Afterlife / 4

Prima parte: Afterlife / 1
Seconda parte: Afterlife / 2
Terza parte: Afterlife / 3

La vera prova di ammissione nel tempio della storia è il versante nord della salita verso il Gran Galibier, quello che percorro scrollandomi di dosso l’iniziale euforia da dogana italofrancese, passando per il dolce e abbandonato Moncenisio, imparando a conoscere l’infatuazione dei francesi per l’energia idroelettrica (dighe e centrali disseminate ovunque, tra i boschi e le rupi), attraversando il Col de Telegraphe, il cui nome didascalico non può che ispirare rispetto. Mi fermo un attimo dove la strada spiana, già brulicante di ciclisti, fotografando una foto, un’immagine storica di corridori d’epoca per celebrare il Tour de France. Nulla di eclatante, solo l’eccitazione di una scritta che emana fascino e storia nell’alternarsi superbo delle sue stesse vocali e consonanti. Leggo Tour de France e sono rapito magneticamente dalla strada, che ora si spoglia di ogni velleità per mostrarsi cruda e verticale. La salita del Galibier spiega molte cose sul rapporto tra mito e ciclismo, e tra propaganda del mito stesso sull’immaginario collettivo mondiale. Mondiale, sì, perché mentre salgo con finestrini rigorosamente abbassati, supero pedalatori della domenica che parlano tutte le lingue del mondo. Inglesi, statunitensi, australiani, canadesi, ovviamente francesi, qualche italiano. Olandesi, belgi, danesi, spagnoli, argentini. Ci siamo proprio tutti a celebrare messa, in una folla sui pedali tra ostie di carbonio e borracce di acqua santa di una tale intensità numerica, oltre che emotiva, finora mai incrociata sulle sorelle salite alpine italiche. E’ la potenza delle parole, delle sigle che cento e più anni di storia ci hanno iniettato, a cavallo di un marketing più robusto di quello roseo, nelle nostre vene. Io sono lì, vorrei abbandonare l’auto a bordo strada e rubare la bicicletta al primo che passa. E mi sento contrito, nell’indegno quanto misero sforzo dei miei muscoli che si riduce a pigiare il pedale della frizione e nulla più, e sfogo questa mia frustrazione automobilistica fermandomi quasi a ogni tornante. Voglio il silenzio, lo cerco e lo trovo, quando tutte le macchine che arrancavano innervosite dietro al mio ritmo riflessivo, finiscono di superarmi, trovo il silenzio che si adagia a farmi compagnia in tornanti di cui nemmeno s’intravede lo sviluppo successivo. Un silenzio rotto come un bisbiglio notturno di una falena dall’ennesimo ciclista sfinito, il cui spasimo dei polmoni s’intona perfettamente, come in un balletto tra tenore e baritono, con il cigolio della catena oliata. E il diaframma che si richiude dopo il mio scatto è il faro di un’auto sul cui parabrezza la falena si va a schiantare: senza dire nulla, l’immagine del ciclista stanco e sudato e paonazzo si stampa nelle viscere della mia reflex, scomparendo dietro il crinale della montagna. Riprendo la marcia, scalando tutti i 2645 metri di un dipinto stampato a muro, un affresco più che un quadro a olio, dove i colori impregnano l’intonaco unendosi inscindibilmente.

Can we work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?

Pantani il 27 luglio 1998 mise a ferro e fuoco il Tour proprio qui, a Les Granges du Galibier, 2301 metri di altitudine. L’incendio divampò nei pressi di una latteria, Fermé du Galibier, dove si possono acquistare formaggi di alpeggio. La riconosco nel prato a fianco della strada, racchiusa da assi di legno verde. Osservo minuziosamente l’asfalto di quel rettifilo, dove nel ’98 rimanemmo tutti smarriti, di fronte a qualcosa che prima non era (lasciarsi alle spalle gli altri) e dopo qualche colpo di pedale diventò (essere, finalmente, definitivamente, soli). E’ il tratto con la pendenza più dura del Galibier, dove la strada è scavata tra le rocce: “Figurarsi se le cose francesi non sono grandi. Qui la montagna non ha complessi, il viaggiatore è bombardato di superlativi” (Paolo Rumiz). L’atmosfera diventa sacrale, perché proprio nel punto dell’incendio del ’98, in una radura racchiusa da un tornante dolce e rotondo come un grembo materno, si erige il monumento ‘Pantani Forever’, una lastra di vetro che raffigura la sagoma del Pirata, bianca come le nuvole alle spalle nelle quali il numero di gara, il 21, si confonde. L’hanno voluto i francesi, anche loro sedotti dai fuochi d’artificio di Pantani, è stato costruito da un artista italiano, Massimo Salvagno, ed è sorretto da pietre piemontesi. Cerco di chiudere gli occhi senza sembrare retorico, sovrapponendo mentalmente l’asfalto asciutto e bagnato dal sole di oggi, con quello bagnato dalla pioggia e dalla folle ferocia di Pantani, dei suoi tubolari gialli, della bandana zuppa sul suo capo bollente, di allora. Quando i due flussi collimano, avverto tutto il peso dell’Assenza. Il peso di un luogo che è diventato mitico non per quello che era in sè, ma per le persone che l’hanno reso un tempio profano, per coloro che ci hanno lasciato soltanto da soli con il peso dei ricordi. Arriva una famiglia di turisti francesi, dall’auto zeppa di valigie e frigo-bar scende una fanciulla dai capelli mossi e scompigliati dal vento come una maglia gialla in discesa. Guarda la lastra di vetro, guarda la madre, attende un secondo e poi le chiede di che cosa si tratta. Non capisco una sola parola di francese, ma mi basta sentire risuonare con accento d’oltralpe “Le Pirate” per mandare in frantumi il velo tra Impresa e Assenza. Serve una voce straniera per farti piovere in tasca, per tirarti una palla di neve addosso direttamente dall’Aldilà, con il ghiaccio che finisce tra la tua schiena e il collo della maglietta, serve un accento diverso a scandire qualcosa di tuo, per sentirtelo scendere sulla tua pelle. “Le Pirate, Pantanì”. Quell’uomo minuto, rabbioso, come e te e tutti noi, non se n’è mai andato da qui.

But you say
Oh
When love is gone
Where does it go?

(continua qui)

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