Il cliente

Andare molto lontano serve fondamentalmente a sentirsi inadeguati. Non si tratta necessariamente di un male. Nel corso degli anni sto sviluppando una mia particolare avversione al concetto di ‘sfogarsi’. Preferisco enormemente dedicarmi all’antica pratica del ‘capire le cose’, disciplina che se ben indirizzata riesce a produrre piaceri quasi erotici. Nel senso appagante del termine. Così quando mi ritrovo al terzo distributore della nottata (il quinto della giornata), con la carta del mio bancomat crepata in mano, e due occhi gonfi di risate tenuti aperti soltanto da due sottili elastici neri, sto cercando di fare l’unica cosa di cui sono capace, provare a capire le cose, e le persone, soprattutto, così aggrotto le sopracciglia di fronte al benzinaio che si prende cura del mio serbatoio, e prende in mano il mio bancomat, e le mie sopracciglia e l’unica cosa di cui sono capace, mentre parla al telefono con tono concitato, ansioso, vagamente preoccupato e segnato da un’urgenza che solo una donna riesce a innescare, generalmente. Sono bastati pochi secondi (il tempo in cui mi scorta dalla mia auto carica di carboidrati e cacao e posate monouso rubate da chissà quale mensa, ormai nemmeno lo ricordo, e da sole filtrato da nuvole bugiarde, fino alla cassa della stazione di servizio) per entrare nella conversazione, ovviamente nell’unico modo in cui sono capace di entrare in una conversazione, in silenzio, appunto, quando, arrivati al dunque, gela l’interlocutrice e me in un colpo solo, affermando di avere l’urgenza di comunicare una cosa, ma che trattandosi di cosa delicata non poteva dirlo ora, dato che aveva di fronte a sè un cliente.
E così ho capito, ecco, appunto, ho capito cosa significa essere un cliente, e non riguarda affatto i soldi spesi, il soddisfare un bisogno, l’avere sempre ragione, no, riguarda quella cosa lì, di non poterla dire quando si ha di fronte un cliente, riguarda il non riuscire a sentire le cose, perché non possono essere dette in tua presenza, ecco, un cliente si sente più o meno così, inopportuno, forse, oppure inadeguato, probabilmente entrambe le sensazioni. I sentimenti. Le intenzioni. Andare molto lontano serve per scoprirsi clienti, avere dunque sempre ragione, e non conoscere mai la verità degli altri, anche se gli fai un sorriso, anche se fingi di scrutare tutte le marche di gomme da masticare esposte a lato della cassa, nonostante tu soffra di mal di denti da circa due settimane e la cosa più dura che puoi masticare senza chiudere gli occhi sono le risate o la voce di Thom Yorke o i mal di testa a grappoli. Andare molto lontano serve per tagliare le cose a metà, che si tratti di una penisola o di un’autostrada o di una città o di un arancino cambia poco, tagliare le cose a metà, io da una parte e tu dall’altra, io da una parte e anche dall’altra, e quando ti corichi per un paio di ore sul materasso sono i tuoi vestiti a farlo, e non tu, sono i tuoi capelli a spettinarsi sul cuscino ancora freddo alle 4 di notte, e non tu, sono i tuoi piedi a non trovare spazio in fondo al letto, e non tu, tu sei rimasto nell’altra metà, incredibilmente lontano da qui, a rassicurare automobilisti che scendono dalle auto in coda al casello per pagare a piedi, perché con le carte non si ritrovano, a lasciar passare tutte le auto a tutti gli incroci possibili, a schivare le gocce di pioggia, a chiudere a chiave (doppia mandata) i cancelli delle Capitali, a verniciare sorrisi sulle bocche degli altri, a non capire affatto tutta questa esigenza di sfogarsi, o di tenere tutto per sè, ché in fondo è la stessa speculare e sterile manovra, invece di provare a capire le cose, qualcosa di vagamente simile a fermarsi per strada a fotografare quello che il sole decide di concederci o guardare il tuo futuro seduto al tavolo della cucina. Si è rotta l’ultima televisione a tubo catodico in casa mia, non riesce più a leggere le frequenze della banda VHF, dice il tecnico, che è come dire che capisce soltanto alcune parti del discorso, se provi a parlarci, e nemmeno se ti metti a urlarle addosso (potenziare il segnale), o se decidi di ignorarla (girare l’antenna) lei ti segue, no, rimane interdetta a mostrarti righe di colore come una scatola di regoli disordinata, mentre il digitale terrestre, e le tv a schermo piatto, una cosa soltanto sanno fare, sfogarsi appunto, con immagini piene e vivide e definite, o scomparire, appunto, lasciandoti davanti a un quadrato nero, e non ci provano, a capire le cose, e infatti, domani andremo a comprarne una nuova, di tv, un po’ mesti, un po’ scocciati in coda alla cassa, con un tubo catodico sulla coscienza.

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