Il silenzio del teatro

Girare un video dal momento della consegna del copione all’accensione delle luci sul palco un secondo prima che inizi la prima messa in scena. Il mondo non ti merita, ma la prima cosa che ti viene in mente da chiedere a una persona che confessa il suo stare in casa il sabato sera è chiederle se sia ammalata. E allora non c’è proprio chi ti capisce, e la tentazione di usare il gruppo facebook della redazione del magazine di cui fai da vigile urbano per scopi puramente personali è fortissima, e si desiste soltanto perché sopportare la pateticità di tale gesto sarebbe persino più grave di cercare doppie punte tra i propri capelli. Senza nemmeno a farlo apposta gli unici concerti che ho visto negli due ultimi anni sono di gruppi che avevo conosciuto prima ancora, e allora vorrei girare anche un corto dalla scoperta di una canzone a quando ti fai fare il timbro invisibile sulla mano, in un sabato sera dei prossimi vent’anni. Spalanca la finestra, e chiediti che cosa si ascolta ora, questa sera di un giorno di aprile dove per strada ci sono più banchetti elettorali e facce di volti conosciuti per aver letto troppi giornali, senza nemmeno farlo apposta negli ultimi due anni hai incrociato più volti di persone con cui non hai mai scambiato nemmeno una parola di quelle con cui invece ora avresti davvero davvero voglia di prendere un caffè in un autogrill. Girare un documentario, ma breve, dieci minuti, su un’associazione di insonni che di notte si riuniscono a turno nelle case di ciascuno dei tesserati, per affrontare la notte, farsi coraggio, supporto, nel loro non riuscire a dormire, io che invece dormirei in tutte le occasioni possibili, dopo aver colazione, prima di cena, fermo al semaforo, in piedi appoggiato al muro di un chiostro sconsacrato alle campagne elettorali, mentre mi faccio la barba. Entrare con una reflex a mano e riprendere il tavolo verde della cucina, le chiacchiere di questi insonni che trovano dignità soltanto alla notte, l’unico momento in cui vorrei stare sveglio pure io. L’altro giorno è iniziato con un banchetto di una chiesa evangelica nei pressi della stazione, e un omaccione distribuiva bibbie gratis, e mancava solo una tavola calda e una fetta di torta alle mele e sembrava di stare in Texas, si è rivolto pure alle mie mani in tasca che mi portavano in giro, “giovanotto”, e la bibbia pronta per essere presa, ma ce l’ho già una bibbia in camera e non ho mai finito di leggerla, e mai la finirò, la tengo vicina al diario di quinta superiore, la bandiera dell’Italia e l’atlante geografico che una volta sembrava nuovissimo, era l’unico a possedere i paesi baltici, l’ex jugoslavia frantumata, la tengo vicina alla cartolina delle corride, io che odio le corride, e le guide turistiche di trenta’anni fa, Firenze Venezia Ravenna San Marino e pure Ferrara, tengo la bibbia che non leggerò mai vicino alla guida turistica della mia città, che nemmeno quella finirò. Ho queste idee, quando mi chiedono che cosa hai voglia di fare, a parte sparire chiedo? A parte sparire precisano, e rispondo cose come video agli insonni riuniti come setta massonica attorno a un tavolo verde della cucina, video a gente che fa video di professione, riprendere loro mentre girano un video sicuramente più professionale del mio, e poi stampare una piantina della mia città, fotocopiarla attaccarla al manubrio della mia bicicletta e percorrere tutte le strade, vicoli, viali controviali all’interno della cinta muraria, e segnare tutte le strade con l’evidenziatore, per poter dire di averle viste tutte, e chiedermi se pure l’associazione di Ufologi rimane sveglia di notte, o se aspetta gli alieni al mattino, magari è anche più comodo, gli prepara due fette biscottate riscaldate e un po’ di nutella, che è anche la cosa che tu vorresti di più ora, più ancora di trovare un lavoro, imparare le maschere di ritaglio su photoshop, scoprire che musica ascoltano le persone nel 2014, dire la verità ed entrarmi nella mia testa. La giornata delle bibbie gratis rifiutate, poi, si è conclusa al bar della stazione di Venezia, redarguito da una cassiera che sembrava conoscermi molto bene, senza nemmeno avermi mai incontrato prima, e la mia risposta effettivamente sagace l’ha soltanto annichilita, ed in fondo è questo che rimane, delle mie risposte sagaci, diserbanti delle buone intenzioni e delle cattive abitudini non lasciano nulla, nella stanza, e a forza di darle nella mia testa non c’è rimasto più nessuno, a parte le smorfie che faccio ai cani per strada, i film da vedere due volte, gli attori sul palco in silenzio.

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2 risposte a Il silenzio del teatro

  1. Alessandra scrive:

    Le persone che non ci conoscono pensano sempre di conoscerci.
    Mi trovo spesso intorno a gente che cerca di farmi mandar giù per forza i loro pensieri e giudizi e tutta quella roba sul come si deve, come si fa, come si dice, convenzioni sociali e modi a senso unico di vedere le cose, e io lì che proprio non ce la faccio a fare buon viso…e alla fine si capisce che – se pure non lo dico – sto pensando “vaffanculo bruttissima testa di cazzo”, come nei migliori film di protesta giovanile. Sono stanca dei giudizi, delle persone messe dentro una scatola a prima vista, delle etichette, delle battute sessiste, dei luoghi comuni buttati lì come dadi. Comprensione. Manca comprensione.

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