Una cosa piccola ma buona

«Le è andata bene», mi dice, e facendo due rapidi conti sì, da un certo punto di vista mi è andata decisamente di lusso. Nell’istante in cui la vigilessa ha agitato la paletta per farmi accostare ho pensato, per un secondo abbastanza lungo, di non fermarmi, di pigiare ancora di più sul pedale dell’acceleratore, di proseguire alla rotonda, bruciare i successivi semafori ed evitare le autostrade (perché mi avrebbero sicuramente inseguito), percorrere l’Adriatica verso nord, fermarmi solo quando il serbatoio sarebbe stato vuoto, allontanarmi da quella paletta alzata fino a quando l’ultima goccia di benzina me l’avrebbe consentito. E poi lasciare l’auto in un campo di grano, defilarmi lungo i fossi nei campi verso Monfalcone, salire su un autobus lungo la costiera per Trieste, controllare se, hai visto mai, la linea 2 da piazza Oberdan fosse finalmente stata ripristinata, fare un bancomat, prelevare tutti i pochi soldi a disposizione, ho pensato, in quell’istante in cui una paletta mi intimava di fermarmi, e poi camminare a piedi fino alla frontiera, tagliarmi la barba, radermi i capelli a zero, mettermi le lenti a contatto, «le è andata bene», mi ha detto, dopo avermi fermato, fatto indietreggiare perché non potevo stare in mezzo alla carreggiata, in quell’istante ho pensato che avrei potuto gettare via gli occhiali, in mare, e di nuovo, prendere un treno, sperando che forse avrebbero smesso di cercare un incensurato la cui unica colpa era stata quella di superare con la doppia linea, dirigermi verso l’interno, Croazia, Bosnia forse, perché non arrivare a Belgrado, e poi solo allora, da un telefono pubblico, solo allora e per l’ultima volta, chiamare casa, dire che stavo bene, che non era per la multa che ero scappato, che non lo sapevo mica, perché non mi ero fermato all’alt della municipale, in fondo mi era andata di lusso, mi avrebbero tolto pochi punti, perché allora finire a Belgrado, radermi a zero, scappare, non lo so mamma, quando ha alzato la paletta ho pensato fosse l’unica cosa sensata da fare, non fermarsi, rompere gli elastici, l’imponderabile. Una cosa piccola ma buona.

Invece ho fatto quello che mi è stato ordinato, «ho già capito», ho detto flebilmente con le labbra leggermente tremolanti alla vigilessa, e lei annuiva fiera, «certo che ha capito, proprio davanti a noi doveva fare quel sorpasso», e io ho solo risposto sottovoce che «stavo perdendo un treno». E mentre la vigilessa buona scherzava con i bimbi dell’asilo che assistevano alla mia condanna, la vigilessa cattiva mi chiedeva se volevo dichiarare qualcosa da mettere a verbale, «cosa vuole che le dica, è colpa mia», ho risposto, fissando l’orologio, pensando al regionale da Venezia che sicuramente oggi non sarebbe stato in ritardo, seguendo con lo sguardo un cicloamatore che pedalava lentamente confezionato nella sua tutina aderente azzurro turchino, sgargiante e improbabile come ogni cicloamatore che si rispetti, e che guardava la scena della registrazione della mia multa sorridendo di gusto, forse beffardamente. Rideva così di gusto che per un istante ho pensato che a Belgrado non ci sono cicloamatori vestiti di azzurro turchino a deriderti perché hai fretta e hai un treno da prendere, ho pensato di scendere dall’auto, rincorrerlo, tirarlo giù dalla bici e chiedergli cosa cazzo avesse da ridere, cosa ne sapesse, lui, dei treni da prendere in orario, dei treni in generale, e delle doppie linee a dividere la carreggiata e delle strisce pedonali davanti agli asili, e mentre lo prendevo per il bavero azzurro turchino, avrei continuato a fargli domande, tutte le milioni di domande che evito di farmi tutti i santi giorni e che si accumulano nel bagagliaio ostruendo ormai la visione, un giorno finiranno sicuramente per farmi la multa anche per questo. Ho pensato di rivolgergli tutte le milioni di domande che sto mettendo via, in quell’istante in cui mi derideva, su Belgrado e i bambini che assistono agli adulti che vengono puniti e finiscono per diventare più bambini di loro, su Monfalcone e i controlli ai caselli autostradali e a come si scrivano i racconti e a come si possa fare ordine e come si possa essere leggeri senza strafare, sbavare, esondare, e invece ho risposto al suo sorriso, e mentre la vigilessa tornava con il verbale da fermare, io alzavo il pollice in segno di approvazione, e lui rideva ancora di più, e ridevo anche io, e la vigilessa guardava, e ridevano anche i bambini.

Poi il treno era in ritardo, ho corso, l’ho preso, non sono finito a Belgrado ma in un posto dove disegnano palloncini rossi sui muri, ci sono i segni zodiacali incisi sul marmo, rose arrampicate sulle pareti, gestori di librerie con un cupo senso dell’umorismo, dove gli estathe ti fanno girare la testa come fossero spritz con il campari, girano film che si chiamano “mal di testa” bloccando le strade, le ferrovie, le arterie. Non era Belgrado: era solo una cosa piccola ma buona, e cercando un lembo di erba su Google Maps è uscito un racconto di Carver su cui sedersi, e un racconto di Cognetti da cui bere, raggomitolarsi, evitare di piangerci sopra, mettersi all’ombra, mettersi sotto le ombre che i lampioni disegnano sulla pelle che galleggia sulle ossa come un sasso sulla pancia e un pensiero sulla testa. Ho preso una multa per finirci dentro, quelle ombre, e ricominciare a dire cose belle senza essere fermato dalla polizia nascosta tra i cespugli. Nel caso, non ho intenzione di fare ricorso.

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2 risposte a Una cosa piccola ma buona

  1. Goldo scrive:

    Stai recuperando lo smalto di un tempo, gran bel pezzo

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