Afterlife / 3

Prima parte: Afterlife / 1
Seconda parte: Afterlife / 2

Where do we go?

Il ciclismo è una lotta per l’emancipazione dagli altri, dalla gravità, da tutte quelle forze negative e contrarie che cercano di ritrarti a loro, siano Ullrich o un avversario qualsiasi, le tattiche di squadra, un’alimentazione non adeguata, una preparazione condizionata dagli infortuni, le invidie, le speranze, i sogni che sempre avvelenano il pozzo della lucidità, trasformandoti in impresa o fallimento. Se il ciclismo è una continua e perseverante emancipazione dal fallimento o dall’anonimato, il Tour de France rappresenta la piazza Tienanmen dei corridori. Guido Vergani lo definì «un massacro», che «Henri Desgrange organizzò a partire dal 1903 per il giornale L’Auto, in sei tappe da Parigi a Parigi, toccando Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Nantes: sei lunghissime e anche notturne tappe, inframezzate da tre giorni di riposo ciascuna. Era, il Tour del pionierismo, un’avventura zingaresca, fitta di eroismi, ma anche di imbrogli, di chiodi seminati sulle strade, di corde lanciate dalle auto a trainare gli spompati».

And after this
Can it last another night?

Negli anni Novanta il ciclismo stava compiendo il suo processo di trasformazione da leggenda a fenomeno manipolato da tattiche (e alchimisti). Marco Pantani era l’ultimo corridore rimasto che ci ricordava come si sognava su due ruote. Reduce dalla vittoria al Giro d’Italia, nel luglio del 1998 il Pirata non era il favorito di quell’edizione del Tour. Eppure, proprio nel punto più difficile dell’intera corsa, nell’ultima occasione per far saltare il banco e ribaltare una situazione che vedeva in testa un armadio tedesco, il passistone Jan Ullrich, nella tappa che si concludeva a Les Deux Alpes, Pantani ha chiuso gli occhi e si è messo a sognare. Staccando tutti, sulla salita del Galibier, lontanissimo dall’arrivo, nella tempesta. Prendendosi la maglia gialla, e le nostre viscere. Infatti, quando vedi che finalmente qualcuno riesce dove tu nemmeno ci provi (che sia una salita delle Alpi o la vita poco importa), il Farcela è sempre la miccia che fa divampare l’entusiasmo, un flash che ti lascia cieco per tutti gli anni a seguire, fino a una sera di febbraio buia e inutile dove si muore soli dopo aver tentato di vivere, soli, anche solo per un tornante.

After all the bad advice
Had nothing at all to do with life
I’ve gotta know

Devo sapere dove finisce l’impresa e inizia la perenne assenza, culla dell’eco della vittoria. Culla ancestrale del ciclismo, e del Tour de France, che Mario Fossati così sintetizzava: «L’ammirazione e l’angoscia, la rivolta contro l’ingiustizia del destino e la rassegnazione sono i sentimenti contraddittori che hanno abitato e ancora abitano il Tour. La grande corsa sfiora boschi e vigne, raggiunge laghi preziosi come acquerelli: l’Oceano, a volte il Mediterraneo di raso. La accolgono i francesi in vacanza, che hanno incominciato ad amare il Tour da ragazzi: e che in attesa del passaggio trasformano il loro Paese in un gigantesco picnic. Pedala sempre verso i luoghi dannati: le montagne che possono essere il Puy de Dome, un cratere spento: il Galibier, l’Izoard, l’Iseran: i vischiosissimi, resinosi Aubisque e Tourmalet». Devo sapere. Andare dove tutto parla di ciclismo, per provare ad ascoltare la voce del fantasma di Pantani e della Storia.

But you say
Oh
When love is gone
Where does it go?

(continua qui)

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Una risposta a Afterlife / 3

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