La mia pausa pranzo

C’è questo pallone a forma di peluche, da Ikea, o questo peluche a forma di pallone, vai a capire. Ha i rombi esagonali che significano una sola cosa, dalla notte dei tempi: calcio. Mi piace perché mi fa capire direttamente il suo significato, mi piace perché ha un significato, mi piace perché bisogna dormirci, con le cose cui si vuole bene, e io credo di volerne, nonostante tutto, al calcio. Questa cosa di una cosa che è due cose allo stesso tempo, è mille cose allo stesso tempo, quelle che ti vengono in mente. Voler bene alle cose stai a vedere che ha molto a che fare con il dar loro la possibilità di essere altro. Stasera andiamo a casa a fare l’amore sul tavolo della cucina, e ceniamo sul letto a una piazza e mezza. Domani mattina ce ne andremo in biblioteca per sentire meno freddo, e useremo i libri per incartare gli arancini o scriverci sopra. Compreremo bottiglie di birra non per ubriacarci ma per gettarle contro i muri scrostati di palazzi alti almeno sei piani, con le ringhiere dei balconi arrugginite, e ingoieremo tutte le schegge, versandole nei bicchieri senza far attenzione alla schiuma e alle inclinazioni di ciascuno di noi. Compreremo bottiglie per ricavarne frammenti di vetro colorato da incollare su asciugamani macchiati, e imparare a disegnare così, tenendo del vetro rotto tra le mani, invece che l’inchiostro, che verrà usato come fondotinta per gli aperitivi della sera, e le penne saranno maniglie di sicurezza cui aggrapparsi il momento prima in cui inizio a tossire, e scriveremo sullo spazio bianco delle etichette dei prodotti da banco gastronomia appena riscaldati. Gli ingredienti saranno la nuova grammatica dei nostri ricordi, impastati con i piedi (le mani bisogna stringersele, mentre si cucina), e quello che eravamo diventerà cibo, da masticare, mordere, strappare, tagliare, e poi digerire, e poi concimarci i prati d’inverno. Questa cosa del raccontare, e del dire, di provare empatia per il crollo di una frana avvenuto 49 anni fa, mi ricorda molto il pallone da calcio di pezza dell’Ikea: prova a raccontare qualcosa, sembra dire quella palla di pezza bianca e nera, prova a fare nomi, a fartele toccare con mano in modo riconoscibile, a rendere tangibili concetti che nemmeno tu pensavi di possedere, tra cui appunto l’empatia per l’acqua che scavalca una diga ben più alta di 90 metri, semplicemente perché non è tanto il racconto in sè, a farmi piangere come un vitello, quanto la precisione e la meticolosità della ricostruzione, così asettica, e invece così dolce e mutilante, dove i particolari servono a farti piangere e le giacche a vento delle persone che ascoltano Paolini, ai piedi del Vajont, quella sera di tanti ottobri fa, servono a distrarti, e poi ci pensa il silenzio, a tenerti agghiacciato lì, all’empatia, quella parolona che qualcuno mi sgriderebbe per tirarla fuori ogni tanto, così a sproposito. La meticolosità che diventa dramma, una cosa che diventa un’altra, Paolini che vuole bene alle cose, alle parole al racconto, e mostra cos’altro possono diventare. Ecco cosa faremo, quindi: preparare biscotti nelle piazzole di sosta, sostenere una discussione di laurea nel bagno dell’ufficio. Trasformarci nelle nostre madri al telefono, far parlare le città morte. Credo che questo inverno e tutti i prossimi a venire, avremo abbastanza bisogno di raccontare, più che di dire, e indossare cappelli strani e lavorare da casa e disegnare al lavoro sui tovaglioli chiazze rupestri su che cosa stiamo diventando.

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