una domenica di agosto del 2013, vedono invece una congestione di ciclisti che cercano di conquistare il cartello che recita la fine della salita, “Col du Galibier”. Un cippo sommerso da polpacci depilati, barbe sudate, caschetti colorati, è tutta così colorata, la cima del Galibier dove si sentono tutte le voci del mondo, dove il silenzio è congelato quattro chilometri prima nel vetro del monumento a Pantani. Lì sopra, invece, non si riesce a sentirne l’assenza. Proprio sul crinale del passo una riga bianca, àncora dei cronometristi delle mille corse passate, non è ancora sbiadita, calpestata dai tacchetti delle scarpe dei ciclisti che rendono incerta l’andatura sull’asfalto. E’ tutto quello che rimane della storia, che nemmeno il vento riesce a cancellare.

It’s just an afterlife

Perché il ciclismo, chiosa Gianni Mura, “ha un sacco di difetti, diciamo pure di colpe, ma è ancora lo sport più ricco d’umanità, di solidarietà”. Mi fermo, scendo dalla mia auto con la ventola di raffreddamento in azione. Cammino fino a uno dei mille burroni a disposizione, mi scorgo e vedo sotto di me, centinaia di metri sotto di me, il serpente che la Route des Alpes incide sul fianco della montagna. E non ci sono auto, nemmeno divinità, in quel momento, sulla D902: e Dio diventa una macchiolina bianco e rossa vibrante, scintillante, una vestigia sacra tessuta da Decathlon, che si muove lentamente ma costantemente e tra qualche ora arriverà in alto. Non si colmano i vuoti nelle catene internazionali di abbigliamento sportivo, non si riscrive la storia con le forcelle in carbonio, lo so, ma il sorriso onesto stampato sul viso di chi la indossa, di fronte all’insegna “Col du Galibier“, mentre lo fotografo su sua richiesta, è abbastanza per ricacciare in valle tutte le bugie della nostalgia.

It’s just an afterlife

fine

Questa voce è stata pubblicata in Asfalto e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *