Anni di piombo

Una volta, sempre d’estate, mi è stato detto che le storie sono storie, non importa da quale città vengano. Che le persone sono persone, che le cose da raccontare o da spiegare o da capire, esulano dalla loro provenienza geografica in cui ci ostiniamo a confinarle per saperle maneggiare meglio, per semplice coerenza, per indolenza. Il caldo mi dilata i pori e mi spalanca la bocca e mi fa entrare tante cicale notturne, che poi stazionano lungo l’esofago, sfregano le ali per notti intere, notti in cui non dormo, e poi lasciano la loro pelle lì, appesa alla mia trachea, e se ne vanno altrove, e delle idee e delle prese di coscienza mi rimane soltanto l’involucro trasparente.

Venerdì sera passeggiavo per le vie del centro storico come Aldo Moro in Buongiorno, notte, quando in una calda notte d’estate esce dall’appartamento dove lo tenevano rinchiuso le Brigate Rosse, e cammina solo, in vestaglia, per le strade di Roma, per non essere imprigionato mai più. Non ero in vestaglia e non ero vittima del terrorismo, e Ferrara non è Roma, nemmeno tra 500 anni, ma stavo anch’io fuggendo dal mio appartamento. E ho scoperto qualcosa che già sapevo, che le vie del centro di Ferrara sono così piccole che d’estate cancellano ogni barriera di intimità e le vite delle persone che le abitano finiscono direttamente in strada. Passeggiare così alla sera significa entrare nelle case degli altri, in silenzio, in vestaglia, con molto pudore ma anche tremenda curiosità. E i nomi delle vie diventano poi involontariamente grotteschi per le circostanze, come via Assiderato, per esempio. Cammino e sento un pezzo di Bob Dylan cantato e suonato da gente seduta in cerchio nell’androne di un palazzo di fine anni ’70. C’è una televisione in un altro giardino, piazzata su un canale dove stanno mandando un film, non la sta guardando nessuno, e mi ricordo di quando i miei zii la mettevano fuori e la guardavano sotto le stelle nel cortile di casa, perché dentro faceva troppo caldo. Ci sono posate che sbattono sulla ceramica dei piatti, volti concentrati o perplessi illuminati da una tenue luce blu del monitor di un pc, ci sono volumi di telefilm non calibrati, ci sono gli anziani seduti in cerchio su sedie dal fondale di legno e gambe in metallo, tipo quelle delle bocciofile o delle scuole, dal colore azzurrino. Nelle notti in cui fa troppo caldo ci sono i lavori in corso, i tubi sezionati, il fondale delle vie aperto come tombe profanate, cumuli di ciottoli ai lati del cantiere, un’altra festa, tantissimi ragazzi concentrati in un solo cortile che urlano, ridono, gridano, ci sono cani affusolati al muretto di cinta, che non rispondono ai miei cenni, ci sono gatti, anziani alla finestra con la luce in camera spenta, ci sono i silenzi, che non si sciolgono nemmeno quando fa troppo caldo, buoni per tritarli e farci delle granatine da bere prima di addormentarsi.

Oggi pomeriggio, ero nel mio ufficio in piazza Ariostea, seduto su una panchina, e più che lavorare smussavo prese di coscienza, quando è arrivato F, ho fatto finta di stare aspettando qualcuno, lui ha fatto finta di non capire che in realtà non stavo aspettando nessuno, e di F mi piace sempre questa cosa, che non indugia sulle apparenze perché annusa quello che c’è dietro, e invece di farmi domande su cosa ci facessi lì, ci siamo messi a guardare l’involucro trasparente lasciato lì da una cicala, volata chissà dove, per entrambi era la prima volta che ne vedevamo uno, perfettamente intatto, conservato. F dice che di notte non dorme e allora se ne va sull’argine a pedalare, magari in vestaglia, magari fuggendo, pure lui, dalle Brigate Rosse, magari entrambi dimenticandoci dove diavolo siamo finiti tutte le notti e i pomeriggi in cui non riusciamo a dormire.

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