Supersymmetry / 1

Le foto di Trieste Gorizia Slovenia Austria Valle Aurina Stelvio Abruzzo

I lived for a year, in the bed by the window
Reading books, better than memories
Wanna feel the seasons passing
Wanna feel the spring

Un campo da basket, un muro di cinta, i binari del treno, una catena montuosa o una pista ciclabile, la pancia rotonda di un finanziere. Una sbarra arrugginita o iniziali incise su un cubo di pietra. Un dialetto, una linea immaginaria, una diga o un ponte. Un atteggiamento, una risposta o un sorriso. O l’assenza, di sorrisi. La scortesia o l’indifferenza, la bonarietà o la meticolosità. Cortili senza recinzioni o case cantoniere dimenticate a bordo strada. Ci sono infiniti modi per tracciare confini tra uno Stato e l’altro, e infiniti modi per rimuoverli, accantonarli, metterli da parte. La parte più divertente e sadica dei confini è la loro capacità di lacerare ma senza strappare: sono linee tratteggiate che ci divertiamo a percorrere con i polpastrelli sugli atlanti o su Google Maps, che servono a separare paesi e nazioni ma inevitabilmente uniscono come le cuciture di un sarto. Il vestito che risulta da questa confezionatura non ha nessuna taglia, sta bene su tutti e su nessuno perché i confini non appartengono ad altri se non a loro stessi. Esistono per ricordarci che possiamo andare oltre, si esauriscono nel tempo, agevolati dal benessere e dalla pace europea, per assottigliarsi fino a mutarsi in specchi invisibili: un alto atesino coincide irrimediabilmente con un sudtirolese, un valtellinese assomiglia a uno svizzero, uno sloveno a un triestino. Una corrispondenza dei sensi non soltanto tautologica (un altoatesino é un sudtirolese, fu il confine a inventare definizioni che non esistono in natura), ma che diventa reciproco addomesticamento. È una conclusione cui sono giunto dopo averli attraversati di passaggio, come una sarta distratta e di fretta cerca di infilare ago e filo nella stoffa delle Alpi, in fin dei conti si trattava soltanto delle mie vacanze, per di più estive. Eppure più il pallino blu si spostava su Google Maps, di qua e di là dall’Italia, più sentivo che i confini sono specchi, che rimandano l’immagine deformata di ciò che siamo. E che attraversandoli ci si possa scivolare dentro come Alice nel paese delle meraviglie, cadendo in precipizi infiniti ricchi di gemme incomprensibili, dove la benzina finisca per costare meno o la crema napoletana sia migliore a Trieste che a Napoli. In fin dei conti, le verità più bugiarde e convincenti della mia vita le ho sempre baciate d’estate.

Abbiamo caricato in macchina ago e filo, provando a rattoppare le strade statali italiane. Allergici ai pedaggi, siamo usciti quasi subito dall’autostrada, per gusto e non per sfuggire alle code. Cercavamo il blu del mare ma prima di tutto il blu della segnaletica delle strade urbane, racchiuse tra capannoni industriali e supermercati che fuori dal confine della provincia natia assurgono alla stessa dignità di monumenti segnati sulle guide turistiche. A Redipuglia e al Sacrario Militare c’ero stato da piccolo, in gita scolastica alle medie, un tempo necessario per rimuovere l’alienazione che quel luogo emana. Quasi patetico, nel suo ostentare un rigore formale, estetico e didascalico in ogni dettaglio. L’ossessiva ripetizione ‘Presente’ che si staglia sul limite ignoto di ogni gradone. La geometria infinita che si perde nell’orizzonte, sporcato soltanto dagli alberi e da tre innocenti croci. La segnaletica bruciata dal sole, soprattutto: “attenzione al traffico”, con un simbolo dalla mimica comica, “zona sacra”, con quel livore patetico da Stato Famiglia ormai inesistente, eppure comunque commovente, le targhe “Uomini” e “Donne”, affisse agli angoli opposti di una baracchina destinata ai bagni, vuoti e dunque puliti, nascosti dal monumento. Non c’è praticamente nessuno, in un lunedì mattina di agosto dove a nessun italiano in ferie verrebbe in mente di farsi gradoni costellati di cognomi e nomi che non ci riguardano, e infatti le uniche presenze sono straniere, forse ingannati da qualche guida. Ci scappa pure da ridere, percorrendo la salita lateralmente nell’erba, tradendo quel monito, “Non curiosità di vedere ma proposito di ispirarvi vi conduca” e rendendoci così colpevoli fin dal primo giorno delle nostre mediocri vacanze.

(1 – continua)

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