Supersymmetry / 2

Le foto di Trieste Gorizia Slovenia Austria Valle Aurina Stelvio Abruzzo

1a puntata

Perché proprio di curiosità di vedere sono armati i nostri cuori sfiatati che scelgono Trieste come asola della cucitura, dove l’ago si infila nella carne e il filo stringe nodi inestricabili. La metà dei nomi sui campanelli è straniera, il caffè non si chiama caffè e nei bar usano un codice così intimo e militare per ordinare un espresso o un macchiato (che non svelerò, lo potete trovare su una qualsiasi guida turistica o scoprirlo direttamente da soli), il respiro delle vie del centro è chiaramente asburgico ma con un filtro ai colori così desaturato che ricorda il Decumano Napoletano. Trieste è come ogni città di mare, che prima o poi finiscono per assomigliarsi, a parte in Piazza Grande, come la chiamano i triestini, Piazza Unità d’Italia che si trasforma in cinema e nell’abiurazione totale del reticolato stretto e irto che la circonda: aperta, sfrontata, esageratamente spalancata sul mare. A sera finiamo a mangiare patate in tecia cullati dall’accento sloveno di una nostra amica triestina, slovena all’anagrafe e distante nella mimica, nei tratti e nella goniometria dei pensieri dal mio disordine italico. Petra ci elenca con semplicità le dicotomie triestine, che sono «più italiani degli italiani e meno italiani degli stranieri». Ci suggerisce pasticcerie di inizio Novecento e negozi di fotografia dove vendono ancora rullini. Entriamo la mattina dopo alla Pirona, dove assaggiamo uno strudel con le albicocche e una pasta chiamata “Napoletana” perché di crema fritta, «come fanno a Napoli», ma il sapore è ancora migliore, se possibile. La titolare spegne l’entusiasmo per una possibile gita a Opicina tramite l’antica funicolare, raccontandoci le traversie del tram numero 2, deragliato e poi sospeso e poi ripristinato, ma soltanto per un giorno, poi di nuovo sospeso, e chissà per quanto. Alla fermata in piazza Oberdan ci andiamo lo stesso, però, anche solo per vedere il solco dei binari, e ripieghiamo sulla gomma per salire all’Obelisco di Opicina, laddove inizia la Strada Napoleonica. Serve per collegare visivamente le due parti di Trieste, l’acqua e la terra, nell’unica direzione possibile concessa dalla storia e dai sentimenti: in verticale. Come il taglio di una lama, come la parete di roccia carsica, percorsa da un uomo a torso nudo a pochi centimetri dal suolo nell’unica direzione possibile concessa dall’ozio estivo: in orizzontale.

Il topolino che schizza dall’erba e spaventa una coppietta accovacciata sopra una panchina al Giardino Pubblico ci ricorda che non siamo in una cartolina, come il ragazzo asiatico che si appoggia a un tavolo da ping pong di marmo usurato dal tempo, tenendo ritto il telefonino collegato su Skype. Siamo forse dentro pagine di un libro, ci sono le statue di Joyce e di Svevo sparse per il centro. La coscienza di Zeno la lessi appena dopo la maturità, quando pensavano avessi la mononucleosi e fui costretto a restare in casa settimane, invece di godere della libertà da esami superati. Abbiamo scelto Trieste anche per riscattare tutte le estati abortite, per abbracciare scrittori di bronzo di cui abbiamo letto poco o nulla, perché sentiamo di essere frammentati in milioni di pezzettini sempre, e avevamo così bisogno di città frammentate. Trieste è rimasta straniera per anni, invece di godere della Patria, e trovo corrispondenza della nostra disgregazione interiore nella varietà di volti (come direbbero quelli bravi) che incrocio alle fermate di Piazza Goldoni, o nei dintorni del Mercato Coperto. Volti improbabili, anziani sgrammaticati e poco rassicuranti, signore composte, giovani apparentemente omologati ma tutti con un dettaglio, un vezzo estetico o un difetto fisico o un bagliore nel corpo o nel tono di voce che rende impossibile una classificazione. Il vento si abbatte di sera sul Molo Audace, a coprire il tramonto come un mantello che si adagia sul sole e nasconde le complicazioni logistiche, storiche e sociali di Trieste, quando invece per le nostre non basta il bavero alzato o un abbraccio.

(2 – continua)

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5 risposte a Supersymmetry / 2

  1. mb scrive:

    Ho sempre visto trieste gorizia e poi la slovenia come la porta dell’est. Una specie di inizio e continuazione del tessuto linguistico che unisce uno di udine e uno di blagoevgrad… dipanandosi e zfilacciandosi in mille dialetti arriva a riannodarsi qui in questo est meridionale.. prima della turchia e della grecia.

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