Il sole sempre troppo coperto dalle case

Dicono che sono sempre in giro, a me sembra di non uscire di casa da circa una decina d’anni, eppure i treni continuo a prenderli, come prima, eppure mi sento chiuso in casa da una decina d’anni, me ne accorgo da alcuni svariati particolari, tipo che continuo a chiedere permesso quando entro nelle case altrui, le rare volte che mi ci capita di finire, sto arrivando a chiedere permesso anche in ufficio, al lavoro, quando entro in mattina perennemente in ritardo per i perenni ritardi di tutti i mezzi di trasporto che prendo, peraltro tutti ecologici, treni, navette, la riprova che l’ecologia pulisce l’ambiente circostante ma caramella il tuo fegato, chiedo permesso anche al lavoro, mentre distruggono documenti come fossimo alla Cia e invece su quei documenti non c’è scritto nulla, e producono piccoli filamenti di carta che progettano di rivendere alle scuole per i prossimi carnevali, entro e chiedo permesso, quasi, sottovoce, senza dare troppo fastidio, senza mostrare troppo fastidio, e se mi capita di rovesciare tazze di caffè sulle tastiera di mac che costano svariati miei stipendi, ecco, nel momento in cui prendo il mac e lo ribalto e faccio colare fuori tutto il caffè da 30 centesimi chiedendomi se riprenderà a funzionare, mi sento proprio come se non uscissi di casa da una decina d’anni, e ogni sera, mentre torno in bici dalla stazione, con tre ore di sonno scarse in bocca, me le rimastico, e mi innamoro una decina di volte di tutti gli scenari alternativi della mia vita, e mi vengono in mente decine di rubriche alternative per decine di siti, rubriche che mai scriverò, e canticchio a ripetizione, da un semaforo all’altro (vivo in una città dove nemmeno i semafori vengono presi seriamente in considerazione, e soltanto perché tanto non passa nessuno) il riff dei Daft Punk, quando sono usciti tutti i tuoi album che ti aspettano a casa, come è andata oggi, quando Matt è lì ad aspettarti col grembiule addosso che gira il mestolo nella padella del soffritto, tu la prima cosa che fai è correre in bagno a lavarti le mani coi Daft Punk, di cui non te ne frega poi moltissimo, e capisci che è davvero tanto tempo che non esci di casa, che chiedi permesso quando entri nelle case degli altri, nelle vite degli altri, e decidi quel milione di volte, da un semaforo all’altro, che ti costruirai una grotta robusta in qualche città che nessuno considera, come quando tre anni fa volevi trasferirti a Trieste, poi invece sei rimasto qui, a dire permesso, decidi quel milione di volte come arredare la tua grotta, dove entreranno le risposte e rimarrà fuori, una volta per tutte, la propaganda di cui tutti sono imbastiti, che frena la corsa dei tasti come caffè infilato nelle feritoie della tastiera che si coagula, zuccherosa propaganda che decidi quel milione di volte che non seguirai più, che ti metterai a correre in cerchio, come nei cartoni animati, dentro la tua grotta, e infilerai un casco a Matt, e metterai un grembiule a quadretti in faccia ai Daft Punk, e scaverai solchi sul pavimento della tua grotta piena di cose che si possono toccare con mano, e spoglia di tutti i vostri imbarazzi, fino a quando il sole non sarà a pelo del pavimento, e non vedrai altro che tramonti, e albe, e tramonti, e albe, e tramonti e albe, e tramonti e albe.

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