Afterlife / 2

Prima parte: Afterlife / 1

Afterlife, I think I saw what happens next
It was just a glimpse of you, like looking through a window
Or a shallow sea
Could you see me?
And after all this time
It’s like nothing else we used to know
After all the hangers-on are done hanging on to the dead lights
Of the afterglow

Così, quindici anni dopo da quel pomeriggio, mi decido. Vado in cima alle montagne, a rimanere immobile a bordo strada, tra cartelli stradali da rubare ed esporre in camera come fossero un urlo muto di Munch, in un passo alpino dove si sono celebrate le battaglie combattute sul divano o nei bar di fine luglio, a mettermi in coda in un rifugio sferzato dal vento e dalle chiassose famiglie in coda al bar per acquistare una Coca-Cola per il figlio lamentoso. Salgo in macchina in direzione Francia, Col du Galibier, tagliando tutta la pianura che separa me dal ciclismo per respirarne l’essenza purissima, invisibile. Raggiungo le Alpi francesi anche soltanto per appoggiare la mano sull’asfalto, come uno stetoscopio sul petto di un anziano signore con la canottiera bianca dalle strette spalline sollevata, che mi lascia ascoltare il suo sordo battito. Ecco, decido di salire, in un pellegrinaggio profano che di sacro ha soltanto il rimpianto per non riuscire più a farsi così male, per un campione, un uomo, un ciclista in mezzo alla bufera, come un Dio perduto, caduto dal cielo e finito nel burrone, come quando c’era Pantani, la sua divisa Mercatone Uno, prima che finisse rinchiuso in un’enorme biglia a lato dell’autostrada.

But you say
Oh
When love is gone
Where does it go?
And you say
Oh
When love is gone
Where does it go?
And where do we go?
Where do we go?

Ripercorrere il Col du Galibier e le salite del Tour de France è come sfogliare un vocabolario in una biblioteca deserta: serve a riannodare il proprio stomaco attorno ai significati dello sport, in una scena disadorna di tifosi ammassati, spoglia di rifiuti a bordo carreggiata, senza pale degli elicotteri che ti spettinano i timpani e ti trasportano dentro uno spettacolo televisivo, prima ancora che in una mattanza ancestrale. Dove andiamo? A immolare litri di benzina e giorni di ferie (agnelli sacrificali delle estati nel nuovo millennio) per ripercorrere più che possiamo quelle strade. Quella salita. Perché nel silenzio di un tornante della D902, la mitica Route des Alpes, tra un camper e l’altro, riesco a distinguere che cosa voglia dire il ciclismo, che cosa significhi l’assenza, perché davvero si muore e si vive e si risorge e ci si danna per l’eternità, in bicicletta. Trionfi e cadute, imprese e sconfitte. Il buio di una cotta e l’incredulità di volare su pendenze quasi verticali. Questa è la retorica del ciclismo. Poi c’è la nostalgia per uno sport nato vecchio, cresciuto con le borracce piene di passato (e dunque anche di vizi e sotterfugi più o meno inconfessabili). La fatica e la sofferenza, in un set cinematografico illuminato dai fari delle Fiat rosse, le auto della Giuria, l’esaltazione di telecronisti dai cognomi taglienti (De Zan) e grossi tedeschi come Jan Ullrich curvi sui manubri che assomigliano, nel momento dell’umiliazione sportiva, più a un capo ufficio invece che a un corridore. Il candore del bianco e del giallo di una pietra miliare a bordo strada, sia nella sua versione granitica che in quella scintillante di contemporanea lamiera, a indicare chilometri da tradurre in fatica, una salita che non si turba di scalfire prati ricolmi di fiori gialli, dello stesso colore del primato al Tour de France. Dove andiamo? Saliamo verso l’assoluto, con la naturalezza ingegneristica e stilistica della Route des Alpes, che accomuna uno stradino o un ingegnere civile che la disegnò all’inizio del secolo scorso, alla dolce ferocia di Pantani nella bufera del 1998.

(continua qui)

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