Supersymmetry / 4

Le foto di Trieste Gorizia Slovenia Austria Valle Aurina Stelvio Abruzzo

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Austria è fieno e legno. È la rassicurante distanza di sicurezza tra il nostro presente e quello che ci lasciamo alle spalle: una catena montuosa ammantata di alberi separa i nostri occhi stropicciati dal mattino all’Italia, che teniamo legata al guinzaglio come un palloncino sgonfio che rimbalza per terra. Non ci vogliamo allontanare troppo perché non sono mondi nuovi che ci mancano da scoprire ma l’appropriarci una volta per tutte dell’esistente, che nella sua impalpabilità seriale ci sembra essere la cosa più lontana dal concetto di ‘casa’. Dopo Sillian di nuovo la frontiera, che staziona muta a fianco di un’enorme segheria. La strada è a scorrimento veloce, frotte di targhe italiane sfrecciano avanti e indietro dal confine, a indicare la vicinanza a quelle Alpi confezionate su misura per lo stereotipo italiano delle Alpi: l’accento tedesco, l’ordine, la pulizia e il rigore formale (quasi sterile) dei prati tagliati al millimetro, dei marciapiedi lindi e rifiniti, dei fiori colorati (spettrali) ai balconi. Nel minuscolo parcheggio di un supermercato di una San Candido intasata come il Grande Raccordo Anulare alle sei di un pomeriggio feriale risuonano accenti romani, toscani, emiliani. Siamo nel posto meno italiano in Italia, colmo degli italiani più italiani d’Italia. Lontani anni luce dalla mestizia della montagna friuliana, degna ma abbandonata, dall’innocenza della montagna slovena, che ha soltanto da offrire un colore, il verde, come una persona gentile sa offrire soltanto le buone maniere. San Candido è la porta d’accesso del nostro viaggio al Sud Tirolo, l’Alto Adige che di italiano ha soltanto i turisti, che ha preso la montagna per trasformarla in una brochure da sfogliare dal parrucchiere o in giardino, inumidendo i polpastrelli per sfogliare le pagine. Così come l’abbigliamento urbanissimo e curato dei passanti bagna di stridente incongruenza il sorriso dei ciclisti che scelgono i percorsi in discesa, con figli al seguito. Nelle tute aderenti acquistate da Decathlon vedo la fine della montagna come l’ho conosciuta: infatti il mio k-way non respinge più nulla, assorbe ogni goccia d’acqua, e divento bagnato anche io, in questa rappresentazione scenica della Montagna che è diventato l’Alto Adige.

Ne avremo la ferale conferma lungo le sponde del Lago Braies, delizioso scenario ideale per il prossimo film di Wes Anderson, dalla simmetrica corrispondenza delle pendici rocciose che si specchiano nella parete d’acqua orizzontale, perturbata soltanto dal lento intercedere delle barche a noleggio per i turisti. Ecco, appunto: i turisti. Italianissimi più che mai, sguaiati, inopportuni, schiamazzanti, si spogliano per prendere il sole sdraiandosi tra le macerie di alberi recisi da una mano invisibile (tutta la natura è levigata da una mano invisibile, in Alto Adige, dall’erba al fieno ai torrenti). Corpi seminudi atterrati su un pianeta alieno, pelle pallida (ancora per poco) che luccica sopra a un tappeto soffice di aghi di abete. Mi muovo tra le rovine di tronchi mutilati armato di macchina fotografica, lo sbarco di Normandia della mia estate, ma invece di interpretare le truppe di liberazione sono l’invasore che finisce in trappola. La valle di Braies è chiusa, uno dei tanti vicoli ciechi in cui è finita la nostra montagna, oltre un autoscatto non si può procedere. Anziani dai capelli bianchi che spuntano da sotto i copricapi si aggirano per la spiaggia di sassi bianchi perplessi, cani che abbaiano all’acqua, forse infastiditi dall’unico elemento che tace, perché anche le fronde del bosco si agitano per il vento. Verrà pure a piovere di lì a poco, ma con il sole, e la natura ci negherà uno di quei temporali estivi che non guarda in faccia a nessuno.

Ero venuto in questa valle cieca per starmene in silenzio, e vengo accontentato grazie a quei litigi epocali che solo in vacanza possono accadere. Le incomprensioni e il fastidio per il vociare altrui mi fa sedere sulle rive di un torrente secco, dove scorre soltanto un filo d’acqua che trasformo nel mio frigo portatile per raffreddare le bevande. Mentre mangio svogliato la mia insalata, racchiusa nello stesso contenitore di plastica che uso quando vado al lavoro, i passanti che scendono a valle mi guardano attoniti. E nemmeno dietro le quinte della messinscena, lontano dal lago imperdibile, si sente il rumore dell’acqua. Urla dei bambini, disquisizioni sull’orario del pranzo, vaneggiamenti su tragitti futuri: tutto il risibile umano si concentra in questa valle chiusa e non trova sfogo, e si scioglie nell’acqua del Lago di Braies che diventa scura, saranno le nuvole grigie gonfie di pioggia, vorresti sperare, e invece le onde innescate dai remi delle imbarcazioni turistiche sono le pieghe della nostra fronte corrucciata. Sarà il temporale allora: nemmeno, sono le vene di un lago che sembra il clown di un circo di periferia, che gli tocca sfoggiare il sorriso triste per far contenti grandi e piccini, e che in cambio ottiene le briciole dei nostri panini, l’erba infilata nei nostri calzini, i sassi lanciati feralmente da bambini senza nessuna pietà per chi deve reggere il peso delle nostre aspettative per tutta l’estate. Sono le vene di un lago che chiude gli occhi e conta fino a mille, sono le tue vene che trascinano fino in cima le contraddizioni dei rapporti interpersonali e dei flussi turistici. Litigare in questo scrigno di bellezza alpina è forse la cosa più sincera che potevi pretendere da questa estate.

(4 – continua)

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