A lot of sorrow

Il segreto non è evitare gli errori, il segreto è comprenderli in due. Il segreto non è dire la verità, il segreto è scoprire le bugie in due. Il segreto non è dire la cosa giusta, ma fare la cosa sbagliata, in due. A Ferrara chiudono i bar bellissimi dove i ciliegi sembrano peschi e i peschi sembrano ciliegi, con gli specchi sui tavoli per ricordarci quanti segreti abbiamo stampati in faccia, le cose vanno al contrario, gli amici non si rivedono, le diagnosi sono sbagliate, i tempi mai calcolaati. Come i rigurgiti di un neonato ci lasciamo andare nei momenti più inopportuni, ci svestiamo solo davanti a un fotografo, verghiamo cartelli dove avvisiamo che qui, sì, proprio qui davanti si può parcheggiare, quando tutto il resto della via e della città e del mondo è tappezzata di divieti. Il segreto non è evitare gli errori. A Ferrara chiudono bar bellissimi perché sono gestiti con scortesia, e le cose belle finiscono sempre per apparire antipatiche, insostenibili, impossibili. E chiudono, e le cose vanno al contrario e mi cresce la barba in testa e i capelli sul viso e la mia testa diventa un nido dove le rondini vengono a dormire la notte, usando le pagine di Camus e di Nori al posto dei rami secchi. A Ferrara chiudono i posti belli e rimangono aperti i parcheggi, diventando l’emblema della sicurezza, cacciando via gli abusivi che chiedevano una moneta (LA, moneta) grazie alla presenza salvifica, redentoria delle guardie private. Perché in questa città dove tutto va al contrario e io dormo al lavoro e resto sveglio di notte a scrivere sul vetro della finestra l’equazione che regola i flussi migratori delle rondini, hanno messo la security alle casse dei parcheggi automatici, e i negri (come li chiamano le persone per bene spaventate, la paura fa millecentonovantadue, la serie) sono costretti a girare al largo, e ora pagare il parcheggio è un’attività priva di pericoli, sicura, anzi, piacevole, e le guardie giurate vengono ringraziate, in questa città dove tutto va al contrario e gli sms finiscono per intasare i tombini e solo le foglie morte ti rispondono, finalmente un atto di giustizia che dona sicurezza ai cittadini e alle persone perbene, perché con tutti questi negri non si riusciva a pagare in pace il parcheggio, addirittura bisognava pagarlo due volte, il parcheggio, perché ti si avvicinavano in due, in tre, in quattro, chi dice anche in cinque se non in venti, chiedendoti soltanto una moneta, anzi, LA moneta, ma se sono in venti a chiedertela, questa moneta diventa un asteroide che sta precipitando sulla tua testa e sterminerà tutta la tua famiglia e le persone più care. E di tutta questa faccenda della security per mandare via i negri abusivi nei parcheggi a pagamento di questa città dove tutto va al contrario, la cosa che mi perplime è che la sicurezza viene vista come un’esigenza da curare soltanto, o prima di tutto (scegliete voi), nei pressi della casse, ovvero laddove la gente paga, ecco che bisogna pensarci, alla gente. Cento metri più in là, duecento metri più in là, la sicurezza della gente certo esiste, ma è leggermente meno prioritaria. La stessa differenza di priorità che intercorre tra il mio bisogno di ascoltare Sorrow una volta oppure sei ore di fila, più o meno. Di tutta questa faccenda, è il dove la sicurezza diventi problema da gestire, da prendersene cura, che mi stupisce, che mi fa sorridere: lì alle casse, lì dove tiriamo fuori i portafogli e possiamo permetterci di chiamarli negri, i nostri problemi, che non ci hanno mai alzato un dito contro, hanno solo fatto una domanda, anzi, LA domanda, e la loro unica colpa è quella di avercela ripetuta due alla volta, tre alla volta, venti alla volta. Siamo andati in confusione, con tutte queste domande, in questa città dove tutto va al contrario, e la stessa domanda ripetuta ci è sembrata venti domande differenti, e una persona sola ci è sembrata venti negri diversi, e un problema ci è sembrato venti problemi diversi e abbiamo chiamato la cavalleria, uomini tutti d’un pezzo di nero vestiti che ci pensano loro a raddrizzare i punti interrogativi, su cui non scivoleremo più di notte tornando a casa, e verremo tutti inflilzati come polli allo spiedo su questi torniti, lucidi e saldi punti esclamativi. In questa città dove tutto va al contrario un problema non è un’opportunità e nemmeno un fastidio, è una seduta di psicanalisi collettiva, e il segreto è far credere alla gente di stare pagando l’ora di sosta della propria auto quando invece è la parcella di un bravo psichiatra comunale assunto dall’agenzia della mobilità locale. E i bar bellissimi chiudono, a ragione, perché hanno preso la bellezza per vestirsene e farsi belli, e ancora non sanno ascoltare, non hanno capito che il segreto non è far durare le cose belle, ma sporcarsi le mani e raccogliere il fango in due, che un bar può essere bellissimo ma se ci vanno solo stranieri (due tedeschi, due polacche, noi che uccidiamo arabi sulla spiaggia per colpa del sole) significa che non è un bar ma uno specchio, come quelli appoggiati per terra, alle radici dei ciliegi, dove si specchiano soltanto gli alberi per la durata della fioritura, un paio di giorni, poi tutti si innamorano della primavera perché dura poco, infatti, il segreto non è sentire il profumo dei fiori ma non starnutire quando le rondini ti fanno il nido in testa di notte, quando ci sono sceriffi a sorvegliare un cazzo di parcheggio e un cazzo di portafoglio, quando conti soltanto quando paghi, quando gonfi palloncini bucati, il segreto è non starnutire in primavera, e arrivarci alla fine, camminando al contrario, con sulle spalle tutto il possibile dispiacere di tutti i possibili inverni. Poi, allora, si può anche pensare a riaprire un bar.

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