Cosa diceva Zavattini me lo sono dimenticato

Non so bene cosa voglia dire, ma lo Zuni semideserto che accoglieva Brondi e le sue letture emiliane significa che abbiamo digerito anche le luci delle centrali elettriche e i suoi lunedì difettosi e i petardi che ci sono esplosi dalle mani, poi, alla fine. Eppure mentre leggeva di questioni emiliane (sempre le solite, poi, sarà che io l’Emilia me la mangio a colazione da più anni di Brondi stesso) mi è venuta una repentina nostalgia dei cantautori che facevano i cantautori, e dei ragazzi ferraresi complessati e nostalgici del futuro che facevano i ragazzi ferraresi complessati e nostalgici del futuro. Una nostalgia malmestosa, che si infila tra i fili metallici del mio apparecchio dei denti, a ricordarmi sempre che l’unica rincorsa possibile che si possa prendere è rigorosamente all’indietro: nostalgia dei fruitori di concerto che facevano i fruitori di concerto, di presenzialisti che facevano i presenzialisti, di bar che facevano i bar e di cantanti che facevano i cantanti. Abbiamo masticato e digerito (e sputato, alcuni) Brondi e le sue letture emiliane, va bene, ma le mani mi sudavano comunque fredde, e la sensazione che in fondo non ci sia rimasto praticamente nulla, soltanto la disillusione della disillusione (no, non è una ripetizione), era tangibile quanto i mal di testa che alleviamo: al posto di fruitori di concerti ci sono rimasti cinici osservatori, al posto di cantautori oggi abbiamo gente che non sa bene come riciclarsi, conscia di essere in fase di smaltimento, abbiamo cantanti che fanno avanspettacolo e associazioni culturali che fanno da uffici di collocamento o ministri ombra della Cultura, e innamorati che fanno gli insegnanti. Nessuno che faccia quello che è. Nemmeno le foto fanno più le foto, c’erano delle foto enormi proiettate alle spalle di Brondi, di non ricordo nemmeno chi, erano foto che avrebbe potuto fare chiunque, e avrebbero potuto dire qualsiasi cosa. Erano foto della mia terra, di cui sono terribilmente geloso come di ogni cosa che vorrei sposare, e vederle esposte così pubblicamente forse innescava in me pensieri di ritorsione poco tolleranti: eppure, erano foto che non facevano le foto, ovvero non aggiungevano e toglievano nulla, erano cartelli stradali, ecco, “EMILIA”, ma non foto, e insomma, digerito Brondi, anche, ora che ci ritroviamo con tutti che fanno qualsiasi altra cosa tranne che essere quello che sono, comici che fanno i politici, padri che fanno i notai, madri che fanno le sorelle, fratelli che fanno i ragionieri e cantanti che si vergognano di essere cantanti, rimane un vuoto abbastanza grande che nessuno vede, ma tutti annusano, un vuoto abbastanza grande di storie e circostanze e parole da riempire che credo nessuno si prenderà la briga di andare a illuminare. C’erano queste foto, della Bassa Emiliana che soltanto chi è nato nella Bassa Emiliana può davvero capire, proiettate dietro Brondi digerito, e mi davano fastidio, perché trasformavano la Bassa Emiliana in un luogo, o in un non-luogo, ancora peggio, quando invece la Bassa Emiliana è semplicemente e completamente la Bassa Emiliana, e basta, c’erano queste foto scattate quasi per noia, per distrazione, per dovere di firma, c’era questo vuoto in cui siamo finiti tutti, dai cabarettisti ai cinici ai disillusi alle etichette scollate per la condensa dal vetro delle bottiglie di birra quali noi siamo diventati, praticamente, un vuoto che nessuno vuole più cantare, fotografare, raccontare, inventarsi. Al massimo, lo si sopporta, come i diari di quinta liceo tirati fuori dopo tantissimi anni, che si sfogliano con commiserazione e indifferenza, come se non ci fossero appartenuti. Non un modo degnissimo per invecchiare.

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3 risposte a Cosa diceva Zavattini me lo sono dimenticato

  1. Alessandra scrive:

    Questo è un disagio bello grosso e non so cosa dire. Nel senso che c’è poco da aggiungere o da ragionarci su. Credo di capirti, di provare quella tua stessa sensazione a volte. Di cose che si travestono da altre cose, che mentono, magari senza sapere di mentire. Bah, non so…condivido il tuo disagio e lo appiccico come un post-it qui da qualche parte, così poi ci penso ancora, così non mi dimentico che il mondo ci prende in giro.

    • Attimo scrive:

      E noi prendiamo in giro il mondo, anche, aggiungo. Essere se stessi, spogliato da qualsiasi retorica e luogo comune che ormai non convince più nessuno, è la cosa più complicata da fare, e anche l’unica che possa aggiungere qualcosa di veramente costruttiva a queste esistenze governato in modo dittatoriale dalle circostanze. Credo, eh.

  2. Alessandra scrive:

    Si, condivido. Essere se stessi senza retorica è diventato difficile. e mi pare tra l’altro che ci venga chiesto continuamente di spiegarci, di motivarci, di giustificarci. E alla fine ti senti stanco di dover dare tutte ‘ste spiegazioni. Essere se stessi è diventata una pratica che sfinisce. E finiamo per travestirci un po’ tutti. È una presa in giro bidirezionale, hai ragione.

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