Afterlife / 1

Afterlife, oh my God, what an awful word
After all the breath and the dirt and the fires are burnt
And after all this time, and after all the ambulances go
And after all the hangers-on are done hanging on to the dead lights
Of the afterglow

Il ciclismo si basa su alcuni principi crudeli della fisica. Se smetti di pedalare, ti fermi o peggio, in salita, addirittura torni indietro. O ancora. Se in discesa prendi anche soltanto un sassolino molesto, può capitarti di schizzare via a 90km/h sull’asfalto: un secondo prima, vedi la strada, un secondo dopo, vedi il cielo. Il ciclismo è una sequenza di drammatici momenti “prima”, e momenti “dopo”. La notte del 14 febbraio 2004, quando Pantani è inciampato nell’ultimo sassolino della sua ultima discesa, lasciandoci in mano un ciclismo putrefatto, come si lascia un figlio nato da una gravidanza non desiderata in un cesto davanti a una parrocchia o nell’immondizia, di notte, ho capito alcune cose del concetto di assenza, prima di tutto, e anche del ciclismo stesso, della strada, e dei secondi prima e dopo. “E’ morto Pantani, cazzo”: venni a saperlo così, con un laconico sms da parte di un amico. Mi rintanai allora in casa, incredulo prima ancora che abbattuto. Perché non si trattava di ciclismo, e di lutti, e di drammi, come sempre del resto nelle storie in cui si mangia asfalto e si distruggono persone. Si trattava di consapevolezza, semmai, la coscienza che si può stare male anche per chi non hai mai conosciuto, ma solo visto in televisione, si può stare male anche soltanto per un innocente pomeriggio di fine luglio, quando la cosa peggiore che possa capitarti è addormentarti sul divano e perderti la diretta della Rai, e la cosa migliore, invece, è innamorarti della scia di un copertone colorato di giallo sull’asfalto di una salita che non avevi mai visto con i tuoi occhi. Si chiama ciclismo, ma a che fare più con la psicoterapia, la metafisica, la filosofia travestita da tutine sintetiche aderenti, barrette di maltodestrine e cartelli stradali. Si chiama ciclismo, cazzo, ma è soltanto una tremenda questione di assenza, di assenze, di rievocazioni e di sassolini ingoiati.

I’ve gotta know

In camera mia tra le prime cose che vedo alla mattina appena mi alzo c’è la prima pagina della Gazzetta dello Sport del 28 luglio 1998, di una bellezza definitiva, non soltanto per il titolo e l’immagine che narrano della leggenda di Pantani, “Eroe nella bufera”, quanto per l’eccezionalità di riportare esclusivamente un solo argomento. C’è solo ciclismo, in quella prima pagina, tutti gli altri sport assenti, a fuoco c’è soltanto il ghigno furioso di Pantani. Sono passati talmente tanti anni, da quel giorno in cui Pantani aprì il Tour de France come si dischiude un uovo, che ormai nemmeno mi ricordo esattamente come andò quella tappa. Pioveva, sicuramente, pioveva talmente forte sulle strade francesi da inondare d’acqua gli obiettivi delle telecamere, offuscando le immagini della tv. Gianni Mura descrive la scena così: “Si scende nella nebbia, si risale verso il Galibier. Qualcosa, qualcuno si muove. Leblanc dà qualche colpo di spillo, Riis lo placca. Leblanc ci riprova, con Escartin. Stavolta interviene Ullrich in persona. Terza bottarella di Leblanc. Utile, comunque, ha sfoltito il gruppetto, ha fatto perdere i gregari alla maglia gialla. E prima e ultima deflagrazione di Pantani. Ullrich resta di marmo, Leblanc è passato in tromba. Allacciate le cinture, Pantadattilo decolla. Mancano esattamente 4500 metri alla cima del Galibier. Quelli più duri dell’intera salita”.

Can we work it out?
Let’s scream and shout ‘till we work it out
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?

Ci sono molti vuoti nel ricordo di quel pomeriggio di fine luglio, ma un nome mi è sempre rimasto stampato, come un tatuaggio scritto dalla Storia sulla mia pelle, Galibier, il nome, come soltanto i luoghi e le strade possono rimanerti impressi. Galibier come, che so, Stelvio, Gavia, Tourmalet, Piave, madre, acqua, terra, idrorepellente, Berlino: il sillabario di un inchiostro che la pioggia non sbiadisce, ma rinfiamma, nomi con cui vorresti chiamarci i figli, o i tuoi cani, o scriverli sui muri di casa tua. Una toponomastica fatta di sentenze, prima ancora di ricordi o affetti o eventi. La storia si fa con colpi di scalpello, come un falegname scolpisce una tavola di legno, e i nomi come Galibier sono i colpi di scalpello che lasciano rughe sulla nostra pelle. Quel pomeriggio di luglio Pantani ha scavato una ruga sul mio stomaco, e ci ho messo anni per riempirla con il vento che meritava. Una ruga come una gola tra le Alpi dove volteggiavano falchetti e prati gialli, come i suoi tubolari. Ci ho messo anni per arrivarci, in quel punto, con i miei occhi, e bagnare una ruga invisibile con l’assenza che ora regna in quel tornante, quando Pantani fermò un attimo l’andatura, il ritmo sui pedali saltò una nota sullo spartito, per vedere se qualcuno lo stava inseguendo nell’impresa, e non vide nessuno. Solo assenza. Il vuoto di un eroe, sul Galibier.

(continua qui)

Questa voce è stata pubblicata in 200X, Asfalto e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Afterlife / 1

  1. Pingback: Afterlife / 2 | In Our Bedroom After The War

  2. Pingback: Afterlife / 3 | In Our Bedroom After The War

  3. Pingback: Afterlife / 4 | In Our Bedroom After The War

  4. Pingback: Afterlife / 5 | In Our Bedroom After The War

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *