Le cose a metà

pessoa Nell’illustrazione sulla parete di fronte a me che sto fissando da almeno cinque minuti ad un certo punto noto un libro. Appoggiato sopra al tavolo, a fianco di una tazzina di caffè, c’è disegnato un volume dalla copertina verde: “Cartas de amor de Fernando Pessoa e Ofélia Queiroz”. Ecco, in quel momento mi farebbe davvero molto piacere poter offrire un caffè a Pessoa, a Bernardo Soares, e spiegargli un paio di cose sul respiro che si scioglie e le scritte di Bologna. Mi ritrovo alla presentazione di un sito che fa giornalismo a fumetti, all’interno di una villa sontuosa di Bologna momentaneamente adibita a parentesi estiva di un noto locale cittadino. Ovviamente è tutto molto gradevole, l’allestimento, il cibo, la segnaletica sui muri, le citazioni incollate alle pareti, l’abbigliamento delle persone, probabilmente anche le persone, devono essere gradevoli, ma non voglio spingermi troppo in là. Quando leggo ‘Pessoa’ in quella minuscola porzione dell’illustrazione mi avvicino al vetro della cornice, perché ecco se ho una casa, da qualche parte, dev’essere in quel quadrato verde disegnato. Non sono un grande lettore e non riuscirei a sciorinare i “libri della mia vita”, ma Pessoa l’ho letto, diversi anni fa, quando non dovevo dare spiegazioni, e in quel momento Bernardo Soares sarebbe stato probabilmente l’unico essere umano a restituirmi il regolare flusso polmonare.

Pessoa però è solo intrappolato in una cornice, mentre tutto il resto invece è così graziosamente reale (ma non esplode, cit.). Bologna ha i muri pieni di scritte, frasi sconnesse, poesie, dediche a ignoti, proclami, grida e sfoghi, dovunque cammini i muri ti restituiscono frammenti di corde vocali. Bologna ha i muri pieni di scritte e tu puoi trovare anche quella che ti appartiene, te le offre le sere d’estate mentre cammini sotto i portici e finalmente trovi la scritta che più ti appartiene su una delle infinite colonne e tu devi soltanto toccarla con la mano, per riappropriartene. Bologna è la città delle cose gradevoli (ma che non esplodono), delle iniziative culturali e dei gradoni sui quali estati fa avevi provato a diventare estate anche tu, per una sera, a porta Mascarella, una di quelle porte dei viali di Bologna che non hanno nome e per scoprirlo devi sbatterci il naso a leggerlo o devi impararlo a memoria tentativo dopo tentativo. Bologna è anche la città dei tentativi, credo, a ritornarci, a giocare di nuovo a fabbricare l’estate, a far partire nuove iniziative come un sito di giornalismo a fumetti. Fisso le tavole proiettate sul muro che scorrono, click dopo click, ascolto i racconti degli illustratori presenti, ed è tutto ovviamente molto bello, molto gradevole (ma non esplode), ma un pensiero mi ronza in testa, perché un sito di giornalismo non ha dei giornalisti al suo interno, mi chiedo, ma mi sembra una domanda supponente, poco empatica, che non coglie l’essenza del tentativo in questione, provare a raccontare le cose da un’altra prospettiva, infilandosi le scarpe proprie senza dover stare in stivali altrui. Eppure il ronzio mi rimane, per fare giornalismo non servono anche i giornalisti, così come per fare i fumetti servono i fumettisti e per fare le scritte sui muri servono i disastri e per fare le estati servono i tentativi e i gradoni? E riesco finalmente a trovare qualcosa di stonato, ed è il secondo momento in cui mi sento a casa, a Bologna, anche se non è casa mia (perché è casa di tutti): quel sito di giornalismo a fumetti senza giornalisti ha il mio stesso difetto, quando mi manca l’aria non respiro, quando mi manca l’umanità fisso il vetro delle cornici invece di cercare le persone. E così ovunque mi sento a casa, perché tutto diventa un tentativo monco, come Sorrentino che fa film sprovvisti di storia, come le pizze con la bufala senza la bufala, come la sfacciataggine senza la sfacciataggine, come i sensi di colpa senza le colpe, come i filmati divertenti di Diprè e Sara Tommasi che non divertono (ma divergono). “Casa” è questa gradevolezza diffusa, latente e stantia come il fumo che esce dalla cappa di un camino alle cinque della mattina, e non c’è abbastanza fiato nei polmoni per spazzarlo via. Le cose belle, ecco, quelle che bastano a sé stesse, quelle che non riflettono ma emanano, quelle d’accordo coi vocabolari e con il comune sentire, quelle non sono casa, sono terre straniere, lontane, di frontiera. Casa sono le idee belle, ma non sostenibili, le idee belle ma a metà, la parcellizzazione delle idee belle, tutte singolarmente gradevoli, ma che se fossero messe insieme creerebbero qualcosa di grande, di compiutamente bello, di funzionale, di irrevocabile.

Poi però bisogna sempre tornare indietro, la priorità inconscia di ogni idea bella di questo inizio secolo dove si lasciano fallire paesi senza che nemmeno un avatar venga colorato, dove tocca fermarsi a fare benzina o fare un bancomat per ascoltare canzoni che ti aspetteresti ovunque ma non da un distributore o da uno sportello automatico di denaro. In Grecia puoi prelevare al massimo 60 euro al giorno, ora, qui puoi prelevare al massimo una canzone che ti faccia sentire a casa, di nuovo, massimo per cinque minuti. Bologna è quella città dove finisco regolarmente per dimenticare come si respira, e soltanto un paio di sedie vuote retro illuminate da un faretto (gradevole, ovviamente) mi offrono lo spunto per respirare: alzarmi in piedi, scattare una foto col cellulare, raccogliere da terra il mio sputo di gradevolezza, ritornare a stringere pugni per tenersi bene stretto tra le mani quello scarto tra farcela e rimanere gradevoli, tra fallire e rimanere gradevoli, tra respirare, e rimanere così spontaneamente, propositivamente, frizzantemente, innocentemente, gradevoli.

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