Supersymmetry / 6

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Gli alberi della Val Müstair sembrano morti. In un borgo poco prima della frontiera nei pressi di Tubre, accanto a un cimitero hanno messo in piedi una chiesa improvvisata, realizzata con teloni a strisce bianco e nere, che la fanno assomigliare più a uno stand da Festa dell’Unità che alla casa del Signore. Al suo interno una ridotta gradinata, fogli con gli schizzi del progetto sul pavimento di legno, viti, trucioli di legno. A Prato dello Stelvio una sirena d’allarme spezza la quiete, ma nessuno reagisce. Inizia la Statale per lo Stelvio, la salita dei 48 tornanti. Diluvia, i ciclisti diventeranno eroi per un giorno. Alcuni di loro li ritroveremo davanti al camino nel rifugio del Passo, ad asciugare i vestiti inzuppati. Cerco di fotografarli fermandomi a bordo strada reggendo con una mano l’ombrello e con l’altra la reflex. Nemmeno si accorgono della mia presenza, mentre salgono ingoiando la pioggia. Entriamo anche noi a riscaldarci in un rifugio, ordino una luganega, sbagliando ovviamente l’accento e venendo corretto da un cameriere che non aspettava altro di correggere turisti. Condivido il sarcasmo ma non riesco a empatizzare. Poi di nuovo ancora scortesia in un altro bar, sempre in quota. Me ne faccio una ragione. Smette di piovere, mi dimentico delle mie considerazioni borghesi quando finalmente riesco a intravedere l’Ortles e la sinuosità quasi erotica della Statale 38 sottostante. Le montagne attorno a noi dopo il temporale sembrano dipinte, e non vorrei fare altro che guardarle, osservarle per il resto della mia vita, dimenticando i camerieri, la grammatica locale, la mia borghesia. Scendiamo verso Bormio, attraversando gallerie fradicie, il verde dei prati abbagliato dal sole (ecco come mi sentivo a vedere l’Ortles, poco fa, abbagliato dal sole). Ormai è sera, per l’ultima notte scegliamo Aprica, da Tirano transitiamo lungo la bassa Valtellina per Stazzona, scorgendo a bordo strada un laconico anziano che vende funghi, esposti altrettanto laconicamente su una cassetta della frutta di legno. Poco più avanti, affisso a un albero un cartello segnala la vendita di “banane di montagna”. E’ l’ultima notte che passeremo vicino al confine.

Decidiamo di concludere il nostro viaggio a Cesuna, salendo al Rifugio Kubelek, sull’altopiano di Asiago. Lontani dalle dogane perché in fondo è questo il vero e unico motivo che ci ha spinti a partire: bisogna onorare la memoria di una persona che aveva passato la vita intera, a tentare di andare oltre i confini, della conoscenza, della vista, dei limiti della propria condizione. In montagna il cielo è più vicino ai nostri occhi e più rarefatto, e si vedono più stelle. Durante questo viaggio non sono perà mai riuscito a vederle, perché finivamo sempre dentro alle nuvole, e mai sopra, e mai sotto, ma si è deciso di andare in un posto che ci aveva suggerito Angelo Fiacchi, un anziano della mia terra che aveva costruito un osservatorio astronomico con le proprie mani. Anzul, come lo chiamavano tutti, in dialetto, era morto qualche giorno prima, e aveva insegnato a tutti a come annullare i confini, facendo entrare ogni sera nel cortile di casa sua estranei e curiosi, accogliendo sempre lo Straniero (il Foresto, come si dice dalle mie parti) con un sorriso. Più della sua storia di costruttore di osservatori con a disposizione soltanto una quinta elementare, senza aver mai studiato, ma imparando tutto guardando e toccando direttamente con i propri occhi, le proprie mani, più di tutto questo l’aspetto straordinario della storia di Anzul era l’assenza di possessività e gelosia per i propri spazi. Non c’era la dogana della diffidenza, dell’egoismo, del “prima io”, quando attraversavi il cancello – sempre aperto – della sua abitazione scalcinata in piena campagna ferrarese, isolata come un bosco tra Svizzera, Austria e Italia sulle Alpi. Anzul peraltro raccontava sempre della sua esperienza da militare che lo portò ai lati estremi d’Italia, a Palermo prima e a Bolzano poi. Anzul raccontava un sacco di cose, soprattutto, e lo faceva senza chiederti chi fossi, se avessi qualcosa da dichiarare, senza guardare la tua carta d’identità. E parlava agli stranieri in ferrarese, e in italiano ai ferraresi, parlava la sua lingua e tutti in qualche modo capivano. Questo, era il miracolo di Anzul, l’uomo che vide le stelle con le sue mani e che aveva cancellato il concetto di confine dal suo vocabolario fatto soltanto di poche parole: voglio, vedere, le, cose.

L’ultima volta che andai a trovarlo, qualche settimana prima, in giugno, mi disse che il posto dove aveva mangiato di più, in tutta la sua vita, era appunto il Rifugio Kubelek. Il giorno del suo funerale ero impegnato al lavoro, e ricordandomi ancora delle silenziose lacrime che mi erano scappate dopo che gli avevo stretto la mano per l’ultima volta, nel corridoio della casa di cura, ho deciso di celebrarlo così, fuggendo dai confini per salire sull’Altopiano di Asiago e farmi una sonora mangiata. Il piccolo Rumiz dentro di me si è bevuto un bicchiere di vino e ha smesso di scrivere, finendo per compatire la mia ansia doganale, il bisogno di stare ai margini per vederci chiaro. Tra una grigliata e l’altra, mi sono rivisto riflesso nel vetro della dogana italo-austriaca del Passo Resia, che credevo abbandonata e invece al suo interno si celava ancora un funzionario statale, dallo sguardo perplesso. Tra un piatto di pasta e l’altro, mi è tornato in mente quel tizio del progetto fotografico sulle dogane chiuse, l’aveva pure linkato il Post, mi è tornato in mente il portfolio sulle frontiere europee sul numero monografico dedicato ai viaggi di Internazionale. E mentre il rifugio si svuotava, e la mia pancia si riempiva, in questo funerale celebrato a tavola con le dita unte e il tovagliolo macchiato di sugo, raffioravano in me tutti quelli che i confini li avevano già celebrati, e tutti quelli che risposte ne avevano già date, e anche più circoscritte delle mie, e anche più elaborate delle mie. Di qua e di là da ogni linea di confine non ci sono identità ma soltanto elaborazioni del vissuto. Ci sono cose che non vogliamo vedere, o che abbiamo visto abbastanza. E noi nel mezzo, che crediamo di fotografare una dogana dismessa e invece dietro al vetro polveroso e graffiato resiste un funzionario dello Stato perplesso, silente, che smaschera tutta la nostra inadeguatezza. Di qua e di là da ogni confine non ci si ferma a chiedersi se un viaggio è stato già fatto, se le stelle sono già state viste, ma invece c’è chi ancora decide di dare la propria risposta, di vedersi le proprie stelle, da solo. Senza provare imbarazzo se qualcuno ci scopre, ci squadra, ci guarda da dietro una finestra che potrebbe essere di vetro come di supponenza. La dogana dell’imbarazzo e della decenza la attraversiamo senza porgere documenti, ad ogni vacanza, ad ogni mattina d’estate. Attraverso lo specchio, alberi morti, chiese di plastica a strisce, padri di famiglia fumatori, burro fatto in casa, miniere di ferro o cognomi stranieri sui campanelli, ogni estate capita che decidiamo di scattare comunque, le nostre foto, di scrivere comunque, le nostre parziali sentenze, di rispecchiarci comunque, tra un Paese e l’altro, tra un sedile dell’auto e l’altro, e di non riconoscerci affatto, e di non preoccuparcene affatto. Voler sentire il passare del tempo, è la mia risposta.

It’s been a while since I’ve been to see you
I don’t know where, but you’re not with me
Heard a voice, like an echo
But it came from you

Supersymmetry

fine

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