Supersymmetry / 5

Le foto di Trieste Gorizia Slovenia Austria Valle Aurina Stelvio Abruzzo

1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata

Nulla che una frittata non possa curare, però. Alla sera ci inerpichiamo in un’altra valle chiusa, per respirare e dimenticare. Il traffico sostenuto della statale lungo la Valle Aurina, che termina con la vetta geograficamente più a nord d’Italia, stupisce: dove se ne vanno tutti in questa vallata che non ha sbocco? In una delle infiniti diramazioni, ci defiliamo quattrocenti metri più in alto, finendo a dormire sotto lo stesso tetto di una famiglia che fabbrica il burro in proprio. Piove ancora, ovviamente, e scendere in paese per la cena ci sembra un’impresa sfibrante. Chiediamo un piatto caldo e una ragazza dalla erre plastica ci prepara un’onesta frittata. La chiama «omelette del contadino» per ambire alle cinque stelle su Booking.com (riuscendoci, peraltro), ma non è nient’altro che un paio di uova sbattute in padella. La divoro accanto alla stuba, fissando le foto di matrimonio dei suoi genitori, in bianco e nero, e quei sorrisi da Shining di tutti i loro amici riuniti in un prato il giorno di festa. Un computer fisso dalla lamiera ingiallita, un lettore dvd, un videoregistratore vhs, forse è la stanza dei giochi di quella scontata locanda. Eppure c’è talmente tanta gentilezza e riverenza ostentata, in questo rapporto tra avventore e gestore, che si finisce per stare al gioco volentieri, e anzi, è tutto così casalingo che ci arrendiamo alla banalità degli aggettivi. Sì, ci sentiamo davvero ospiti di una famiglia sudtirolese, sì, fingono davvero gentilezza, sì, questa notte voglio addormentarmi e non credere nient’altro che alle uove sbattute in padella, alla tovaglia di lino bianca e spessa e ruvida, alle erre arrotate sulle piste da sci nei tornei giovanili e a quei ventidue anni passati quattrocento metri più in alto della strada statale ad accogliere turisti italiani. Quando mi sveglio la mattina seguente per un attimo non piove, e riesco – finalmente – a guardare in faccia le montagne. Dietro di loro c’è l’Austria, sono montagne di confine, e hanno la forma del latte cremoso, del burro che se fatto in casa non ha sapore, dei bicchieri riempiti di zucchero sopra il tavolo della colazione, che poi sarebbe quello della cena e lo sarà del pranzo successivo. Non c’è nemmeno il portazucchero in questo lembo di montagna verticale, e i crinali rocciosi della Valle Aurina sono opachi anche al mattino, anche se illuminati dal sole. La erre plasticosa della ragazza sembra realmente afflitta per la nostra immediata partenza, mi immagino la sua voglia di relazionarsi con esseri umani, per chi invece rimane recluso a quattrocento metri di distanza dalla civiltà. Poi mi ricordo che ci sono sempre in gioco le cinque stelle di Booking, che anche quel dispiacere potrebbe essere frutto di anni di recitazione, e quindi risaliamo in macchina. I giorni in viaggio passano, i chilometri percorsi aumentano di pari passo alla nostra capacità di resistere alle finzioni. Seguire il confine come una cucitura ci porta a confonderci e a confondere le due parti che combaciano, a baciare le differenze e credere che in fondo la necessità di dialogare di quella locandiera reclusa dall’altitudine si intersechi con il nostro bisogno di darsi la buonanotte soltanto chiudendo gli occhi, riducendo al minimo ogni dialogo, se non per ridere di beceri luoghi comuni. Frantumare le distanze, senza chiedersi il perché.

Brunico, Vipiteno, il Passo Giovo. Un rifugio dove non hanno voglia di servirci, nemmeno al bancone, e i davanzali delle finestre sono pieni di peluche e animali di pezza colorati, rosa, bianchi, azzurri. Perché. Discesa fino a Merano, ascoltiamo la radio, non abbiamo più cd per sigillare questa vacanza, e un po’ quasi ce ne vergogniamo di questa assenza, come confezionare un pacco regalo senza fiocco, come lasciare uno scatolone aperto, senza chiuderlo col nastro adesivo. Ecco, forse i cd e la musica sono i nastri adesivi delle nostre vacanze, e ora ne siamo sprovvisti, non vogliamo ascoltare nulla che ci ricordi altri viaggi, mentre risaliamo la Val Venosta, perché finiremmo per esserne contaminati, perché le cose fatte in casa sono meno saporite, quasi non sanno da niente, ecco, i viaggi senza musica non sanno di niente ma sono fatti con le nostre mani. Le persone che scorrono davanti al parabrezza non aiutano a innescare suggestioni: gli abitanti dell’Alto Adige sembrano non esistere, trincerati dietro banconi d’albergo o scaffali di mele. Le strade sono popolate da clienti d’hotel, turisti che sterilizzano ogni possibile indagine sociale alla Paolo Rumiz. Questo posto non è di nessuno. Il campanile di Curon che spunta nel Lago di Resia racconta dove possano finire, le indagini antropologiche alla Rumiz in Alto Adige: sott’acqua, sommersi dalla marea di una diga che andava costruita, di un paese deliberatamente consegnato allo sviluppo economico che non ha lasciato tracce visibili e ora ci osserva di nascosto mentre noi lo fotografiamo da sopra il pelo dell’acqua. E le proteste, e le resistenze, e le storie e gli strepiti di chi non voleva essere sommerso trovano spazio soltanto nelle tabelle informative accanto alla riva, e rimane a prendersi i nostri flash soltanto la punta del campanile. C’è qualcosa di sinistro in questo campanile sommerso che spunta solitario a pochi km di distanza dal confine, c’è una conclusione di fondo che mi consegna tra le mani la malinconia di una sconfitta tramutata in attrazione turistica. Forse non c’era altro modo per sopravvivere. Svariati chilometri prima, all’altezza della chiusa sull’Adige, a Tel, avevamo incrociato un’altra tabella informativa di altrettanto disarmante tristezza. Accanto all’arcobaleno generato dallo schiumare dell’Adige contro la roccia della diga, è trascritta in modo conciso la storia dell’inventore (secondo i tirolesi) della macchina da scrivere, tale Peter Mitterhofer, abitante di Parciles nell’Ottocento. Leggo ad alta voce: «Peter Mitterhofer, tra il 1864 e il 1869, costruì cinque modelli di macchine da scrivere, e ne portò due a piedi fino a Vienna all’imperatore Francesco Giuseppe I. Purtroppo i consiglieri dell’imperatore non riconobbero l’effettivo valore della sua straordinaria invenzione. Deluso, si ritirò nel suo paese natale Parcines, dove morì in solitudine». Forse non c’era altro modo per sopravvivere.

L’overdose di transiti doganali ci porta di nuovo in Austria e poi in Svizzera nel raggio di poche miglia. L’alta Engadina firma una tregua con la sistematica presenza alberghiera tipica del Sud Tirolo, lasciandoci respirare per strade deserte in mezzo ai boschi. Questi sono i confini che finiamo per apprezzare di più: smarriti, solitari come inventori delusi di macchine da scrivere, taciturni e schivi, non lasciano nessun segnale di riconoscimento, si potrebbe essere ancora in Austria o di nuovo in Svizzera e non ce ne accorgeremmo se non per la differente tipografia dei cartelli stradali. Sono vuoti, questi confini tra le Alpi, rispettivamente eremi estremi di corpi nazionali distratti da altre faccende, e l’asfalto rappresenta i capillari dell’apparato statale. Noi ci introduciamo in corpi estranei come batteri innocui, estranei che non fanno rumore, guardiamo le montagne attorno immaginandole come orfanelle private dei genitori che ora non sanno a chi appartenere, annusiamo l’aria più fresca del tramonto imminente senza capire se profumi di smarrimento o solitudine o forse anche una tenera paura di chi è rimasto indietro, ai margini. Che vita può esistere in questi pezzi di Stato che non interessano a nessuno, di cui nessun consigliere dell’imperatore ne intravede l’efficacia? Una risposta è Livigno, che raggiungiamo attraversando un costoso tunnel di manifattura elvetica. Livigno che si adagia in una conca isolata d’inverno, perlomeno fino a qualche decennio fa, che proprio per riscattarla dall’isolamento è stata trasformata in zona extradoganale, tornando a fare gola agli imperatori. La benzina a 1 euro, tabacchi e alcol scontati, file di negozi di grandi marchi che vedono in trincea milanesi in trasferta. Tutto assume contorni stravolti, le scatole di Lego dietro le vetrine illuminate anche di notte (anche in montagna) sono spettrali e per nulla rassicuranti. La risposta a che vita può esistere in una valle isolata sono le code degli autoferrotranvieri ai distributori, è la Finanza che al Passo Foscagno ti chiede quanti anni ha la tua reflex, e tu nemmeno lo sai, è il campanile sommerso di una dignità alpina consegnata alle stecche di sigarette nascoste nel bagagliaio.

Nulla è come sembra, nei luoghi remoti, Livigno diventa una piccola Milano, un campanile sommerso nasconde le contraddizioni di una terra che rinnega se stessa, il silenzio dei boschi è rimasto puro soltanto perché costava troppa fatica soffocarlo. Fa freddo, ora, e la mattina dopo ci svegliamo in mezzo a una nuvola, e in bagno finisco per cedere alla musica. Sorrido di fronte allo specchio, tra pochi giorni tornerò a casa e metterò tutto quanto a posto. Dentro a una nuvola possiamo raccontarci tutto quello che vogliamo. Nel tavolo a fianco una famiglia lombarda sta terminando la colazione, il figlio più piccolo è irrequieto e fa domande a una madre che vorrebbe invece soltanto entrare nella sauna. Il brusio di una famiglia in vacanza, dei miei sogni di tradimenti altrui che mi trascino anche di fronte a una tazza di latte caldo e un buffet imbandito, viene spazzato dalla limpida sentenza del padre di quella famiglia, che decora l’affresco del nostro viaggio con un’eloquenza circolare: «Io, mi vado a fumare una sigaretta». Io, virgola, e tutto il resto. E in quella virgola, e in quella sigaretta, e in quel tono autosufficiente annega ogni bilancio familiare e soprattutto il piccolo Rumiz che è dentro di me, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di proseguire. Un albergo al Passo Foscagno (2200 metri sul livello del mare) sembra il posto ideale per nascondersi.

(5 – continua)

Questa voce è stata pubblicata in Asfalto, Itaglia e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *