Soltanto le cose abbastanza dimenticate

Il silenzio, dunque. Nel nostro annaspare quotidiano che tutti contraddistingue, vedo affiorare una lezione invisibile, non esplicabile. Non traducibile. Mi capita di leggere il giornale di due giorni prima, in treno, giornale peraltro riscattato gratuitamente su un sedile, se ne trovano in quantità abbastanza soddisfacente da rendermi un lettore quasi abituale di quotidiani, una delle categorie sociali cui aspiravo di appartenere quando ero piccolo e osservavo il triste tavolino vuoto del mio salotto. Inutile specificare che non dispongo di un salotto, nell’abitazione dalle dimensioni ridotte in cui abito, e nemmeno di un tavolino: quindi la mia aspirazione era ancora più sentita, e vissuta in qualche modo come voglia di riscatto sociale. Da piccolo, mi pensavo realizzato vedendomi tutti i giorni porgere all’edicolante la stessa richiesta, “Corriere e Gazzetta, grazie”, da piccolo mi visualizzavo uomo compiuto con i giornali sotto braccio, al posto delle baguette sotto le ascelle, soldi donati quotidianamente all’editoria e al sapere del mondo, una delle poche cose che rendono tale mondo un posto appena più dignitoso di Marte, da piccolo non pensavo a fare carriera o avere dei figli o scappare all’estero, credevo ingenuamente che riuscire a mantenere il rito della Lettura dei Quotidiani tutti i giorni, domenica compresa, ché si ha ancora più tempo per sfogliare le pagine, fosse un modo abbastanza degno per essere uomini. Sono arrivato a un punto tale della mia esistenza dove mi soffermo alla notte non su filmati pornografici (per quelli ci sono i pomeriggi lavorativi), ma su lettere dall’estero di persone che sanciscono il Silenzio quale piaga sociale, e ascolto la colonna sonora de Le Conseguenze dell’Amore, musica che prima ancora di farmi lacrimare dagli occhi tutte le mani che ho stretto in vita mia, mi riporta in mente due cose. La prima, fa riferimento alla sensazione provata durante la scena finale di quel film (vissuta come una necessaria glaciazione del mio fegato), una sensazione fisica e terrificante e abbastanza seducente, una promessa di matrimonio più che una semplice commozione (chi ha visto il film, capisce). La seconda cosa che mi viene in mente quando ascolto quelle note di Pasquale Catalano è Affari Tuoi, sì, la trasmissione serale di Rai 1, che utilizza questo pezzo per commentare un gioco a premi in televisione, un accostamento non soltanto blasfemo, ma che rende ridicolo sia il pezzo, sia le sensazioni fisiche appena descritte, e dunque rende ridicolo me stesso. Sono arrivato a un punto tale dell’esistenza in cui la televisione mi rende ridicolo, insomma, e leggo storie rispettabili e patetiche allo stesso tempo su persone che si lamentano del silenzio, e ne provo tutta l’empatia che posso provare da dietro uno schermo, quindi molto infima, brevilinea e fugace, ma assolutamente sincera, sincera come molte delle cose che non si possono toccare con mano. E credo che questa diffusione del Silenzio sia un’elegante forma di Feudalesimo, tutto sommato, una restaurazione medievale di antichi codici di organizzazione civile. Dove al posto dei possedimenti terrieri vi stanno le circostanze, dove al posto dello sfruttamento fisico vi sta la disponibilità morale, dove chi ha stile non rifà le fogne delle abitazioni dei poveracci a Natale, ma dispensa un sorriso o una gif animata o una stellina su un social network. Un Feudalesimo dove a fare le fortune e le sfortune non sono le proprietà, o il censo sociale o il denaro: ma le circostanze, appunto, i dadi giusti in mano, i difetti genetici, dove il vederci male o l’essere storpi di secoli fa vale, oggi, quanto essere lucidi, congruenti (e non coerenti) o dignitosi. Il Silenzio non è finta cortesia, è Omertà travestita da Educazione, è Pigrizia mascherata da Rispetto, è Egoismo venduto come Dolore. Il Silenzio è l’espressione leggermente ma eloquentemente infastidita della mia dirimpettaia di posto, quando mentre sta cercando di sbirciare sulla mia copia sgualcita del Corriere della Sera i titoli della prima pagina, si rende conto della data, che fa riferimento a due giorni prima, e capisce che sto leggendo avidamente un giornale scaduto, sorpassato, inutile. Anche questo è Feudalesimo strisciante e invisibile, ai miei occhi tutti storti avidi di metafore che mi consentano di addormentarmi alla sera. Il terrore per chi legge cose ormai abbastanza dimenticate, il terrore per chi si rende inutile, il terrore di chi raccatta giornali abbandonati sui treni, non vedendo la dolcezza nel lasciare ad altri il sapere e l’alleviare del viaggio. Non accorgendosi di come un giornale possa rimanere comunque contemporaneo, vista la peraltro scontatezza dello spartito e del copione messo in scena dai protagonisti della politica e del mondo e delle nostre vite. Non si è mai prodotto così tanto rumore, per persone che praticano in modo così assiduo il silenzio. Da qualche parte, in tutta questa vicenda, in tutto questo lasso di tempo che intercorre tra l’aspirare una visita quotidiana in edicola, per uscirne un po’ più degno e pieno, e il rintracciare brandelli di carta e di calore sui sedili vuoti di un regionale approdato in una stazione di testa, deve spuntare fuori una sorta di lezione, di rivoluzione o di rassegnazione, di qualsiasi cosa che finisca per ‘zione’ e si possa sciogliere in un bicchiere di acqua calda mescolata col cucchiaino, ma deve essere invisibile, non articolabile in nessun altro modo che non sia un onestissimo e dolce ‘boh’.

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3 risposte a Soltanto le cose abbastanza dimenticate

  1. Anna scrive:

    Credo che la tv renda ridicola se stessa, non chi non sta al suo gioco

  2. Alessandra scrive:

    Quel film ha distrutto anche me. Così come spesso mi distruggono le circostanze, le milioni di circostanze. Puoi avere talento – in qualunque ambito della vita – mai poi sono le circostanze a dettare il tempo e i modi e i perchè. Tutto il resto è eccezione, succede quasi per caso o per destino – per chi ci crede.

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