Le conseguenze

Sono lontano da casa e al posto del silenzio abituale sento vetri di finestre che tremano per i bassi di autoradio, come fossero Wagner sparato durante improbabili invasioni della Polonia. La notte dei cristalli infranti mi prende quando sono molto lontano da casa, e nella mia testa si ribaltano scrittoi e sedie come in quell’installaziome commemorativa a Kopperplatz di cui pochi parlano ma che scuote quasi senza far rumore i venti delle coscienze. Nella notte dei miei cristalli smaltati mi prende alla gola il ricordo della scena finale de Le conseguenze dell’Amore, che non riporto per non rovinarvi l’eventuale prima visione del film. Ma è un ricordo molto più che opprimente, è un figlio sperduto tra le file di scaffali di un ipermercato quando mancano pochi minuti alla chiusura, è l’indicatore rosso del boiler dell’acqua calda prossimo allo zero quando sei fradicio e infreddolito di ritorno da un temporale a febbraio (i temportali a febbraio mi fanno sempre pensare a un’imminente estizione di massa, che mai non arriva, tuttavia), quella scena finale è un organismo da smontare, delicatamente, con posata flemma, mettendone in ordine i pezzi su un tavolo di acciaio di una sala operatoria. Sono lontano da casa, e mi prende il ricordo di questa scena e l’ultima cosa che farei ora è urlare e la prima nascondermi nelle feritoie polverose dei battiscopa di questa stanza non mia, non tua, di tutti e di nessuno.

Penso insomma che mi è capitato di andare a fondo, legato, non per causa mia ma per decisioni altrui. Penso di essere finito in mezzo a qualcosa di semiliquido come conseguenza di precedenti azioni, legittime o illegittime è secondario, comunque “mie”, proprie, oneste come sempre lo sono le proprie decisioni mai viziate dalle circostanze o debolezze o velleità. Penso a me, calato dall’alto al basso, adorante delle geometria e delle verità che dispiega in linea retta che nessuno si sogna mai di vedere, con gli occhi ben fissi di fronte a me. E il ricordo di qualcosa di molto lontano, e molto forte e molto proprio, sia un amico o un traliccio nelle Alpi o una telefonata su Skype alle 4 del pomeriggio o il racconto della vita in un quartiere di una città lontana (mentre tutti rincorrono gruppi musicali, scelte di vita, fantasmi del passato). Non è un film, è la cosa più simile possibile a come alcuni mi hanno fatto sentire, una scena riproposta più volte senza mai diventare scontata, se non per chi la vive. Ecco, sono molto lontano da casa e immerso in un temporale a febbraio, non ho il privilegio di una nevicata a febbraio che forse mi regalerebbe pensieri meno rancorosi verso il mio passato e l’umanità in generale, e non posso fare a meno di lasciare entrare nel mio letto il pensiero di quella scena finale, e di come io e un po’ tutti noi la viviamo praticamente tutti i giorni. E con lui ne arrivano altri, di pensieri, nel mio letto, come se fossero calzini intrisi di pioggia appesi al ferro battuto di questo letto che non mi appartiene, e che faccio mio pagandolo: pensieri che hanno abbastanza a che fare con verricelli e maldicenze, con bollicine d’aria nel cemento e spiegazioni inascoltate, con incomprensioni e cappi intorno al collo, con metodi massonici e cambiamenti sociali repentini da parte di chi non ti conosce ma crede di sapere tutto di te, compreso che futuro ti meriti, ovvero di essere calato dall’alto in qualcosa di grigio e semiliquido, dove tu non possa mutare forma e dare spiegazioni, ma assumere la granitica certezza di una visione distorta. Ecco, lo so, prima di correre in bagno a tatuarmi sulla nuca il mantra “Move on”, prima di decidere ad andare avanti, l’unica cosa che mi permetto sommessamente di fare mentre mi calate dall’alto verso il basso, è guardare dritto di fronte a me, nel buio squarciaro dai subuffer e dai temporali di febbraio: al posto dei tralicci, vedo cani, torte al formaggio, tavole di compensato del Brico, buoni treno di Italo, guide turistiche, sedili reclinati, tre lettere dell’alfabeto, braccialetti gialli, il silenzio, le scuse, i televisori 7 pollici in bianco e nero. Tenetevi i colori, mentre mi tirate giù, prima o poi vi serviranno.

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