Supersymmetry / 3

Le foto di Trieste Gorizia Slovenia Austria Valle Aurina Stelvio Abruzzo

1a puntata
2a puntata

Rigorosamente su strade statali raggiungiamo Gorizia, la città dalle insegne dei negozi chiusi, un po’ per ferie e abbastanza per decadimento economico, forse. Evitiamo la frontiera principale per perderci (letteralmente) nella periferia di Gorizia. Il passaggio da uno Stato all’altro è silenzioso, e sono i cortili delle case senza cancellate ad avvisarci che siamo passati dall’altra parte. Il bambino che giocava a Risiko in me sobbalza di fronte a una pista ciclabile che segna il confine, o il muro di recinzione di un edificio. Basta così poco per sbrigare secoli di storia? Nova Gorica è soltanto un altro modo di dire Gorizia, qualche isolato e il confine assume le sembianze del binario della ferrovia. I cartelli esistono, ma forse più per noi turisti che per reale utilità. La dogana è ovviamente abbandonata, una casetta di legno dipinta di bianco e imbrattata da scritte in sloveno e vetri rotti. Dalla finestra si scorge l’adiacente campo da basket. Due uomini attempati, con la camicia che esce loro dai pantaloni, attraversano i binari (e il confine) uno a piedi e l’altro in bicicletta. Una ragazza bionda come il sole è seduta a bordo strada. I confini sono diventati parco giochi per noi provinciali che quando attraversiamo il ponte sul Po ci sembra di iniziare un inter-rail. Decidiamo di proseguire da Nova Gorica lungo il lato sloveno delle Alpi, seguendo semplicemente il nord e l’esuberanza da assenza di operatori telefonici italiani.

Deskle, Kanal, Tolmin, Kobarid: è la filastrocca slovena colorata di verde che ci riporta all’essenzialità di agosto, viaggiare in macchina coi finestrini aperti senza sapere esattamente in che direzione si sta procedendo. L’euforia da segnaletica in idioma incomprensibile termina al Prelaz Predel, con la dogana lasciata al suo destino di rovina per fotografi hipster. Dietro ai vetri ormai opachi un telefono a rotella grigio, fogli di carta sul pavimento, pezzi di intonaco e polvere ovunque, una bustina di Tè Lipton, memoria di inverni nemmeno troppo lontani. Passando per le Cave del Predil, notiamo le ferite della montagna, la pietra rossa che sanguina a cielo aperto di fronte a inermi palazzoni per le colonie estive. Ovunque cartelli ‘Pericolo di caduta neve’, meno minacciosi delle urla rabbiose di un passante al telefono che smuovono l’interesse borghese dei turisti attorno. Ci dirigiamo verso Tarvisio, attratti dal tratto distintivo dei luoghi di confine e di montagna soprattutto: ancora insegne di esercizi commerciali ormai chiusi, vittime dello spopolamento irreversibile verso le città. La tipografia di una comunità in via d’estinzione, sgretolata come i muri di case abbandonate nel pieno centro di Tarvisio: Articoli Sportivi, Merceria, Abbigliamento. E poi cognomi, firme del passato congelate in una targa sopra a portoni di legno austeri e sbiaditi. Dove se ne sono andati tutti? Ogni vetrina sembra un viaggio nel tempo, sembra una cornice di un istante della vita di questi paesi di montagna. Dietro a un vetro c’è ancora un manifesto di ringraziamento per il passaggio del Giro d’Italia 2013, quindi un anno fa. Il presente sembra non esistere in montagna, la roccia delle cime, il profumo del legno degli alberi, il rumore dell’acqua dei torrenti, i gas di scarico sulla statale, e queste vetrine di hotel e attività commerciali, ancora aperti o irrimediabilmente chiusi, cancellano la dimensione del presente: la vita è ricordo o attesa, è celebrazione o finzione, è premessa o profezia, quasi mai azione. Quest’ultima è destinata al fondovalle, ma nei paesi, perlomeno dalla mia prospettiva veloce e istantanea della strada statale, vive soltanto il passato o il futuro in montagna.

Mentre sto fotografando la facciata di un palazzo grigio e austero, sento posare sulle mie spalle un’occhiata quasi indispettita. «Lei è del giornale? Se vuole le spiego tutto», mi chiedono due occhi azzurri impazienti. «Lo sa che quella casa che sta fotografando è mia?». No, non lo so, e il senso di colpa da giapponese-che-fotografa-tutto mi predispone all’ascolto. Chi mi parla ha un filo d’erba sulla guancia e tantissima voglia di conversare, anche con uno sconosciuto. E’ un anziano originario di Ugovizza con una banconota da dieci euro in mano e capelli bianchi diradati in testa come zampilli di una fontana. Prova a spiegarmi come funziona la faccenda dei possedimenti in quelle aeree montane, il diritto legnatico, quante case possiede, le contraddizioni del sistema abitativo della zona. Fatico a seguirlo, ma lui prosegue, mi spiega che ne ha cinque, di case come quella che sto fotografando, ora proverà ad aprirci un ristorante. Poi divaga, varca i confini e finiamo a parlare di Africa, il canale di Suez, il canale di Panama, Tunisi e il deserto, dice che lavorava per le costruzioni delle dighe, almeno così credo di aver capito. Si professa sloveno, «il mio cognome è Prešeren, come quello del Dante sloveno, il poeta pupillo dell’Imperatore». Prima di congedarmi mi garantisce che «il futuro è l’elettricità», io annuisco. Poi mi ringrazia «per averlo ascoltato». Non gli ho chiesto nemmeno il nome, e lui mi sta comunque ringraziando.

Risalgo in auto, fermandomi prima dell’Austria soltanto a Pontebba per un caffè macchiato nel bar della piazza centrale. Fuori ci sono due spaventapasseri di paglia seduti su una panchina. Dentro il gestore da dietro il bancone si lamenta con presunti amici per i ritardi nei lavori di sistemazione dell’impianto audio. La sensazione di essere osservato e leggermente compatito per la mia macchina fotografica al collo, alle 7 di sera, a Pontebba, è tangibile. Annusano la mia estraneità al luogo. Puzzo di straniero, sebbene parli la loro stessa lingua. Salgo al Passo Prampollo, con il sole ormai stanco alle nostre spalle. Poi è Austria, che sembra ancora Italia. Un laghetto costeggia una curva della discesa, finiamo per farci galleggiare sopra bolle di sapone che una bambina tedesca osserva quasi sconcertata. Le strade diventano più larghe, quasi fossero più abituati di noi italiani, alla montagna. L’odore di fieno che entra dal finestrino ci fa quasi sentire persone migliori, anche solo per un tornante. Arriviamo tardi all’hotel a Birnbaum, giusto il tempo di una cena tipica di un albergo alpino: carne e pesce e riso e verdure, assieme. La moquette nei corridoi odora di stantio, alle pareti quadretti di stoffa improbabili, meravigliosi come i tappeti colorati sotto acido della Stanza dello Svago, adornata di riviste dai titoli accesi.

(3 – continua)

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Una risposta a Supersymmetry / 3

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