Un attimo o un’ora

Non riesco più a sintetizzare chimicamente esempi di umanità per riversarli su carta. C’è questa vecchina, su sedia a rotelle spinta da una donna più giovane, viene depositata di fronte a un negozio e lasciata sola. “Entro un attimo a salutare”, promette la donna più giovane, mentre io le osservo masticando una crescentina. “Un attimo o un’ora?” (si) chiede l’anziana incatenata alla sedia, una vana domanda mentre l’accompagnatrice già è intenta a spettegolare nel negozio. Ho la polvere raccolta dalla strada della Statale incollata al viso, sono seduto appena distante ma rimango invisibile alla vecchina, che probabilmente abituata ad essere parcheggiata sui marciapiedi ignora i passanti e come un vigile solerte dirige il traffico nella sua mente. Inizia a fare raccomandazioni alla figlia, di preparare una cena forse avvenuta ormai anni fa, ormai la tavola sarà sparecchiata. Vorrei salutarla, mentre risalgo in bici gonfio di mirtilli e retorica, ma avverto tutto l’egoismo del gesto, e poi non ci si intromette nei dialoghi altrui, anche se immaginari. Poi è oggi, ieri diventa solo un rimorso, oggi è una profezia, la verità sul presente, leggo da uno status su facebook, sono su una monorotaia in una città dove i caffè costano 100 euro, in pochi minuti si susseguono un ragazzo dai capelli unti e l’aria stranita ma mansueta che fruga nei cestini alla ricerca di biglietti gratuiti per il Casinò, me ne chiede uno anche a me, e poi sale una ragazza che tiene i biglietti del treno dentro una busta di plastica, come fossero porzioni monodose di bagno schiuma, per lavarsi la paura di partire, o di restare, estrae dalla borsa una di quelle fotocamere compatte di plastica grigia, come non se ne vedono nemmeno più ormai, e inizia a fotografare ogni porzione del suo campo visivo, la porta scorrevole, la stazione marittima sotto di sè, la pubblicità della mostra al Ducale, il riflesso sul vetro, forse anche me e la mia domanda stampata sulle lenti opache dei miei occhiali: sono aumentate le persone “strane” o è calata drasticamente la nostra soglia di “normalità”? Ho queste domande innocue e profetiche che non riscalderebbero una chat al buio su Skype, le faccio a mezzavoce sul ponte, e mi sento quasi vegano, nel non impiegare più nulla che respira per sedare i polpastrelli della mia coscienza.

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Una risposta a Un attimo o un’ora

  1. Alessandra scrive:

    Invidio la chiarezza con cui talvolta racconti il mondo intorno. Pezzi di vita che sono segnali di un medesimo problema – leggo e li vedo tutti e mi fa pure male, soprattutto se penso alla superficialità e all’indifferenza con cui capita sempre troppo spesso di guardarsi attorno, di vedere senza accorgersi delle cose, di guardare fugacemente senza registrare i particolari e, nel caso peggiore, neppure l’immagine di insieme.

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