Good Lies

In tv stanno passando La grande bellezza mentre abbraccio un cuscino su un pavimento a scacchi bianchi e neri e indietreggio strisciando sul mio culo verso il termosifone. Fatico a seguire ormai i discorsi degli altri, rapito dalle cravatte di Jep Gambardella sui tetti di Roma e dal movimento di macchina diagonale che taglia a fette le scene. Abbiamo la bocca impastata di buone bugie che stiamo sciorinando sul tavolino che fatica a contenere le mie gambe incrociate, in attesa di un realtà che ridefinisca il concetto di reale e lo renda un pochino più accettabile, ci facciamo bastare le buone bugie da mandare giù con una Peroni. Ed esistono ancora persone, da qualche parte, che si chiedono scusa per essere finiti nei centri commerciali alla sera, esistono cravatte con movimenti diagonali impossibili da indossare, per evitare di essere sgozzati, esistono ancora le piogge che non ti bagnano ed esistono ancora praticamente tutte le date e le ricorrenze che invece quelle sì che ti bagnano e ti lasciano fradicio sui divano letto. Non riesco ancora a perdonarmi di essermi ritrovato a dormire in macchina fuori da un autogrill, tre anni fa, mentre le ante degli armadi di casa mia si aprivano e i miei oggetti venivano a trovarmi e io non ero lì ad attenderli, sostenerli, riporli sui loro scaffali. Non mi perdono diverse cose, a me stesso, mentre a quella guida turistica cui ho chiesto di fare semplicemente una foto non perdonerò mai la sua risposta, «è una situazione delicata, sarebbe meglio evitare», e non perdonerò mai la pioggia di oggi che non è caduta abbastanza e mi ha lasciato con i piedi bagnati e le mani asciutte, e non perdonerò a sufficienza questa settimana che mi sta portando alla deriva e non perdonerò mai me stesso, soprattutto, per essere uscito senza ombrello. Piove, da giorni, e si accumulano le email, le cose da fare, le volte in cui non ho ascoltato i Notwist seppur li indossassi, le domande che evito di fare, i ricordi delle persone cui voglio bene che mi ero ripromesso di andare a ripescare come fossi un palombaro, le ore di sonno, le ore in cui devi a un certo punto uscire di casa, mollare la tua esistenza di fronte a un computer e un cursore che lampeggia, prendere la macchina senza patente, fermare la macchina al primo spiazzo utile perché ti sei ricordato di essere senza patente, piove da giorni e si accumulano le volte in cui cammini lungo la circonvallazione e poi devi per i prati dove l’erba non verrà mai tagliata, circuire l’area sgambamento cani, prendere la rincorsa, e iniziare a correre senza dosarsi, si accumulano le volte in questa settimana in cui arrivare a sabato sarebbe un segno della volontà divina, e chi abbia qualcosa da obiettare taccia per sempre, e mi lasci correre sgraziato, lasci correre i miei nervi e le mie domande e quelle contraddizioni che nemmeno la pioggia riesce a lavare via. Piove da giorni e tutti i giorni, tutte le notti in cui rientro a casa tardi dopo giornate saltate semplicemente per aria, c’è un gatto che mi attraversa la strada, sempre nello stesso punto, quasi arrivato a casa, a volte zompa improvviso davanti alla mia auto, altre invece è defilato sul limite della carreggiata, ma è sempre nero ed è sempre di notte e sempre alla fine di giornate con movimenti diagonali di camera. Pensavo fosse soltanto un gatto nero di notte, poi ho capito chi fosse, in realtà: eri tu, che sbuchi di notte ricordandomi quanto lontano sto andando alla deriva, eri tu, che sbuchi di notte per ricordarmi tutto ciò che è stato e che non è stato, quel gatto era il passato probabilmente, che continua a sbucare di notte lungo la strada mentre torno a casa, in qualche modo sconfitto, in qualche modo non aggiustabile, in qualche modo inutile e quindi indelebile. Gatto nero, coraggio: altro non voglio fare che ascoltare tutte le tue bugie sul mondo, e tirarci addosso il piombo che abbiamo in fondo al cuore.

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